Sei risposte sul caso Gergiev
di Alessandro Tommasi - 20 Luglio 2025
Nel 2022, la notte del 24 febbraio, il giorno in cui la Russia invase l’Ucraina, e Sala e il Teatro alla Scala chiesero una dichiarazione di pace mai arrivata a Valerij Gergiev, scrissi un articolo su Quinte Parallele in merito a un dilemma che prima che artistico è essenzialmente etico: Gergiev doveva essere allontanato dalla Scala? L’articolo girò abbastanza e mi portò a interminabili discussioni sui social per le quali smisi fondamentalmente di fare altro tranne rispondere a commenti per circa una settimana, ma generando e inserendosi in un dibattito importantissimo da tenere vivo: quello sul rapporto tra musica, cultura e politica.
In queste settimane, ho evitato di esprimermi sul caso che avrebbe il celebre direttore russo invitato per un concerto alla Reggia di Caserta, un concerto giusto oggi annullato, ma che avrebbe di fatto rotto l’esilio artistico del celebre direttore in Occidente. Ho evitato perché sentivo che quanto scritto nel 2022 resta valido ancora oggi, ma ho continuato a leggere avidamente articoli e commenti sia di amici, sia di figure di grande influenza politica e culturale. Oggi, dopo qualche tentennamento, vorrei fare alcune precisazioni, che di quell’articolo sono quasi delle postille.
Chi scrive che opporsi al ritorno di Gergiev è una guerra alla cultura russa, magari rievocando isterismi presto abbandonati come il corso su Dostoevskij di Paolo Nori cancellato e poi riconfermato, chi afferma che le idee politiche di un musicista non contino, chi è convinto che impedire a un artista di tenere un concerto non serva a nulla, chi sostiene che Gergiev debba dirigere per costruire ponti così come avvenne durante la Guerra Fredda, o ignora i fatti o è in malafede.
Procediamo con ordine, punto per punto, ma solo dopo un dovuto disclaimer: in queste righe non si tratta in nessun modo dei meriti artistici delle figure nominate. Non è quello il punto e ogni commento in merito è fuori luogo. È invece assolutamente ben accolto il dibattito e il confronto sul tema etico in questione, rimanendo come sempre aperti a opinioni anche molto diverse visto che, nonostante accuse ricorrenti, qui in Europa è ancora concesso averle e sostenerle, finché rimangono nei confini di un dibattito civile e argomentato.
1) «Vogliono cancellare la cultura russa!»
No, quella contro Gergiev non è una guerra alla cultura russa, è un rifiuto verso alcuni singoli individui che non sono solo artisti, ma ambasciatori del potere politico e della propaganda del governo di Putin. Per nostra immensa fortuna, noi viviamo immersi nella cultura russa. Tralasciando pittura, letteratura e teatro, è possibile fare innumerevoli esempi già solo nell’ambito musicale, a chiara dimostrazione che la sbandierata russofobia è propria di piccole e magari rumorose frange, ma non appartiene alle istituzioni e alla maggioranza della società.
Il Teatro alla Scala è stato inaugurato tre anni fa dal Godunov di Musorgskij, quest’anno verrà aperto dalla Lady Macbeth di Šostakovič, autore oggetto di enorme attenzione sia in manifestazioni legate al cinquantesimo anniversario dalla morte (una tra tutti, il Festival a lui dedicato a Lipsia), sia nelle regolari programmazioni di ogni orchestra, stagione cameristica e teatro in Europa. Quest’anno a Vienna ho assistito alle nuove produzioni di Iolanta di Čajkovskij e Matrimonio al convento di Prokof’ev, oltre ad una ripresa della Dama di Picche, sempre di Čajkovskij. L’anno scorso a Salisburgo hanno fatto furore le produzioni de L’idiota del compositore polacco-sovietico Weinberg e Il giocatore di Prokof’ev, entrambe tratte da Dostoevskij. In tutte queste produzioni non sono mancati gli interpreti russi.
Da quel 2022, in cui allarmisti della prima ora affermavano che sarebbe stata messa al bando la cultura russa, abbiamo invece assistito ad un diffondersi sempre più capillare del grande repertorio operistico, sinfonico e cameristico russo. Provate a togliere Čajkovskij, Rachmaninov, Rimskij-Korsakov, Šostakovič, Skrjabin, Prokof’ev, Stravinskij, Musorgskij e infiniti altri dal repertorio di orchestre, direttori, pianisti, violinisti, cantanti, violoncellisti, quartetti d’archi, e vedrete che delle principali programmazioni internazionali vi resterà gran poco. Questa messa al bando non ha riguardato nemmeno gli artisti: tutte le stagioni sono giustamente piene di musicisti russi, in alcuni casi ancora residenti o attivi in patria, in altri emigrati altrove per praticità di viaggi oppure per evitare di finire al fronte – perché questo aspetta molti giovani russi.

2) «Cosa me ne frega delle opinioni politiche di un musicista?»
Questa è una domanda retorica frequentissima nei sostenitori del laissez faire, secondo i quali se un artista sia d’accordo o meno con le azioni di un governo, è affare suo. Spesso, questa opinione è connessa all’idea che non chiamare quell’artista per via delle sue posizioni politiche è censura degna del peggior regime novecentesco, o appiattimento su un presunto “pensiero unico” (ma chi l’hai mai visto questo pensiero unico? Io vedo solo gente che litiga, non so voi).
La posizione è in realtà radicata nella curiosa convinzione che cultura e politica siano mondi diversi, anziché sfaccettature della medesima realtà. Si legga il rapido e dritto al punto commento di Carlo Emilio Tortarolo in merito a questo aspetto: qualsiasi atto artistico e culturale è, che lo si voglia o meno, un atto politico, perché esprime una scelta, un’idea e una visione del mondo. Nessuna nostra azione si colloca nel vuoto: dallo yogurt che compriamo al banco frigo al nome che scriviamo su una scheda elettorale, passando anche per i contenuti culturali di cui fruiamo, tutto porta con sé una rete di significati ben più elaborata, rispetto all’edonismo deresponsabilizzante di chi pretende di godere dei propri piaceri in una bolla separata dal mondo.
Qualsiasi atto artistico e culturale è, che lo si voglia o meno, un atto politico, perché esprime una scelta, un’idea e una visione del mondo.
Non c’è modo di sfuggire a questa evidenza, nemmeno infilando la testa sotto la sabbia. Astenersi dal prendere una posizione è a sua volta una scelta che comporta delle conseguenze. Professarsi antiputiniani e scrivere messaggi di pace, per poi accettare o persino promuovere l’invito di figure che sostengono pubblicamente l’invasione dell’Ucraina è ammantare di un velo d’ipocrisia una scomoda verità: l’incapacità di distaccarsi dal proprio privilegio o in alcuni casi dal proprio diretto tornaconto.
3) «Ma tanto non serve a nulla»
Un altro argomento comune in queste conversazioni è che le opinioni di un musicista non contino nulla, e che in fin dei conti se anche una colonna portante della musica e della cultura russa si esprimesse contro la guerra non avrebbe alcun effetto. Di conseguenza, non ha nessuna conseguenza politica invitarlo a dirigere. Questa posizione è, me lo si conceda, a dir poco ingenua. I recenti articoli de Linkiesta rimettono al centro dell’attenzione fatti e informazioni che non dovrebbero essere ignoti a chi conosce il mondo della musica, proprio perché con strettissimi rapporti tra figure come Valerij Gergiev e altri noti oligarchi della musica (e non solo) hanno a che fare. Qui non stiamo parlando solo di musicisti, ma di figure capaci di spostare enormi risorse, sia economiche, sia politiche.
La cultura ha un impatto enorme sulle nostre vite, anche se spesso non ce ne rendiamo conto, e i russi lo sanno bene. Ne è un esempio la famosa lettera con cui nel 2014 il governo di Putin si premurò di raccogliere consenso per l’occupazione della Crimea, con la firma di oltre 500 artisti e figure di spicco della cultura a sostegno dell’operato del governo. Tra questi, spiccano i nomi di musicisti ben noti a livello internazionale come Yuri Bashmet (n. 34), Valerij Gergiev (n. 97), Denis Matsuev (n. 270), Vladimir Spivakov (n. 404), che in Russia sono anche figure di enorme importanza istituzionale. Spiccano anche, però, numerose assenze, che smentiscono chi sostiene che opporsi al governo sarebbe necessariamente un atto suicida come al tempo delle purghe staliniane. Dove sono le firme di artisti altrettanto celebri e attivi in Russia quali Mikhail Pletnev, Nikolaj Luganskij, o Tugan Sokhiev – che nel 2014 aveva già preso l’incarico di direttore musicale del Bolšoj di Mosca – oppure di una figura pur controversa come Teodor Currentzis? Ma soprattutto, se il consenso degli artisti è ininfluente sulla politica, perché allora creare questa lettera? E perché nel dicembre 2023 far figurare Gergiev, Bashmet e Abdrazakov tra gli oltre 700 sostenitori scelti soprattutto tra artisti, scienziati e sportivi per sostenere la ricandidatura di Putin?
Questo non significa pretendere che ogni artista debba prendere posizione, quella rimane una scelta interamente personale, ma comprendere che l’idea dell’indifferenza della politica alla cultura è completamente senza fondamento. Bandire un direttore non equivale certo a fermare la guerra, ma invitare un fiero ambasciatore della politica del Cremlino come Valerij Gergiev a Caserta avrebbe significato muovere il primo passo verso una normalizzazione dei rapporti con l’establishment del governo di Putin, mentre a Kyiv piombano le bombe e di veri negoziati di pace se ne vede a malapena l’ombra.
4) «Lasciate che gli artisti costruiscano ponti!»
Un’altra, popolarissima, opinione è che i grandi artisti russi dovrebbero diventare ponti tra Oriente e Occidente, favorire un dialogo venuto a mancare a causa della guerra e che, anzi, di questa guerra è forse proprio la causa.
Alle ragioni della popolarità di questa posizione, c’è un ragionamento astratto che ignora bellamente i fatti e i dettagli per muoversi su massimi sistemi. Chi non sarebbe d’accordo sulla pace, sul dialogo, sulla speranza di un futuro migliore? Mi verrebbe da rispondere: proprio alcune delle figure al centro di queste polemiche. Per tornare al punto 1, qui non si sta facendo la guerra alla cultura russa. Il punto è protestare di fronte all’invito di una figura che si è pubblicamente esposta a favore dell’invasione, approvando nei fatti l’operato del governo Putin e adottando dunque una posizione diametralmente opposta a quella del dialogo di pace.
È nota a tal proposito la posizione del Governatore della Regione Campania, De Luca, il quale ha equiparato l’invito di Valerij Gergiev alle conversazioni tra Trump o Macron con Vladimir Putin. Ma il confronto non regge, sarebbe come paragonare incontrarsi per discutere di un cessate al fuoco ad invitare Lavrov per giocare a golf nella tenuta di Mar-a-Lago. Questo evento non avrebbe avuto assolutamente alcun intento di aprire al dialogo. Valerij Gergiev non avrebbe diretto un programma in cui affiancava compositori ucraini e russi per lanciare un messaggio di pace, bensì un classicissimo concerto estivo all’aperto, con la Sinfonia della pietroburghese Forza del destino di Verdi affiancata alla amata Quinta Sinfonia di Čajkovskij e per finire strizzata d’occhio al botteghino con il Bolero di Ravel. Quale ponte, quale dialogo sarebbe stato rappresentato?
L’altro frequente e impreciso parallelismo riguarda la Guerra Fredda e il ruolo degli artisti. Impreciso in primo luogo perché qui non siamo in una guerra fredda ma in una guerra bella calda in cui i droni giustiziano i civili per le strade di Cherson: prima di parlare di dialogo bisognerebbe innanzitutto arrivare a un cessate il fuoco, in seguito al quale poter effettivamente lavorare di mediazione culturale per costruire una pace. E probabilmente, a poter fare questo lavoro di mediazione, dovranno essere figure ben più neutrali, certamente non Gergiev, ormai figura più politica che musicale come abbiamo visto.

5) «Si lasci in pace l’arte e si smetta di comprare gas russo piuttosto»
Questa è facilmente smontabile: abbiamo già smesso.
E se ci si lamenta che questo stop al gas russo sia arrivato troppo tardi, si può facilmente argomentare che il processo di smarcamento è cominciato nei mesi subito successivi all’invasione, ma che chiaramente trattandosi di materia ben più complessa rispetto all’imposizione di una sanzione contro uno o più individui, ha richiesto anni di sofferto lavoro. Un lavoro che non sarebbe forse stato possibile se non ci fosse stata una reazione così forte (e duratura, tre anni dopo ne stiamo ancora parlando) contro quanto sta succedendo in Ucraina. E questa reazione è dovuta anche alle scelte in ambito artistico e culturale che sono state fatte.
Tra gli effetti dell’arte e della cultura, c’è sempre quello di costruire un contesto, un modo di leggere la nostra contemporaneità. La scelta di compiere azioni complesse e costose come ristrutturare interamente l’approvvigionamento delle nostre città sempre più energivore anziché tirare avanti come se nulla fosse, è dovuta anche ad atti di protesta come questo. Atti in cui a gran voce si condanna l’invasione, si chiede un cessate il fuoco e l’inizio delle trattative per la pace, ma soprattutto si protesta perché chi sostiene questa guerra ritorni nell’ambito del “socialmente accettato”. Una delle conseguenze di invitare Gergiev a Caserta nel silenzio collettivo sarebbe stata la definitiva accettazione di questa situazione, quando invece è importante tenersi desti e accorti. Anche quando la stanchezza, umana e comprensibile, nei confronti delle disgrazie distanti ci farebbe cedere al confortevole abbraccio del puro piacere estetico.
6) Bonus track: «E allora Israele?»
Questo è nuova rispetto al 2022 ed è un tormentone che sta circolando molto in questi giorni. Perché questi due pesi e due misure? Perché se boicottiamo gli artisti russi vicini al governo di Putin non boicottiamo anche quelle israeliani, visto il massacro che si sta compiendo a Gaza e i crimini compiuti dai coloni in Cisgiordania?
Giusto. Domanda legittima: ma allora che si protesti anche per quello. Un artista prende pubblicamente posizione a favore dell’occupazione della Cisgiordania, o si espone politicamente per sostenere le frange più guerrafondaie del governo di Netanyahu e questa cosa non ti va giù? Protesta! Scendi in piazza, scrivi articoli, promuovi petizioni che mettano pressioni su musicisti con una grande reputazione e influenza culturale e politica in Israele. Ma non depotenziare con la tua battaglia per una causa che ti sta a cuore chi invece combatte per un’altra.
Ah, e se ve lo foste perso, tra l’altro, negli ultimi mesi hanno cominciato a farsi più presenti manifestazioni di solidarietà a Gaza e richieste di fermare i bombardamenti sulla striscia da artisti e istituzioni culturali in giro per l’Europa. Non ancora abbastanza, certo, ma è un inizio. Se la causa vi sta a cuore, potete sostenerla attivamente e aiutare chi è in difficoltà anche con poco. Firmare una petizione non fermerà certo le bombe, ma rimanere vigili, protestare e rifiutarsi di vedere anestetizzate le nostre emozioni di fronte alla morte e alla violenza è il più essenziale e basilare dei nostri doveri di esseri umani.
