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La mia prima Prima

di Alessandro Tommasi - 10 Dicembre 2022

“Tommasi in smoking alla prima della Scala è la dimostrazione che l’Occidente ha fallito” – A. Mattioli

Di tutto ciò che posso ricordare dalla lunghissima serata del 7 dicembre, l’abrasivo sarcasmo con cui Mattioli mi ha accolto è la prima cosa che mi capita sotto le mani mentre comincio il mio resoconto. La Prima della Scala, lo sappiamo, è un evento di altissima mondanità. Non stupirà se la mia sensazione, dunque, era di trovarmi in una di quelle serate dell’alta società, quelle descritte nei romanzi ottocenteschi. Insomma, mercoledì sera io mi sentivo una debuttante al suo primo ballo. E infatti ho passato una settimana a tormentarmi sulla domanda che normalmente mi impiega dai dieci secondi ai cinque minuti: cosa mi metto?

L’acquisto dello smoking, ahimè, andava fatto. Forse potevo svegliarmi fuori e non andare a comprarlo il giorno prima ma, appunto, errore da debuttante. Così come ritrovarmi la mattina dopo con le irritazioni da colletto inamidato perché avrei dovuto farmelo sistemare meglio. Poco male, al massimo mi uscirà il callo da violinista, equidistribuito sui due lati del collFo. In ogni caso, acquistato lo smoking, il giorno dopo mi sono comunque dovuto svegliare alle 6, fuggire a Padova per una riunione, poi tornare, cambiarmi nel negozio in cui avevo preventivamente lasciato tutte le cose, affidare lo zaino alla buon’anima della mia ragazza che mi ha raggiunto appositamente, poi dirigermi in Scala a passo spedito e fendendo i flutti di milanesi (e non) che affollavano i dintorni del Duomo nel giorno di Sant’Ambrogio, sicuro di essere in ritardissimo per poi trovarmi in anticipo di mezz’ora. Ancora: errore da debuttante.


Le proteste

Il mio arrivo di fronte al Piermarini si è scontrato con le (tiepide) manifestazioni contro la messa in scena di un’opera russa con interpreti russi e contro l’uso di gas e combustibili fossili. Quest’ultima riprendeva le proteste che hanno visto alcuni attivisti imbrattare l’ingresso della Scala con zuppa e vernice al mattino. Mi sembra giusto spendere due rapide parole su queste proteste. Quelle contro il Boris non incontrano il mio favore, nonostante mi sia già chiaramente esposto sul tema Gergiev allo scoppio del conflitto. Chi accomuna il caso del direttore al mettere in scena l’opera di Musorgskij intorbida le acque: in nessun modo una censura acritica dell’arte russa è paragonabile a prendere una posizione nei confronti di chi ricopre ruoli istituzionali in Russia e appoggia (più o meno apertamente) le scelte del governo. Ancor più quando l’opera in questione è una evidente critica al potere e mostra chi paga davvero il prezzo delle guerre dei potenti. Diverso il tema delle proteste ambientali. Oltre ad avere ragioni ben più condivisibili, questo tipo di manifestazione è a mio avviso tutt’altro che inefficace. Scopo di una protesta è scuotere le coscienze, strappare il velo di indifferenza e raggiungere anche coloro che per pigrizia preferiscono sedare il pensiero ogni volta che si presenta all’uscio. Colpire opere d’arte e grandi monumenti, peraltro in modi inoffensivi che scandalizzano ma non arrecano danni irreversibili, testimonia l’enorme valore che diamo all’arte. Ma non solo, con queste azioni estreme si può raggiungere platee di uditori come quelle della Prima della Scala, composte in larga parte dalla classe dirigente politica ed economica. Decisamente un pubblico da smuovere, quando si parla di inquinamento e cambiamento climatico. Non mi dilungo oltre su questo tema – che peraltro non avevo nemmeno pensato di affrontare prima di cominciare a scrivere – ma è una riflessione che è sorta spontaneamente, quando tutto agghindato stavo per tuffarmi in un parallelepipedo contenente alcune delle persone più ricche di una delle città più ricche, di uno dei paesi più ricchi di una delle parti più ricche del mondo.


L’élite

Vorrei saper scrivere pezzi sulla elegante società milanese, tra antiche signore botuliniche e pinguini abbronzati dai capelli laccati, ma lascerò questa incombenza alla ben più avvezza penna di Alessandro Cammarano. Anche perché devo ammettere che sono rimasto un po’ deluso: nutritomi per anni di racconti mitologici e foto stupefacenti, ormai mi ero abituato a pensare alla Prima della Scala come ad una sorta di Lucca Comics della musica classica. Sulla concentrazione di persone per metro quadro ci siamo: nel foyer della Scala ti fai strada a gomitate come nelle vie di Lucca sotto Ognissanti. Mi immaginavo però colori sgargianti e vestiti degni dei migliori cosplayer, ma, con mio disappunto, al netto dell’elegantissimo dress code il contesto era piuttosto sobrio. Sarà la crisi, signora mia.

Meno deludente della sfilata di moda, quella dei politici. Oltre all’immancabile Sergio Mattarella, quest’anno il palco reale era particolarmente affollato: il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il Presidente del Senato Ignazio La Russa, il Sindaco di Milano Beppe Sala, il Governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana e, sul versante internazionale, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Oltre a loro, almeno quattro ministri in sala, tra cui il Ministro della Cultura Sangiuliano. Copiosi applausi all’entrata di Mattarella (anche se non i 15 lunghissimi minuti dell’anno scorso), cui ha seguito l’esecuzione degli inni italiano ed europeo. Ma una volta terminate tutte le varie ufficialità da cerimoniale, è finalmente cominciata la vera ragione per cui eravamo tutti quanti riuniti in questo 7 dicembre: il Boris Godunov di Musorgskij.


L’opera

Questa Prima è stata una delle migliori degli ultimi anni. La scelta del repertorio è stata coraggiosa (soprattutto pensando alla diretta televisiva nazionale), ma ha premiato a livello qualitativo. La mia visione dell’opera è stata in realtà un poco accidentata, in piedi in un affollato palchetto a sporgermi per non perdermi un buon terzo di palco, ma questo non mi ha impedito di avere i brividi a più riprese.

Se non avete seguito la diretta, recuperate in fretta la differita su RaiPlay (non resta online che un paio di settimane) perché merita veramente. La scelta di portare in scena l’Ur-Boris, la prima versione approntata da Musorgskij, ha consentito di concentrare un’attenzione ancora maggiore sulla figura dello Zar Godunov, che domina la scena senza concorrenti. D’altronde, difficile desiderare di meglio quando nei panni di Boris troviamo Ildar Abdrazakov, capace di affrontare il ruolo con nobile maestosità, senza forzare l’emissione in atteggiamenti grotteschi, sempre nel personaggio fino al lancinante delirio finale che conduce alla sua morte (qui, accoltellato da sicari spediti dal falso Dmitrij, una scelta non necessariamente condivisibile). Anche per questo la direzione di Riccardo Chailly ha funzionato particolarmente bene. Prediligendo una linea a volte anche troppo ordinata ed omogenea, ha trovato una perfetta intesa con Abdrazakov, portando in rilievo gli inquietanti fremiti e le maestose scene corali come se sgorgassero da un flusso ininterrotto di musica, lontano dagli stereotipi (non certo privi di fondamento) che vedono in questa musica una forza grezza e selvaggia, non addomesticata.

L’idea di un flusso che scorre torna anche nello spettacolo di Kasper Holten, ma questa volta il riferimento è alla storia che fluisce liberamente nella cronaca del monaco Pimen, l’unico alla ricerca della verità dei fatti, contrapposta alla verità dei potenti. Centro drammaturgico dello spettacolo, l’apparizione del fantasma insanguinato dello zarevič Dimitri, che calca le scene in continuazione, simbolo dell’assassinio commissionato da Boris ma anche del suo rapido sprofondare nella follia, divorato dai sensi di colpa e dai presagi di un futuro di sangue che attende i suoi, di figli. Lo spettacolo è di grande impatto, retorico il giusto e molto suggestivo, anche grazie alle magnifiche scene di Es Devlin e i costumi di Ida Marie Ellekilde.

Fenomenale il Coro della Scala diretto da Alberto Malazzi, cui si devono alcune delle scene più impressionanti dell’opera, tra le quali spicca la celebre scena dell’Innocente, nel quarto atto, con la disperata richiesta di pane urlata a pieni polmoni. Poter vantare un coro di questo livello, splendidamente affiancato dal Coro di voci bianche dell’Accademia della Scala, dovrebbe essere veramente motivo d’orgoglio per tutto il Paese.


La serata

La mondanità è proseguita nell’intervallo al Ridotto Toscanini, affollatissimo, in cui la principale forma di divertimento è stata cercare di indovinare i nomi di varie celebrità per rendersi conto della propria ignoranza quando si parla di televisione oggi (tutti i miei riferimenti sono fermi a una decina di anni fa e pure quelli scricchiolano), e poi in forma più rilassata con cene, drink e post serata. Rientro al domicilio: 4.10 del mattino, stanco ma felice. Soprattutto di potermi cavare smoking e papillon e tornare a scoprire il piacere di deglutire. Ma d’altronde, quale debuttante non ha dovuto soffrire per stringere il corsetto al suo primo ballo di gala?

Highlight della serata:

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