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Gergiev non deve tornare in Scala?

di Alessandro Tommasi - 25 Febbraio 2022

Oggi, 24 febbraio 2022, la Russia ha invaso l’Ucraina. Mentre scrivo queste righe, qualcuno, non così lontano da me, sta combattendo, soffrendo e morendo. Il discorso ci riguarda tutti, il mondo culturale non può restare a guardare: e non l’ha fatto. Oggi, in un clima di collettiva solidarietà per l’Ucraina,  il Sindaco di Milano Beppe Sala e il Sovrintendente del Teatro alla Scala Dominique Meyer hanno chiesto al grande direttore russo Valery Gergiev di rilasciare una dichiarazione in cui condanni la situazione e auspichi un pronto ritorno alla pace. Se non dovesse distanziarsi dall’aggressione russa, il Teatro sospenderà le collaborazioni con Gergiev per le restanti recite di Dama di Picche, dopo una trionfale prima, e (suppongo, ma non viene specificato) per il concerto previsto il 7 marzo con la Filarmonica della Scala e Mao Fujita al pianoforte. Putiferio. Il mondo della musica classica si divide in due: chi è entusiasta della presa di posizione e chi la critica ferocemente. Ora che la questione è entrata ufficialmente anche nel mondo della musica, com’era prevedibile e persino auspicabile, è nostro dovere parlarne e discuterne. Termino questa premessa specificando che Quinte Parallele crede e incentiva il dialogo anche tra posizioni distanti, se civilmente argomentate. Chiunque voglia esprimersi e lasciarci una sua riflessione, è il benvenuto su queste pagine.

Non una caccia alle streghe: il martirio di Gergiev

Ho letto numerosi commenti che condannavano l’azione contro Gergiev, accusando Sala e (meno) Meyer di accanirsi contro un artista che non ha colpe e ininfluente sulle scelte del Cremlino e prevedendo una caccia alle streghe per i musicisti russi, una messa al bando di tutto il repertorio russo dalle nostre scene, un’escalation irrefrenabile di isteria antirussa che dilagherà ciecamente. Non ho dubbi che assisteremo anche a generalizzazioni, ma quella mossa a Gergiev non è una generica accusa contro un generico musicista russo, è un’azione specifica verso un musicista che non solo è vicino a Putin fin dagli anni ’90 (e fin qui, sono affari suoi), ma ha preso pubblicamente posizione a favore delle politiche espansionistiche di Putin. È ben nota una lettera che risale al marzo 2014, in cui Gergiev compare come firmatario (firma n. 97) insieme a musicisti del calibro di Yuri Bashmet (n. 34), Denis Matsuev (n. 270), Vladimir Spivakov (n. 404) e altri ancora. Oggetto di questa lettera è, appunto, il sostegno all’invasione da parte della Russia della Crimea, uno dei momenti centrali del percorso che ci porta oggi alla guerra russo-ucraina.

Gergiev, inoltre, è uno dei musicisti più celebri e più in vista al mondo, ruolo che ha già in passato utilizzato per mandare messaggi non solo artistici ma anche politici. Dal 1998, Gergiev è direttore musicale della World Orchestra for Peace, un’orchestra a progetto fondata da Georg Szolti nel ’95, oggi non è particolarmente attiva, ma che ha avuto diversi progetti in passato, tra cui la partecipazione ai Proms proprio con Gergiev e un intero documentario dedicato al tema. Per il direttore dell’orchestra della pace, chiedere la pace sembrerebbe tautologico. Tutti ci ricordiamo, poi, Gergiev alla guida dell’Orchestra del Marinsky sulle rovine di Palmira nel 2016, in un messaggio forte e chiaro di lotta alla barbarie della guerra e del terrorismo con la bellezza della musica (pur con le sue ombre anche in quel caso). Dunque, mi si perdoni la domanda retorica, ma davvero dobbiamo chiederci perché proprio da Gergiev ci si aspetti una dichiarazione chiara in merito alla guerra in corso?

Valery Gergiev non è un musicista, Valery Gergiev è un simbolo, un simbolo del contatto costante tra cultura e politica. Il suo caso non si applica a tutti i musicisti russi, anzi. Siamo oggi molto lontani dalle condizioni e dal nazionalismo antigermanico che fece bandire tutta la musica e i musicisti tedeschi dai palchi italiani o francesi durante la Prima Guerra Mondiale, qui nessuno mette in dubbio il valore artistico del patrimonio storico che ci è stato tramandato. Anzi, promuovere questo repertorio, dare spazio alla cultura russa è ora più importante che mai, per ricordarci che la Russia non è solo questo, non è solo la nazione che rinverdisce le nostalgiche mire espansionistiche e declassa l’Ucraina ad una propria estensione. La Russia è molto di più: proprio per questo bisogna chiedere al musicista russo per eccellenza di prendere una posizione che sia consapevole delle conseguenze, per questo è importante che proprio Gergiev vada sul palco della Scala a chiedere la pace e ad impegnarsi perché questa richiesta non rimanga una facciata.

I musicisti non facciano politica: la responsabilità dell’artista

Che cultura e politica siano due cose diverse è un’assurdità rassicurante che fa dormire sogni tranquilli a chi non vuole affrontare discorsi complessi. La cultura è, da sempre, un atto politico. L’arte porta sempre con sé una visione del mondo, un’idea che dalla soggettività viene proposta e comunicata alla collettività. Che le due cose siano strettamente interconnesse ce l’hanno dimostrato proprio i russi, e con loro tutti i regimi del Novecento, che la cultura la sorvegliavano molto da vicino e con precisione maniacale. La cultura è uno straordinario mezzo di comunicazione. Chi afferma che la guerra si faccia solo con i numeri e con freddi ragionamenti burocratici sceglie di ignorare millenni di propaganda culturale che chiedeva ad artisti e intellettuali di esprimersi e di sostenere le azioni militari del regno, impero, stato, regime di turno. L’essere umano ha bisogno di credere che ciò che sta facendo sia nel giusto e di sentirsi parte di una comunità che condivide questa idea. Fare la guerra non è solo un’azione economica, è una scelta culturale. Per questo, al momento dell’invasione della Crimea nel 2014, il governo russo ha richiesto a centinaia di artisti russi di sostenere pubblicamente il proprio operato con la lettera che menzionavo: ogni governo ha bisogno di mostrare di essere dalla parte della ragione, ne ha bisogno a livello di politiche interne ed internazionali.

Un artista, e in questo caso un musicista del livello di Gergiev, ha la possibilità di parlare ad un pubblico ampio, che trascende i confini nazionali grazie alla stima e alla popolarità di cui giustamente gode in tutto il mondo. L’accesso a questa platea internazionale è un grande potere, da cui derivano necessariamente grandi responsabilità. Gli artisti hanno non solo il diritto, ma la responsabilità di esprimersi, di portare avanti un’ideale, una visione di come vogliono che sia il mondo. Lo dimostrano, in queste ore, gli appelli convinti di musicisti russi quali Jurowski, Kobrin, Bychkov. Se Gergiev, figura vicinissima a Vladimir Putin, prendesse le distanze da questa guerra, l’azione avrebbe una forza comunicativa notevole e incrinerebbe la pretesa di consenso totale che la Russia porta avanti. È dunque significativo questo silenzio di Gergiev, silenzio che potrebbe essere rotto in qualsiasi momento. Se Gergiev si schiera con la guerra, chi collaborerà con lui approverà tacitamente la sua visione. Non si cerchino scappatoie, oggi giudichiamo nello stesso modo gli artisti che collaborarono con i passati regimi. Qui non stiamo parlando solo di diverse visioni politiche, stiamo parlando di una guerra che si sta combattendo in questo momento e su cui possiamo e dobbiamo prendere posizione. È arrivato il momento in cui anche noi cominciamo a prenderci la responsabilità per ciò che si fa e per ciò che non si fa.

Troppo a lungo il mondo musicale classico ha preteso di vivere secondo regole diverse, troppo a lungo abbiamo ignorato il fatto che le nostre scelte hanno delle conseguenze sul mondo che ci circonda. Questa presa di consapevolezza la vediamo nella crescente attenzione alle tematiche sociali, alla crisi ambientale e al tema della diplomazia culturale. Abbiamo guardato con ammirazione a progetti come la West-Eastern Divan Orchestra, ci siamo lasciati ispirare, abbiamo iniziato a credere che la cultura abbia effettivamente la capacità di trasmettere idee, di mettere in contatto popoli e culture e di educare tanto chi suona, quanto chi ascolta ad una convivenza pacifica, a volte riuscendoci, più spesso fallendo, ma comunque cercando di fare la propria parte anziché restare in panchina ad osservare. Durante la pandemia, abbiamo a gran voce chiesto che la cultura non fosse trattata come un lusso, un bene superfluo, un diletto per ricchi. Perché questo avvenga e la cultura si collochi al centro della nostra società, è essenziale che gli artisti comprendano che a quella società rispondono anche loro. Puoi essere il più grande genio al mondo, ma rimani sempre un cittadino.

Anestetizzati dal piacere: l’irrinunciabilità del privilegio

Gran parte delle critiche mosse alla scelta della Città e del Teatro partono dal fatto che il danno estetico sia enorme, che perdere un artista del livello di Gergiev sia un suicidio per un’istituzione come la Scala. Mi permetto di scendere nel personale: io aspettavo questa Dama di Picche da mesi, così come attendevo fremente il concerto con Gergiev e Fujita il 7 marzo (che è pure il mio compleanno e mi sembrava un sogno celebrarlo così). Vivo la mia vita parcheggiato in sale da concerto e teatri, dalla mattina alla sera non mi occupo che di musica, non c’è niente che abbia maggior valore nella mia esistenza. Ma davvero stiamo mettendo sullo stesso piano il godimento estetico di una serata in teatro con una guerra?

È stato anche molto commentato che bandire un musicista non serva a nulla, provate a fare a meno del gas, degli investimenti finanziari, del petrolio! Infatti, non a caso, le prime azioni politiche stanno andando proprio a sanzionare questi ambiti e a cercare disperate alternative al gas russo alla cui canna siamo tutti attaccati. Qui, di nuovo, si gioca secondo le regole del benaltrismo, per cui i problemi sono sempre altrove. È ovvio che una guerra ha profonde ragioni economiche, che ci sono mille e più ambiti che beneficiano o al contrario soffrono a causa di un conflitto armato, così com’è ovvio che la cultura non produce il PIL del mercato d’armi, ma questo non significa che si possa far finta di nulla e non prendere una posizione. Ciò che si sta affermando, rifiutandosi di affrontare il tema, è: andate a fare la guerra altrove, ma lasciateci qui a godere della nostra musica indisturbati. Noi italiani siamo maestri in quest’opera di separazione dal mondo. Mi ricordo ancora una velenosa battuta rivoltami, giustamente, da un collega in uno dei miei vari lavori all’estero: “qualunque cosa tu abbia fatto in vita, ci sarà sempre un posto per te in Italia”. Quando qualcosa è moralmente disdicevole, ma va a ledere un nostro vantaggio, un nostro privilegio, un nostro piacere, siamo abilissimi nello scansare la questione, nel rifiutarci di vedere le conseguenze dei nostri gesti, nell’avvocare la presunta distinzione tra cultura e società per difendere il nostro diritto a fruirne senza turbamenti. Quando si tratta di compiere un sacrificio per mandare un messaggio, sappiamo trovare infiniti cavilli che dimostrino che non ha senso, che è meglio tacere, che alla fine non conta nulla e noi non possiamo farci niente. In questo modo si anestetizza la discussione e si preserva lo status quo. Quello che il Teatro alla Scala ha fatto, invece, è stato quasi inaudito, da settant’anni a questa parte: ha dichiarato di essere pronta a danneggiarsi, pur di dimostrare integrità su almeno questo, vistosissimo aspetto. Lo so, ci sono mille altri aspetti sulla cui integrità si può discutere, ma allargare il discorso disordinatamente è inquinare le acque. Le cose si affrontano una alla volta, se si vogliono veramente affrontare. Questa volta, per una volta, il Teatro alla Scala è stato davvero il teatro di Arturo Toscanini.

Cosa possiamo fare ora?

Il nostro ruolo, da persone che operano nel mondo culturale e artistico, è far sì che il gesto della Scala non resti solo un lavaggio di coscienze, non sia solo un atto di solidarietà fine a se stesso, ma si inserisca in una visione generale di cosa fare perché anche la musica possa svolgere il suo dovere in una necessaria spinta verso la pace. Non possiamo accettare che uno stato ne invada un altro, non possiamo accettare una guerra, non possiamo continuare a ripetere schemi già troppo ripetuti e che abbiamo appena dismesso con la crisi afghana. Bisogna continuare a parlare di ciò che succede, come richiesto dalla direttrice Oksana Lyniv, e dobbiamo continuare ad informarci senza preconcetti. Già in queste ore stanno nascendo iniziative  e progetti per tamponare la spaventosa crisi umanitaria che ci troviamo di fronte: trovarli, promuoverli, dare un aiuto concreto è qualcosa che anche noi dobbiamo fare. E abbiamo uno straordinario strumento per farlo, la musica, l’arte, la cultura, qualcosa capace veramente di commuovere e di far penetrare nell’intimo idee che razionalmente non riescono a trovare posto. Il nostro ruolo è di prevenire il dilagare dell’odio indistinto, abbiamo il dovere di continuare a suonare musica russa e di favorire lo scambio e il dialogo tra musicisti, opponendoci ostinatamente a tutto ciò che può dipingere genericamente i russi come i cattivi da combattere, ma riflettendo invece su tutte le cause, da ambo i lati della vicenda, che hanno portato a questa tragedia. Ma, soprattutto, dobbiamo continuare a fare tutte le pressioni di cui siamo capaci come individui e come istituzioni perché questa guerra non si trasformi in qualcosa di ancora più grande. E se dobbiamo rinunciare a Valery Gergiev per farlo, a Gergiev rinunceremo.


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