Chi decide cosa ascoltiamo?
di Carlo Emilio Tortarolo - 17 Novembre 2025
Il potere invisibile della programmazione controllata
C’è un momento ed è un momento che accade ogni giorno, in cui ci sembra di essere totalmente liberi, quasi sovrani dell’universo sonoro che ci circonda, attori attivi del nostro destino culturale.
Quando apriamo una piattaforma di streaming.
Quando cerchiamo un concerto a cui andare nel nostro teatro locale
Quando, semplicemente, accendiamo la radio mentre cuciniamo.
Quella sensazione limpida del ‘ora scelgo io cosa ascoltare’. E in apparenza è proprio così. Scorriamo fra migliaia di brani, centinaia di playlist, decine di suggerimenti fino ad arrivare ad una scelta. Clicchiamo, cambiamo, rifiutiamo. Tutto sembra nelle nostre mani.
Eppure questa libertà è uno specchio che riflette soltanto una parte del reale: quella che è stata già messa davanti ai nostri occhi. Siamo convinti di esplorare un deserto sterminato, quando in realtà camminiamo lungo un sentiero già tracciato da altri. Arriviamo sempre dentro una stanza che qualcuno ha apparecchiato prima che noi entrassimo. L’impressione della scelta è, molto spesso, una scelta filtrata, selezionata e ordinata da qualcun altro per tutti noi.
L’impressione della scelta è, molto spesso, una scelta filtrata, selezionata e ordinata da qualcun altro per tutti noi.
Chi programma e chi assorbe
Immaginiamo la stagione di un teatro d’opera.
La sua creazione viene presentata come un grande atto artistico, un’espressione di visione, identità e tradizione, mentre sulle brochure vediamo titoli noti, qualche recupero raro, un titolo contemporaneo inserito con prudenza e un paio di debutti attesi. Sembra tutto naturale, quasi inevitabile.
Ma quella stagione, prima di essere arte, è un atto di potere culturale. È la dichiarazione politica, nel senso più ampio del termine, di un’istituzione che decide cosa ritenere rilevante, cosa portare al pubblico, cosa rinnovare e cosa dimenticare.
Dietro ogni titolo scelto ci sono bilanci da far quadrare, relazioni con fondazioni bancarie che contribuiscono alle coproduzioni, rapporti con sponsor che desiderano visibilità, considerazioni sulla sensibilità della città e persino equilibri interni ai consigli d’amministrazione.
Tutto questo non avviene in modo segreto: avviene semplicemente. È così che funziona la macchina culturale. Una macchina che conosciamo ormai essere fragile e che per esistere deve continuamente negoziare. Ma quando questa negoziazione viene percepita come un’oggettività, come una sorta di destino estetico, allora scompare l’idea che ciò che ascoltiamo è frutto di un processo selettivo.
E quel che appare naturale, Verdi onnipresente, un’opera barocca ogni tanto, pochissimo Novecento, in realtà di naturale ha poco: è il risultato di una serie di scelte, compromessi, vincoli e preferenze che orientano il nostro ascolto quotidiano dal vivo.
Costruire il canone del presente
Se ci allontaniamo dai palcoscenici e ci avviciniamo ai corridoi e alle aule dove si formano i musicisti, il quadro non cambia: semplicemente si fa più sottile e delicato.
I critici musicali, nel momento in cui assistono ad un concerto e si mettono poi a scriverne una recensione, non stanno solo valutando quella specifica performance. Stanno stabilendo, anche senza volerlo, quali nomi meritano attenzione, quali direttori ‘contano’ e quindi, di fondo, quali interpreti costruiscono un profilo di carriera presente e futura e quali no.
I docenti dei conservatori, nel programmare gli esami, scelgono quali opere vanno suonate e quali possono essere ignorate. Un allievo che studia per anni Beethoven, Schubert e Brahms penserà che quel repertorio rappresenta la musica ‘seria’, mentre ciò che non incontra quasi mai, Britten, Casella, Berio, è da considerarsi periferico, sperimentale, quasi marginale. È una forma di educazione invisibile che orienta la percezione estetica molto più di quanto crediamo e che, di fatto, si tramanda artigianalmente da maestro ad allievo.
Lo stesso accade per i festival e le rassegne: chi cura un cartellone decide, a volte per ragioni logistiche semplicissime, quali autori far emergere, chi sostenere e chi invitare a interpretare un certo repertorio.
Quando un ensemble specializzato riceve un invito a suonare un compositore contemporaneo, quell’invito cambia il destino di un brano: lo porta alla luce, lo rende ascoltabile, lo fa diventare reale. E tanti altri brani, semplicemente, rimangono senza esecuzione. In silenzio. Una somma di scelte piccole e costanti, nessuna delle quali appare decisiva da sola, ma che sommate determinano la geografia dell’ascolto. Creando un canone.
La falsa neutralità dell’algoritmo
Poi ci sono le piattaforme digitali, che hanno cambiato il modo in cui scopriamo musica. Spotify, Apple Music, YouTube, TikTok: ambienti in cui ci sembra di navigare liberamente, mentre in realtà siamo dentro ecosistemi costruiti con logiche interne molto precise.
Le playlist ‘editoriali’, preparate dai team delle piattaforme, non sono una semplice selezione curata con attenzione: sono strumenti strategici per aumentare il tempo di permanenza, fidelizzare gli utenti e orientare la crescita di alcuni cataloghi discografici.

La segretezza industriale che gestisce i criteri interni, con cui gli algoritmi decidono cosa proporre a chi non ci è nota. Ma l’evidenza del fatto che le piattaforme spingono ciò che funziona meglio in termini di engagement e non ciò che ha un valore musicale intrinseco, è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno.
Così come è evidente la dipendenza fra l’esposizione privilegiata dei contenuti e i rapporti con etichette, campagne di lancio e (spesso ingenti) investimenti pubblicitari. Ciò che non entra in questi flussi o che non domina le regole digitali, anche se artisticamente straordinario, rimane invisibile. In silenzio.
Siamo abituati a credere che ‘ciò che vediamo è ciò che funziona’. Ma ciò che vediamo è ciò che è stato messo davanti a noi. E quanto, diamine, ci è comoda questa pigrizia.
Siamo abituati a credere che ‘ciò che vediamo è ciò che funziona’. Ma ciò che vediamo è ciò che è stato messo davanti a noi.
Un artista che finisce in una playlist importante può costruire in una settimana una carriera che ad altri non basterebbero vent’anni. Un video su YouTube che entra nell’onda del ‘consigliato’ diventa, in poche ore, il nuovo riferimento di un pezzo di repertorio.
La logica della visibilità digitale, che moltiplica ciò che già funziona e cancella ciò che resta ai margini, non deve essere più vista come una anomalia ma come l’abitudine.
La politica del gusto quotidiano
Ma il potere più profondo è quello che si esercita nei momenti più piccoli.
Quando un maestro dice “quel pezzo non portarlo ai concorsi, non interessa a nessuno”.
Quando una giuria scoraggia un programma troppo personale “per non disorientare il pubblico”.
Quando si preferisce l’ennesimo Beethoven al rischio di una prima esecuzione.
Questa micro-politica del gusto è potentissima.
Modellizza il repertorio di intere generazioni, influenza la costruzione delle carriere, la percezione del rischio e la sensazione di ciò che è “giusto” suonare.
E restringe il campo del possibile: se i brani considerati ‘da carriera’ sono sempre gli stessi, tutti correranno verso gli stessi pochi titoli, aumentandone l’importanza simbolica e creando un imbuto che produce ansia, pressione, conformità.
Il giovane musicista moderno entra nel mondo con un repertorio già pre-selezionato. Non perché manchi la curiosità, ma perché il sistema gli ha insegnato che la sicurezza si trova solo in una piccola zona di comfort. È questo il terreno soffice, ma fortissimo dell’ansia da prestazione.
Chi non decide mai nulla
E allora viene spontaneo domandarsi: chi fa realmente musica ha davvero qualche potere su ciò che ascoltiamo? La risposta, per quanto dolorosa, è spesso no.
I musicisti non decidono i repertori delle loro città, non decidono quali autori promuovere, non partecipano quasi mai alle scelte strategiche delle istituzioni che li ingaggiano, non entrano nelle commissioni che assegnano fondi, raramente siedono nei consigli che definiscono le linee artistiche di un festival, quasi mai sono coinvolti nella costruzione di una stagione.
È un paradosso che attraversa silenziosamente tutto il settore: chi produce la musica è anche la figura con meno potere reale nel determinarne le condizioni di esistenza.
Chi produce la musica è anche la figura con meno potere reale nel determinarne le condizioni di esistenza.
L’artista non è al centro: è al servizio di una serie di meccanismi decisionali esterni, a volte corretti, a volte discussi, a volte invisibili. E se il pubblico pensa di compiere un atto libero nello scegliere cosa ascoltare, il musicista spesso non può nemmeno scegliere cosa suonare.
Alla fine, è necessario abbandonare ogni idea ingenua: non esiste ascolto neutro. Non lo è la programmazione e non lo è tantomeno l’algoritmo.
Siamo immersi in un ecosistema fatto di scelte, rappresentazioni, preferenze, strategie, negoziazioni. E il nostro percorso d’ascolto è modellato da queste stratificazioni.
La domanda, allora, non riguarda chi ha torto o chi ha ragione, ma riguarda noi: ora che sappiamo che ciò che ascoltiamo è il risultato di decisioni altrui, siamo pronti a mettere in discussione ciò che credevamo di aver scelto liberamente?
