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Alfredo Casella, interprete del suo tempo

di Alessandro Tommasi - 23 Agosto 2021

Prodotto dal Conservatorio Casella de L’Aquila con il sostegno dell’operazione Restart, il volume Alfredo Casella – Interprete del suo tempo curato da Carla Di Lena e Luisa Prayer per Libreria Musicale Italiana è una preziosa aggiunta alla bibliografia caselliana e riassume alcuni dei più interessanti interventi dai convegni svolti nella città abruzzese. Nella sua frenetica esistenza, il compositore torinese ha tessuto una tale trama di incontri e relazioni, spendendosi in un’attività spaventosamente sfaccettata, che la sensazione è sempre quella di grattare la superficie. Tra i principali meriti di questo libro vi è dunque un concreto colpo di badile nella vita e nell’opera di Alfredo Casella, con alcuni saggi di cui, da fedelissimo caselliano quale sono, sentivo veramente l’esigenza.

Dopo le dovute presentazioni e prefazioni, la prima parte del volume è dedicata al «dialogo con le arti e il mondo contemporaneo, la ricerca, il pensiero». Apre le danze Guido Salvetti, con un breve scritto dedicato al contrasto tra dubbio tonale e natura italiana nelle chansons dell’Adieu à la vie. È quella di Salvetti una vera passione per la produzione vocale di Casella, di cui dà qui alcuni interessanti accenni che speriamo di vedere elaborati ulteriormente in un volume dedicato (chissà) alla produzione vocale da camera nel primo Novecento italiano.

Il secondo saggio è di proporzioni più ampie. Francesco Fontanelli, che su Casella è diventato punto di riferimento fin dalla pubblicazione a soli 27 anni del volume su Notte di maggio ed Elegia eroica, ci dona uno scritto esteso ed elaborato sulle radici pittoriche dell’itinerario di Casella. L’intervento permette di approfondire ulteriormente un aspetto fondamentale del Novecento italiano, in questo inspessendo la magra bibliografia su un argomento invece affascinantissimo non solo per chi si occupa di musica ma per chiunque voglia approfondire i punti di contatto tra musicisti e artisti quali Soffici, Carrà, Casorati, De Chirico, Savino e in generale la temperie culturale in Italia e in Europa. Come suo solito Fontanelli affronta il discorso con chiarezza di eloquio che è chiarezza di pensiero, pur andando nel pieno della sostanza musicale alla ricerca di parallelismi tra strutture armoniche e formali e corrispettivi nelle arti plastiche contemporanee.

Carlo Ferdinando de Nardis dedica il suo saggio al Concerto romano per organo, ottoni, timpani ed archi, lavoro fondamentale nella definizione di un neobarocco monumentale. De Nardis affronta il Concerto romano non solo nella vicenda compositiva, ma anche nei punti di contatto con l’arte e l’architettura del tempo e nelle prime esecuzioni e nella ricezione critica, annunciando anche la pubblicazione dell’edizione critica da lui curata per Suvini Zerboni. La necessità di nuove, più attendibili e più reperibili edizioni è peraltro condivisa da molta della produzione di Casella.

L’intervento di Marco Targa, La giara e la nozione di «musica moderna italiana» affronta una questione spinosa e molto discussa: la apparente inconciliabilità del concetto di tradizione italiana e modernità. Targa prende ad esempio La Giara nel suo rapporto con la musica popolare siciliana e ne ricostruisce la vicenda, di per sé già ben documentata, per metterne in luce gli aspetti di personale interpretazione del materiale folclorico proiettata sullo sfondo del modernismo europeo.

Altro argomento altamente discusso è quello che affronta Fiamma Nicolodi nel suo saggio Conversione di un antioperista: il caso de La donna serpente, che ripercorre in poche pagine la genesi e la struttura della più importante opera lirica del compositore.

Il successivo saggio di Gregorio Moppi, Propaganda senza consensi: Il deserto tentato (Maggio Musicale Fiorentino, 1937) è invece tra i più importanti e necessari dell’intero libro. Del rapporto tra Casella e il Fascismo s’è scritto molto e molto si può e si deve ancora scrivere, ma ancora nessuno aveva affrontato di petto l’opera di massimo avvicinamento del compositore al regime e l’unica in cui, nell’esaltazione delle imprese degli aviatori in Etiopia, Casella abbia tentato, fallendo, di creare un lavoro di propaganda. Moppi guida il lettore dettagliatamente nella genesi, nella ricezione e nella partitura della sconosciuta terza e ultima opera di Casella, da lui ritenuta la migliore. Una comprensione de Il deserto tentato, contestualizzata e compresa in ogni suo aspetto, aiuterebbe ad approfondire ulteriormente il rapporto di Casella con il Fascismo. Basti riflettere sull’insistenza di Casella nel riproporre l’opera a Santa Cecilia pochi anni prima della morte, nel 1943, «quando ormai una composizione del genere non aveva più ragione di venire riesumata, essendo ormai la guerra d’Africa perduta e il fascismo stesso al lumicino», per capire l’approccio politico di Casella e la sua fondamentale incapacità di guardare ad altro che al valore intrinseco della musica. Affrontare criticamente, con distacco e senza vergogna ai rapporti tra musicisti e regime (e qui la lezione di Fiamma Nicolodi è importantissima) mi sembra assai necessario per fare davvero i conti con quanto accaduto ormai cento anni fa.

Altro saggio veramente fondamentale è quello di Antonio Rostagno: L’ultima produzione sacra di Alfredo Casella, la Missa Solemnis “pro Pace” op. 71. Del Casella sacro e in generale della tardissima produzione dell’autore si sa veramente poco o nulla. La musicologia ha approfonditamente studiato la produzione centrale, diciamo dai primi anni ’10 ai tardi anni ’20, ma più ci si addentra nella piena maturità del compositore, più i riferimenti scarseggiano. La produzione sacra di Casella consta di soli due brani, Tre canti sacri per baritono e organo e poi la grandiosa Missa solemnis. Se i Canti fungono quasi da prova generale, la Missa è una vera summa della musica caselliana, in cui, scrive Rostagno, «si incontrano due percorsi convergenti, entrambi giunti a un momento drammatico: la storia collettiva e la storia personale dell’autore». Non a caso la partitura reca una data fondamentale: 6 giugno 1944, liberazione di Roma dall’occupazione tedesca, che per Casella (la cui moglie era ebrea) significava anche dover la fine del terrore per la propria famiglia. Nonostante dunque la profonda valenza umana che informa questo capolavoro, perché tale occorre definirlo, quasi nessuno vi si era avventurato con l’approfondimento di Antonio Rostagno, che in oltre 40 pagine di saggio percorre i punti salienti della partitura, cogliendo l’occasione per riflettere sullo stile del tardo Casella, ma anche sul rapporto con la religiosità nella cultura italiana del primo Novecento.

Già solo questi ultimi due saggi varrebbero l’acquisto del volume, ma la seconda parte del volume Alfredo Casella – Interprete del suo tempo, interamente dedicata al Maestro e le generazioni future, è ricchissima di splendidi scritti. L’insegnamento fu una parte considerevole della multiforme attività di Casella e i saggi di questa sezione forniscono sguardi unici e una gran quantità di informazioni preziose. Tali sono infatti quelle contenute nel saggio di Cristina Cimagalli, I corsi di perfezionamento pianistico di Alfredo Casella a Roma, che gettano nuova luce sul Conservatorio e poi sull’Accademia di Santa Cecilia, in cui Casella formò numerose generazioni di musicisti e contribuì a creare il prestigio che le istituzioni romane ancora portano con sé. A coronare l’ottimo scritto di Cimagalli un’Appendice di grande valore, con l’elenco completo di tutti gli allievi di Casella ai suoi corsi romani, corredato di tabella completa delle composizioni eseguite dagli allievi ai saggi.

Parlando di didattica non poteva mancare l’altra istituzione che molto deve a Casella, l’Accademia Chigiana di Siena. Ecco che Alessandra Carlotta Pellegrini vi dedica il suo intervento Alfredo Casella a Siena fra festival, corsi e Settimane musicali, anch’esso preziosissimo per la ricostruzione del rapporto con il Conte Chigi-Saracini, la nascita dell’Accademia Chigiana e la direzione artistica delle Settimane musicali senesi che riportarono in auge tanto del barocco dimenticato. Anche qui sarebbe interessante avere un elenco degli allievi, anche per vedere quanto regolarmente gli allievi di Roma frequentavano anche la Chigiana e quanto invece variasse la classe dei corsi senesi (non esclusa quella di direzione d’orchestra).

Segue l’elaborato saggio di Roberto Calabretto Alfredo Casella, il cinema, la musica per film, in cui si il musicologo approfondisce il rapporto di Casella e della generazione dell’Ottanta con il cinema. Calabretto prosegue poi ad approfondire il lascito di Casella nella musica da film, genere che il compositore non affrontò mai direttamente, e lo identifica soprattutto nel rapporto con gli allievi Nino Rota e Giovanni Fusco, veri padri della musica da film italiana. L’intervento prosegue poi ad approfondire soprattutto la musica di questi ultimi, con ciò allontanandosi in parte dall’argomento del volume, ma non manca di tracciare interessanti parallelismi per chi volesse approfondire il rapporto di Casella e di tutto il primo Novecento italiano con la nascita del cinematografo.

Al rapporto Casella-Rota è dedicato anche il meraviglioso saggio di Angela Annese Alfredo Casella maestro di Nino Rota. Un profilo in controluce dai documenti, anche se con taglio diversissimo. La pianista ripercorre le tappe del rapporto tra Nino Rota e Alfredo Casella, di cui fu studente, e lo fa mettendo a disposizione un gran quantitativo di documenti (diari, lettere, foto) fino a questo momento ancora inediti e preziosissimi per il biografo di entrambi i musicisti, inquadrati in un saggio chiaro, ben scritto e, oserei dire, persino avvincente.

Non dissimile il bell’intervento di Annalisa Bini, Spigolature: nuove fonti sui rapporti Casella – Mortari, con cui si danno alcune importanti pubblicazioni di materiali contenuti nel fondo del compositore lombardo Virgilio Mortari. Si inizia dunque a far luce sul rapporto che portò i due non solo a condividere l’organizzazione delle Settimane musicali senesi, ma anche il celebre trattato di orchestrazione, poi completato e pubblicato da Mortari dopo la morte di Casella. In appendice, il regesto delle lettere inviate da Casella a Mortari e finora inedite, anche questo materiale assai utile per studiosi e biografi.

Renzo Giuliani firma uno degli ultimi interventi del volume, rispondendo ad una domanda fondamentale: perché il Conservatorio de L’Aquila è intitolato ad Alfredo Casella, che a L’Aquila vi fece solo un singolo concerto il 6 marzo del 1937? L’occasione è perfetta per rievocare la storia e la tradizione musicale aquilana, la figura centrale di Nino Carloni, avvocato e animatore della scena culturale cittadina in contatto con alcuni dei più grandi musicisti italiani del tempo, e la vocazione per la musica contemporanea che guidò le attività della Società Aquilana dei Concerti e del Conservatorio di Musica, fino alla scelta che legò per gli anni a venire il conservatorio della città abruzzese con il nome del grande musicista.

Termina con leggerezza l’intervento di Benedetta Saglietti, La seconda vita digitale di Alfredo Casella, in cui la storica della musica racconta del suo esperimento di creazione di un profilo Twitter dedicato a Casella per divulgare e promuovere la musica e l’opera del compositore. Cosa particolarmente interessante è la ricognizione di alcune delle principali iniziative dedicate a Casella, a partire dal grande festival torinese del 2016 che ha di fatto sancito la Casella Renaissance e un rinnovato interesse al Novecento italiano in generale, cui stiamo assistendo. Sarebbe interessante approfondire questo tema in un’analisi della ricezione caselliana nei tempi recenti, riflettendo anche sulle ragioni di queste riscoperte e rivalutazioni a livello nazionale ed internazionale.

A cosa si deve infatti questo interesse alla musica di Casella? Dopo anni in cui difficilmente questo repertorio usciva dalle cerchie degli operatori più arditi, oggi sono sempre di più le stagioni cameristiche e sinfoniche che propongono almeno un evento l’anno in cui i compositori della Generazione dell’Ottanta, ma con essi anche autori subito successivi quali Petrassi e Dallapiccola, assumono ruoli da protagonisti. Si tratta di un fuoco di paglia, destinato ad estinguersi dopo qualche incisione e passata la moda del momento, oppure si riuscirà a sfondare il muro di gomma del repertorio e a vedere stabilmente sui grandi palchi la musica del primo Novecento italiano? D’altronde, se a Berlino Kirill Petrenko sta portando per la prima volta all’attenzione internazionale la musica di Leone Sinigaglia, forse una speranza c’è. In questo scenario, Alfredo Casella – Interprete del suo tempo dà il suo valido contributo nella costante opera di approfondimento e divulgazione dell’arte e della vita di Alfredo Casella.

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