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Dall’Alma Latina alla British Soul – Intervista a Steve Goss

di Marco Surace - 23 Maggio 2023

Stephen Goss è un affermato e prolifico compositore del Galles (Regno Unito), autore di una grande quantità di brani per numerosi strumenti e diversi organici. Oltre a dedicarsi alla composizione, Goss è impegnato nell’ambito della didattica e della ricerca: è professore di composizione presso il Dipartimento di Musica e Media dell‘Università del Surrey, Regno Unito, è professore di chitarra presso la Royal Academy of Music e direttore dell’International Guitar Research Centre. Vista la sua predilezione per la chitarra, alla quale ha dedicato molte composizioni solistiche e cameristiche, quest’anno il Paganini Guitar Festival di Parma lo ha scelto per ricoprire il ruolo compositore in residenza, una novità di questa edizione.

Per questo motivo, lo scorso 16 maggio ho intrattenuto con lui una piacevole chiacchierata, entrando nel merito della sua attività di compositore e didatta, delle sue aspettative per l’imminente Festival, dei “cocktail in musica” (vi starete chiedendo che significa…beh, lo scoprirete proseguendo) e, naturalmente, del Parmigiano Reggiano.

Maestro, Tra qualche giorno lei sarà a Parma per vivere l’atmosfera del Paganini Guitar Festival 2023. Dove si trova adesso?

In questo momento mi trovo a Londra e stasera andrò a vedere un concerto del grande chitarrista Steve Vai. Domani, invece, andrò a vedere la Budapest Festival Orchestra, fanno la Nona Sinfonia di Mahler.

Wow, mica male!

Sì, questa settimana ci sono un paio di concerti interessanti! Poi verrò a Parma, il 24.

Qual è il suo rapporto con la città di Parma? È la prima volta che la visita?  

Sono stato molte volte in Italia, ma è la prima volta che vengo a Parma e sono molto eccitato all’idea di andare nella patria del Parmigiano e, naturalmente, del prosciutto di Parma. Da quando il Regno Unito purtroppo non fa più parte dell’Unione Europea, ufficialmente non ci è più permesso portare con noi prodotti di questo tipo. Quindi, potete immaginare che tristezza… niente formaggio di ritorno dall’Italia.

Ma comunque, magra consolazione, potrà goderselo localmente…

Sì, assolutamente! [ride]

Venendo alle cose serie [non che il cibo non lo sia, anzi!], parliamo un po’ del Festival.
Come avvenuto nelle precedenti edizioni, il Paganini celebrerà il suo omonimo protagonista nel giorno dell’anniversario della sua morte (27 maggio), e in qualche modo questo lo farà anche lei già due giorni prima, in occasione del concerto di apertura. I Musici di Parma, sotto la direzione di Giampaolo Bandini, presenteranno infatti in prima assoluta una sua personale orchestrazione della Romanza dalla Grande Sonata (MS 3).

Esatto! In realtà ho scritto un intero Paganini Concerto per chitarra e orchestra per la Russian National Orchestra e Michail Pletnëv già nel 2014. L’idea era quella di musicare la Gran Sonata, splendido pezzo per chitarra e violino in origine, e trasformarla in un concerto per chitarra. Il pezzo centrale è una Romanza e per il Festival Paganini di quest’anno ho realizzato una versione di quel movimento solo per orchestra. Ma ho anche scritto delle Variazioni suonare accanto alla tomba di Paganini durante la celebrazione dell’anniversario della sua morte. È per violino, mandolino e chitarra, che sono i tre strumenti che Paganini suonava. Anche questa è stata una cosa emozionante da fare.

Tornando al brano paganiniano per orchestra, che organico ha previsto?

È per orchestra completa, quindi ci sono corni, fiati, timpani e archi. L’orchestra ha le stesse dimensioni del Concierto de Aranjuez di Joaquin Rodrigo [che verrà eseguito la stessa sera], ma con l’aggiunta di percussioni.

Sono veramente molto curioso di ascoltarlo e, tra l’altro, mi chiedo: come si orchestrano musiche scritte originariamente per chitarra? Qual è stato il suo approccio?

Beh, ho guardato alle orchestrazioni che Paganini stesso fa nei suoi concerti per violino e al modo in cui scrive per l’orchestra, alle combinazioni, alle dimensioni dell’organico. Il lavoro che ho fatto è molto basato sul suo stile, quindi quando la gente sentirà il pezzo la prossima settimana [il 25 maggio], penserà forse che sia Paganini. È un falso, un vero falso! [ride] Il suo modo di orchestrare era piuttosto conservatore e antiquato all’epoca. Si basava molto sullo stile di Haydn, Mozart e del primo Beethoven. Gli archi, ovviamente, sono la base principale di tutto. In tutto questo, ancora una volta, per me è stato un progetto divertente fingere di essere qualcun altro!

Questo mi fa venire in mente un aneddoto raccontatomi [qui] da Giampaolo Bandini, direttore del Festival, a proposito di una critica che Paganini ricevette all’epoca: si diceva che la sua orchestra sembrasse “una grande chitarra”.

Credo che l’aspetto interessante dell’orchestrazione di Paganini sia il fatto che ci fa capire che egli non era un pianista. Per alcuni compositori, come Brahms o Liszt, si può vedere che pensano in termini pianistici, si può notare cosa è “parte della mano sinistra” e cosa è “parte della mano destra”. Ma nel caso di Paganini e di altri compositori che non suonavano il pianoforte, come Berlioz (suonava la chitarra), l’orchestrazione è un po’ più immaginata nella loro testa; spesso, quando orchestrano escono con cose un po’ insolite, sorprendenti e molto fantasiose.

E magari questo discorso vale anche per lei, Maestro? Immagino che anche il suo passato, o perché no il suo presente, sia segnato dalla chitarra.

Sì, beh ho suonato professionalmente per 27 anni con il Tetra Guitar Quartet e ho fatto molti concerti nella formazione del duo chitarra e voce. La chitarra è il mio strumento principale, assolutamente! Ho suonato anche violino e viola e suono il pianoforte. In realtà sono abbastanza negato con il pianoforte [ride], ma è uno strumento molto utile quando si tratta di comporre. Credo che nella mia musica ci siano aspetti derivati dalla chitarra, non c’è dubbio, come l’accordatura e la concezione dell’armonia.


Alle sei corde lei ha dedicato molte pagine, solistiche o d’insieme, e quindi le chiedo: quali pensa che siano le sfide e le peculiarità del comporre per chitarra? Mi chiedo anche, riconoscendo di essere influenzato dall’essere un chitarrista, come gestisce il suo approccio alla composizione per lo strumento senza “rimanere intrappolato” nella stanza del chitarrismo e delle sue pratiche consolidate?

C’è una grande differenza tra chi suona la chitarra e prende in mano lo strumento per improvvisare e trovare delle soluzioni, e l’approccio che ho io, che è molto più radicale. Mi chiedo: “Quali accordi non siamo riusciti a raggiungere con la chitarra? Posso immaginare qualcosa che ha un suono particolare nella mia mente e poi trovare il modo di realizzarlo sulla chitarra?”. Questo mi succede anche con altri strumenti, sono ossessionato da quello che fanno le mani, da quali dita vengono usate. Quando si studia orchestrazione si capisce che c’è una sorta di logica nelle diteggiature e nei registri degli altri strumenti che non richiede molto tempo per essere appresa. Una volta, in un’intervista, il chitarrista tedesco Tilman Hoppstock mi ha detto: “Beh, deve essere più facile scrivere per chitarra visto che sei un chitarrista” e io ho risposto che, in realtà, per me è vero il contrario. Per la chitarra è un po’ più complicata, perché non appena metti un dito da qualche parte, improvvisamente stai limitando la portata di ciò che le altre dita possono fare o dove possono arrivare. Perciò, spesso, per realizzare quella magia che si sprigiona dallo strumento, cerco di trovare schemi e forme di diteggiatura che permettano di realizzare l’impossibile. Il modo in cui lo faccio è fondamentalmente fingere, dare l’impressione che stia accadendo; questo è qualcosa di davvero molto difficile per i compositori che non sono chitarristi. Per arrivare a quel grado di consapevolezza bisogna investire molto tempo per capire come funziona lo strumento, ed è per questo che molti compositori, in generale, rifuggono dalla chitarra.

Già lo scorso anno, durante l’edizione del 2022, David Russell ha portato in concerto le sue Cantigas per chitarra sola. Ma quest’anno avremo il piacere di ascoltare dal vivo numerosi altri suoi brani originali, sotto le sapienti dita di Lorenzo Micheli e Matteo Mela – SoloDuo – (26 maggio), Rovshan Mamedkuliev (27 maggio) e Zoran Dukic e Aniello Desiderio (28 maggio). Ci può dare qualche spunto per arrivare “preparati” all’ascolto?

Sì, certo. Allora, ho scritto un concerto per 2 chitarre e orchestra, la cui prima edizione è stata nel 2019. River Fragments, il pezzo per SoloDuo, è basato su materiali di questo concerto, e la prima versione del brano è stata eseguita a Padova nel 2021. Quando sento un mio pezzo per la prima volta in pubblico imparo molto su di esso, stando lì, in una situazione reale. Non importa quanto me lo sia immaginato a casa. Quello che ho scoperto di questo brano è che forse era solo un po’ lungo e alla fine l’ho cambiato un po’. A Parma dovrebbe tenersi la prima esecuzione di questa versione definitiva, che è in tre movimenti invece che quattro, è più serrata e molto migliore, credo! [Ride]
Watts Chapel, che sarà suonata da Rovshan, prende il nome da un luogo interessante, una cappella commemorativa situata vicino a dove vivo, nella campagna del Surrey.

È stata costruita dagli abitanti del villaggio ed è molto piccola. Mary Watts era la moglie dell’artista inglese George Frederic Watts, che faceva parte del movimento Pre-raffaelliti, e progettò questa cappella nel 1896, nello stesso periodo in cui Mahler scriveva le sue sinfonie. Così ho pensato: “Non sarebbe bello scrivere un pezzo per chitarra composto principalmente da citazioni delle sinfonie di Mahler?”. E così l’ho impostato partendo da un bel po’ materiale tratto da Mahler, ad esempio dalla Seconda, Terza e Nona sinfonia e dalle liriche, come i Rückert-Lieder. Questo pezzo, che ho scritto per Michael Partington, si è rivelato molto popolare e molte persone lo hanno suonato. Dura circa 5-6 minuti, è piuttosto lento e romantico, e ho cercato di mettere insieme le citazioni in modo che non si abbia l’impressione di saltare da una all’altra, ma che il discorso fluisca.
Il brano che verrà eseguito da Zoran e Aniello, invece, è Cocktail List. Tempo fa io e Zoran stavamo chiacchierando e ci è venuta un’idea divertente: “Perché non scrivere un pezzo che sia fondamentalmente una lista di cocktail, concepita in modo che il pubblico possa scegliere il cocktail che vuole?”. Abbiamo limitato il numero a dodici e ogni cocktail è stato sponsorizzato da un singolo donatore. Alcune persone che hanno sentito parlare del progetto sono rimaste deluse di non poter partecipare. Ogni cocktail ha un proprio carattere, legato al Paese da cui proviene. Per esempio, per l’Italia c’è il Negroni, che suona nello stile di Puccini, dell’opera verista e anche un po’ di Morricone e delle sue atmosfere romantiche. C’è poi anche quello basato sulla Iron Lady, che è inglese e richiama Pomp and Circumstance di Elgar, o ancora l’americano Manhattan, pieno di citazioni di Gershwin. Per Cocktail List abbiamo realizzato un film, girato vicino a Napoli, ed è carino perché alcune riprese sono in una cantina in mezzo alle botti. Anche a Parma, dovrebbe essere divertente! Si terrà domenica 28 maggio, un giorno significativo per me e per il Regno Unito, perché è l’ultimo giorno della stagione calcistica [ride].

Ah ecco, allora faremo un bel brindisi insieme ai musicisti anche per celebrare la finale di campionato!

Esattamente! [ride]

Prima di lasciarci, Maestro, le vorrei fare un’ultima domanda. Lei parteciperà anche al convegno La didattica chitarristica oggi. Strumenti di crescita e confronto, altra novità di questa edizione del Paganini, con un intervento sulla composizione come strumento di gioco e apprendimento per i giovani chitarristi.
Quanto è importante oggi, per un docente di strumento, integrare nella propria strategia didattica elementi teorico-pratici della composizione?

Ovunque nel mondo, sempre e comunque, quasi tutta la musica nasce da musicisti che compongono, improvvisano e suonano, nel senso che fanno tutte e tre le cose. La cosa molto strana della musica classica è che in un certo periodo intorno all’inizio del XX secolo si è assistito a una separazione dei compositori dagli esecutori, mentre per tutto il XIX secolo non è stato così. Abbiamo Paganini, che suonava ma anche componeva e improvvisava, Beethoven, molto noto ai suoi tempi anche come improvvisatore, Lizst, Rachmaninov, Giuliani e Barrios nel mondo della chitarra ecc… Se si guarda oggi ad altri stili, come la musica popolare o folk, c’è molta creatività e improvvisazione. È curioso che nella pedagogia classica ci si basi quasi solo sul suonare opere vecchie e opere di altri, quindi durante il convegno mi soffermerò sul materiale didattico di base e suggerirò come utilizzarlo per fare musica, per inventare. In effetti, quando ho preso lezioni di chitarra – avevo 8 anni – mi sono state mostrate tre note e sinceramente ho pensato che l’idea fosse quella di usarle per fare qualcosa per conto mio. Così la settimana dopo ho detto al mio insegnante: “Ehi, guarda cosa ho inventato”. Mi sono messo nei guai [ride], non gli è piaciuto e ho dovuto fare quello che mi ha detto. Quindi sì, credo che la domanda sia davvero: “Perché non si compone come parte dell’insegnamento?”… mi sembra una cosa molto strana.

Marco Surace

Marco Surace

Segretario di Redazione

Laureato in chitarra classica al Conservatorio "Santa Cecilia" di Roma e in Musicologia all'Università "La Sapienza". Nella mia quotidianità cerco di far convivere la mia ossessione per Maurice Ravel con l'entusiasmo della scoperta di nuove sonorità.

Innamorato perso del violoncello, della musica minimalista e della pasta al sugo. Ho una battuta o un meme per ogni occasione.

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