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Franck e la sua scuola: viaggio in una riscoperta

di Carlo Emilio Tortarolo - 11 Aprile 2022

Non sembra vero: questa primavera e ancora di più l’inizio di aprile sono quanto di più vicino mai provato al 2019, anno in cui l’arrivo della nuova decade sembrava più un’occasione di rilancio che di rincorsa come poi avvenuto.

E se come timidi birilli iniziano a venire giù un po’ di obblighi e di costrizioni generali, l’obbligo di portare la mascherina nei luoghi chiusi è ormai un’abitudine, quasi come dover inforcare gli occhiali per vedere da lontano o da vicino.

Ai molti veneziani, autoctoni o di spirito, non è sembrato quasi vero di poter tornare a sentire musica dal vivo e il primo weekend del mese è stata l’occasione per riconciliarsi con la musica romantica francese, cifra stilistica ormai conosciuta e riconosciuta dai lettori di questa rivista online nel nome del Palazzetto Bru Zane (i meno attenti possono sfruttare la panoramica di Alessandro Tommasi o gli aggiornamenti sulla nuova programmazione di Filippo Simonelli).

Non inganni il titolo del Festival.
César Franck la fa da padre, in virtù della bicentenaria ricorrenza, ma non da padrone: non a caso solo due degli appuntamenti hanno  ‘papà Franck’ come unico protagonista, lo stesso numero di concerti che, invece, non lo vedono figurare in repertorio, o forse, ecco, giusto per un bis a tema.

Così come la maggior parte del repertorio franckiano è scomparso dalla nostra vista e udito, chirurgicamente decimato nei decenni, così si è persa la traccia dei suoi epigoni o comunque di tutte quelle figure del suo universo musicale, ancor più se si parla di compositrici. Ed è in questa declinazione femminile che, forse, i maggiori meriti del Palazzetto emergono.

Se il costante studio e ricerca del repertorio nascosto è tratto caratteristico da sempre del Bru Zane, così come il tentativo di riequilibrare il numero di esecuzioni fra compositori e compositrici è sentito e non di facciata, è stato proprio in questo weekend inaugurale che si è potuto sentire la forza dirompente dell’unione di queste scelte artistiche.

Debutti a diciannove dita

Lentamente il caratteristico glicine del Palazzetto ha iniziato la sua fioritura primaverile; il pubblico, invece, non ha aspettato giorni più caldi per cercare il conforto musicale all’interno delle mura del Bru Zane.

Il sold out della prima serata inaugurale (e a dir di cronaca contornato da parecchi appassionati in religiosa attesa della liberazione di qualche posto) ha subito riportato alla mente i concerti pre-Covid e questo forse è stata la prima bellezza di serata.

Il piano originale del direttore artistico Alexandre Dratwicki prevedeva un confronto fra il primo trio opus 1 di Franck (1843) e il trio di fine secolo di Cécile Chaminade, esordio all’epoca della compositrice (da cui il titolo Debutti in Trio).

Si sa che però i piani sono fatti per essere disattesi ed ecco la sorpresa, il brano della compositrice viene sostituito da quattro brani per pianoforte e violino di Pauline Viardot e di Lili Boulanger.

Nella Sonatina per violino e pianoforte in tre movimenti della Viardot si è sentito tutto il lirismo della compositrice, figlio (è proprio il caso) della sua esperienza vocale e della sua discendenza dal cantante e teorico Manuel Garcia, impreziosito dalle ritmiche tzigane dello scherzo e da un non originale ma piacevole allegro in forma bipartita con una insinuante coda conclusiva.

Di maggiore interesse, sia per gli evidenti riferimenti e citazioni debussiane ma anche per il virtuosismo richiesto all’ottima Anna Agafia al violino, i tre brani proposti di Lili Boulanger.

Se Nocturne è una struggente ‘La vie en Rose’ ante litteram in salsa debussiana, Cortege abbandona la tristezza parigina per percorrere strade più gioiose e incalzanti. Infine D’un matin de printemps, mette in luce l’ottima intesa fra il violino e il pianista Frank Braley in una danza

I tre brani, non filologicamente pensati per essere eseguiti assieme, trovano nella possibilità di essere eseguiti anche dal flauto, al posto del violino, un futuro e interessante sviluppo (proposta per il prossimo Festival?). Come può aver risolto la compositrice le differenze di estensioni fra gli strumenti e gli artifici richiesti (i pizzicati per dirne uno) che tanto bene funzionavano sullo strumento in legno?

Infine l’ingresso sul palco del salone nobile del Palazzetto del violoncellista Ari Evan preludeva al trio di Frank. Un trio fresco, giovanile, in cui è il pianoforte a comandare sia nel dare il pattern ritmico e contrappuntistico ai tre movimenti che lo compongono, sia nel districare il dialogo fra le voci. Un brano non fra i più conosciuti ma uguale da far circolare e riprendere ad eseguire.

L’estrema prudenza nel violoncello anche nei passaggi più virtuosi, pur nella estrema precisione della sua esecuzione, si è risolta solo dopo gli applausi scroscianti di fine concerto e la velata richiesta di bis, insieme  alla risoluzione del mistero del cambio di programma.

Il giovane violoncellista, artista in residenza presso la Chappelle Musicale Reine Elisabeth con la quale il concerto era in collaborazione, ha subito a Febbraio la lacerazione del tendine dell’indice ed è rientrato in attività solo a metà marzo: tempo sufficiente a ri-diteggiare tutto il trio di Franck e a suonare l’intero concerto con sole quattro dita!

Nuovo giro di applausi per il coraggio e la dedizione dimostrata, oltre all’enorme capacità funambolica. 

Alla ricerca del quintetto perduto

Accolto dal meraviglioso spazio della Scuola Grande di S.Giovanni Evangelista, a pochi metri dalla sede del Palazzetto Bru Zane, il pubblico si è confrontato, per il secondo giorno di fila, con la musica coeva di Franck.

Il confronto, questa volta, era fra quintetti.

Se da un lato del ring c’era Cèsar Franck e il suo quintetto (1879), uno di quei brani salvati dall’oblio dei decenni, dall’altro, nella più classica delle battaglie fra i sessi, c’era la Grande Fantaisie-Quintette (1886) di Rita Strohl, in prima esecuzione assoluta.

Composti a soli sette anni di distanza, i due quintetti mettono a confronto anche un baluardo della tradizione con la freschezza di una ventunenne.

Quello che ci è stato restituito, come sapientemente annunciato dal direttore artistico Alexandre Dratwicki ad inizio concerto, è una gemma preziosa, artisticamente e musicalmente, che ci ricorda che se la giovane Strohl era ammirata da tutti i suoi contemporanei (Saint- Saëns, d’Indy, Faurè per citarne alcuni) non era per galanteria.

E se da una parte il quintetto di Franck è sì un capolavoro molto ordinato, in cui è ben chiaro il percorso melodico e ritmico lungo i suoi tre movimenti, permettendo così all’ascoltatore la libertà di concentrarsi sui temi e di sorprendersi a fine brano dalla riproposizione ciclica del primo tema, dall’altra la Fantasia-Quintetto tiene fede al suo nome in una cascata fantasiosa di mille colori timbrici e ritmici: dai grandi afflati armonici e gli slanci omoritmici e omofonici del primo movimento, alla ritmica galante dell’Intermezzo fino all’esplosione compositiva del Tema e variazioni, quarto movimento del brano.

Qui, la scrittura densa della compositrice, sperimenta tutto quello che si può sperimentare. Gioca con alcune voci, cambia le combinazioni, passa dalle atmosfere pastorali a quelle corali, sfrutta l’agilità degli strumenti ad arco per poi trincerarsi nell’oscurità timbrica degli strumenti bassi.

Merito anche di un’incredibile condivisione esecutiva dei componenti dell’Hanson Quartet e del pianista Ismaël Margain che si sono cercati e sostenuti anche in questo viaggio nell’ignoto di una prima esecuzione, in cui ogni componente aspettava il proprio momento di solismo per poi tornare con ardore e serenità a sostenere la performance altrui.

Il brano verrà giustamente e fortunatamente consegnato alle nuove generazione da una registrazione, con il medesimo gruppo di musicisti. Una fortuna insperata per gli assenti di questo concerto.

Gli eventi 

Palazzetto Bru Zane – ‘Debutti in trio
Sabato 2 aprile, ore 19.30

Anna Agafia | violino
Ari Evan | violoncello
Frank Braley | pianoforte

Scuola Grande S.Giovanni Evangelista – ‘Il capolavoro e la perla rara’
Domenica 3 aprile, ore 17

Ismaël Margain | pianoforte
Quatour Hanson

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