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Franck e la sua scuola: il re della tastiera

di Carlo Emilio Tortarolo - 6 Giugno 2022

Ultimi appuntamenti per la stagione primaverile del Palazzetto Bru Zane (potete recuperare le precedenti puntate qui e qui) sempre volti alla rivalutazione e riscoperta non solo di César Franck ma anche di tutto quel mondo musicale orbitante attorno ad un figura che il pubblico veneziano ha imparato a conoscere e ad apprezzare, come testimoniano i continui sold out ai concerti.

Il quarto e il sesto concerto traggono origine da due delle più importanti collaborazioni che il Palazzetto Bru Zane ha stretto per questa edizione, l’Accademia del Teatro alla Scala e la Chapelle Musicale Reine Elisabeth. Spazio dunque ai giovani che hanno accettato la sfida di confrontarsi con un repertorio non di tradizione.

L’evento del 28 aprile, denominato ‘Alla scuola di Franck’ faceva fin da subito intendere come i protagonisti del concerto sarebbero stati allievi della prolifica scuola del compositore belga.

In un metaforico passaggio di consegne, a cimentarsi nel programma che vedeva il Quatuor pour piano et cordes op.7 di Alexis de Castillon e il Quatuor op.7 di Vincent d’Indy (per la medesima formazione), i musicisti dei corsi di perfezionamento per professori d’orchestra e per maestri collaboratori dell’Accademia della Scala.

Ma se di giovani allievi si trattava sia sul palco sia sulla carta stampata, null’altro della serata è sembrato ricordarci l’età anagrafica. Se da una parte la giovane formazione scaligera (Marco Francesco Schirru al pianoforte, Paloma Martin al violino, Rachele Fiorni alla viola e Julia Caro Trigo al violoncello) si è contraddistinta non solo per una ampia generosità sonora ma soprattutto per un ottimo affiatamento, dall’altra i brani in programma non sono stati una semplice sfida.

Il Quatour di de Castillon, ad esempio, colpisce per la grande facilità di spostamento dell’attenzione su binari diametricalmente opposti. Da impetuosi momenti in cui le note sono un torrente continuo e a tratti virtuostistico a momenti più quieti in cui un recitar cantando post litteram permette il dialogo fra pianoforte e il trio d’archi. Il finale infine, attraverso una lenta costruzione climatica con continue messe di voce che ci porta alle ultime battute al massimo della velocità.

Non è facile per giovani interpreti confrontarsi con brani che non solo non sono di repertorio ma che oltretutto possono essere lontani dal vocabolario sonoro a cui i musicisti sono solitamente abituati.

Il Quatour di d’Indy, invece, ha sorpreso per motivi diversi. Se da una parte il flusso privo di interruzioni e cadenze si allontana molto dalle rigide strutture franckiane, dall’altra il forte ricorso all’accompagnamento virtuostistico del pianoforte in contrapposizione ai solismi del trio d’archi, ricordano molto di più alcune pagine ascoltate nei precedenti concerti del Palazzetto.

Al termine un bis, in risposta agli applausi ricevuti, più spagnoleggiante con l’esecuzione di Sevilla di Albeniz.

© Matteo De Fina, cortesia del Palazzetto Bru Zane

Il re della tastiera

Un problema che il mondo musicale non si è ancora posto, nonostante sembri sempre più vicina la fine dell’epoca Covid, è se riprenderanno mai i concerti superiori alla durata di un’ora.

La necessità di avere concerti compatti, all’interno del giro di lancette, che non obbligassero alla logistica di una interruzione era stata, dopo il lockdown, una risposta immediata alla necessità di evitare troppi momenti di condivisione fra il pubblico e quindi ridurre le possibilità di contagio.

Sono quindi andati a scomparire quegli eventi, alcune volte anche un po’ troppo ‘spinti’ in cui il pubblico veniva rapito (a voi decidere il senso del verbo) fino a due ore.

Ci vuole poco per creare una abitudine e una volta, speriamo il prima possibile, che non ci saranno più mascherine e contatti da evitare, che si farà?

Nel frattempo, prudentemente, il Palazzetto Bru Zane ha cercato lungo l’intera stagione di rimanere all’interno dell’ora di programma. Una scelta logica che ha convinto il pianista del concerto del 17 maggio, Nathanaël Gouin, a rivedere e assottigliare il programma previsto.

L’interessante cammino intrapreso dal pianista, non Franck-centrico ma ‘nei dintorni di Franck’ trae origine dalla sua monografia discografica del 2020 su Bizet, più conosciuto, a torto, per la sua prolifica carriera operistica e meno per quella pianistica.

Da questo punto di partenza nasce il confronto fra Bizet, Faurè, Saint Saëns e lo stesso Franck con sullo sfondo l’arte, spesso sottovalutata, della trascrizione pianistica.

L’interpretazione di Gouin si è distinta fin da subito per una vivace resa pianista, sempre volta alla precisione e all’espressività in cui anche il difficile confronto con dei brani pensati per organo (come il Prélude, Fugue e Variation op.18 di Franck) o la trascrizione del secondo concerto per pianoforte di Saint Saëns (versione di Bizet) non risultava solo un passaggio pianistico ma era volta a ricreare stesse sensazioni strumentali degli strumenti d’origine.

Grande partecipazione da parte del pubblico a fine serata, con numerose chiamate sul palco, incontenibili, fino al bis, creazione virtuostistica originale dello stesso Gouin, con la trascrizione della Romanza, tratta da Les pêcheurs de perles di Bizet. Un bellissimo omaggio, splendidamente eseguito, all’atmosfera veneziana e al continuo sciabordio dell’onde lagunari.

Gli eventi  

Palazzetto Bru Zane – ‘Alla scuola di Franck
Giovedì 28 aprile, ore 19.30

Strumentisti dell’Accademia Teatro alla Scala
Marco Francesco Schirru | pianoforte
Paloma Martin | violino
Rachele Fiorini | viola
Julia Caro Trigo | violoncello

Palazzetto Bru Zane – ‘La tastiera del re
Martedì 17 maggio, ore 19.30

Nathanaël Gouin | pianoforte

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