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Trovare la propria voce a partire dal silenzio

di Marco Surace - 26 Gennaio 2026

L’arte musicale a sei corde di Kazuhito Yamashita

Lo scorso 25 gennaio è stata diffusa sui social (poi ufficializzata dalla Guitar Foundation of America) la notizia della scomparsa di uno degli interpreti più eccentrici e influenti degli ultimi cinquant’anni: il chitarrista giapponese Kazuhito Yamashita. Le comunità di chitarristi di tutto il mondo gli rendono omaggio e gli sono profondamente grati: Yamashita ha rivoluzionato la tecnica della chitarra, ampliando gli orizzonti espressivi dello strumento e superando limiti che fino a pochi decenni fa sembravano invalicabili – e che ancora oggi, per la maggior parte dei chitarristi, lo sono ancora. Ma qual è il percorso che ha portato un giovane chitarrista di Nagasaki a ridefinire il paradigma espressivo della chitarra e diventare un’icona indiscussa delle sei corde?

Nato nel 1961, Kazuhito ha iniziato a studiare chitarra all’età di otto anni sotto la guida costante del padre Toru e del compositore Kobune Kojiro. I primi successi arrivano presto: a quindici anni vince il Concorso Internazionale di Chitarra di Tokyo (1976) e l’anno successivo risulta essere il vincitore più giovane di sempre nelle più importanti competizioni mondiali (il Concorso Ramirez in Spagna, il Pittaluga di Alessandria e il Radio France di Parigi). Nel 1978 Yamashita debutta in Giappone – dove, tra la fine degli anni Settanta e il corso degli anni Ottanta si esibirà in più di mille (!) concerti – e dall’anno successivo viaggia in Europa, per poi conquistare favori in tutto il mondo.
Ma non sono (solo) il talento e il virtuosismo dell’interprete a lanciare Yamashita verso il successo, bensì un’idea fino a quel momento ritenuta impensabile: una trascrizione per chitarra dei Quadri di un’esposizione di Modest Mussorgskij. Un brano di queste dimensioni, di una tale complessità e dalle tante sfumature (sia che lo si ascolti nell’originaria versione pianistica o nell’orchestrazione di Maurice Ravel) sembrava impossibile da ridurre in sei corde e diciannove tasti. Eppure, nel 1980 Yamashita pubblica la sua trascrizione, la incide nel 1981, la porta in concerto e scuote il mondo chitarristico. Lo fa nel bene e nel male perché, si sa, il cambiamento è sempre difficile da accettare, specialmente se si impone in maniera così radicale. Il chitarrista e musicologo americano Matanya Ophee racconta infatti che negli anni Ottanta dovette difendere ripetutamente l’innovativa proposta musicale di Yamashita dagli attacchi dei critici tradizionalisti, i quali, pur riconoscendo il talento del chitarrista, non giudicarono il suo lavoro in maniera del tutto favorevole e lo accusarono di non essere in grado di riprodurre dal vivo ciò che aveva registrato in studio.
Ma non solo egli ne era capace: per molto tempo è stato l’unico a saperlo fare, diventando per i chitarristi di ogni latitudine un riferimento a cui guardare e un modello al quale aspirare.

Alla creatività di Yamashita e alla genialità di questa trascrizione devo molto, come chitarrista e come musicista più in generale, ed è per questo che oggi lo voglio ricordare e omaggiare…esponendovelo in una serie di quadri che raccontano, in breve, la sua arte musicale.

La chitarra come una piccola orchestra – i Quadri di un’esposizione e la passione per le trascrizioni

Attraverso questa musica affascinante, ho voluto realizzare il mio desiderio infantile [di suonare opere su larga scala con la chitarra]

«Attraverso questa musica affascinante, ho voluto realizzare il mio desiderio infantile [di suonare opere su larga scala con la chitarra]». Queste le parole riportate da Yamashita nella prefazione alla partitura (1980) dell’opera più grande mai adattata per una sola chitarra fino a quel momento. In tempi recenti, alcuni altri chitarristi si sono cimentati nella performance dei Quadri di Yamashita (come Jorge Caballero e Marko Topchii), ma per molti anni gli interpreti non hanno osato avvicinarsi al lavoro del giapponese, che per poter suonare il brano di Mussorgskij ha, di fatto, reinventato la tecnica tradizionale della chitarra classica. Come analizzato da Tariq Harb, in più occasioni Yamashita ha dovuto omettere diverse note e intere voci, rendendo meno fitta la trama musicale, ma ha anche trovato modi creativi per adattarla alla natura della chitarra, facendo riferimento probabilmente più alla versione orchestrale raveliana che all’originale pianistico (anche perché, come in Ravel, manca una delle Promenades). Pensiamo al tremolo pianistico delle battute di apertura in Cum mortuis in lingua morta, trasfigurato in un tremolo chitarristico dove l’indice si fa plettro, creando lo sfondo sul quale si stagliano i lamentosi accordi dal suono scuro, pizzicati con la parte carnosa del pollice.  Tra le soluzioni più interessanti ci sono le scordature, le diteggiature della mano destra per cui Yamashita opta in presenza di ribattuti e di passaggi estremamente veloci (come nel Mercato di Limoges o in Gnomus), l’uso frequente del mignolo (ch) – poco consueto nel mondo classico, a differenza di quello della chitarra flamenca – alla ricerca di precise sfumature di colore, e l’utilizzo creativo di armonici naturali e artificiali, da un lato per arricchire la palette timbrica in direzione del mondo sonoro orchestrale di Ravel, dall’altro per ampliare il registro a disposizione dello strumento.

Già Andrés Segovia, molti anni prima dell’avvento di Yamashita, poneva l’enfasi sulle possibilità timbriche della chitarra, affermando che:  «Ogni strumento dell’orchestra è contenuto nella chitarra, ma in dimensioni sonore ridotte. Ha molti colori e molti timbri differenti ed è necessario sviluppare tali qualità dello strumento». (Andrés Segovia’s guitar lesson: the different guitar timbres)

 Ogni strumento dell’orchestra è contenuto nella chitarra, ma in dimensioni sonore ridotte. Ha molti colori e molti timbri differenti ed è necessariosviluppare tali qualità dello strumento

Andrés Segovia’s guitar lesson: the different guitar timbres

Yamashita, abbracciando questa stessa poetica e spinto da una grande passione per i capolavori orchestrali del Novecento, si cimenta nel tempo in una serie di altre ‘trascrizioni impossibili’ per le sei corde, tra le quali L’uccello di fuoco di Stravinsky, Scheherazade di Rimsky-Korsakov e la Sinfonia dal Nuovo Mondo di Dvorak.  

«Guardo alla musica dal punto di vista del compositore. Non considero un arrangiamento come un adattamento, ma piuttosto come prendere una composizione e tutto ciò che essa rappresenta e poi metterla insieme in modo naturale in un’esecuzione alla chitarra». Kazuhito Yamashita, intervista con Lawrence Ferrara; in Soundboard, The Journal of the Guitar Foundation of America | Vol. 39 No. 1, 2013

Tra le numerose altre trascrizioni solistiche, ugualmente ambiziose anche se non tratte da opere orchestrali, Yamashita ci lascia le sue versioni di pietre miliari del repertorio pianistico come la Rapsodia Ungherese n.2 di Liszt e le Sonate e partite per violino, violoncello, liuto e flauto (BWV 995-1013) di J.S. Bach – “il musicista più grande di tutti”, come disse nel 2003 in un’intervista con Filippo Michelangeli. Di grande ispirazione sono anche le esecuzioni in duo con la sorella Naoko, con la quale ha inciso opere di Sibelius (Finlandia), Debussy (la Petite Suite e il Passepied dalla Suite Bergamasque) e tanti altri.

Incarnare la musica – il performer e la sua poetica

Yamashita, prim’ancora che scoprirsi trascrittore, nasce performer. Negli anni giovanili si esibisce ogni tre o quattro giorni, gira per il mondo presentando programmi di grande spessore e di rilevante impegno tecnico. Che si tratti di sue trascrizioni o di repertorio originale per chitarra, il suo approccio alla musica è orientato verso la performance.

«Cerco le stesse intenzioni musicali e suono tutta la mia musica con l’obiettivo dell’espressività e della performance in mente. La qualità estetica della musica è la mia guida». (Intervista con Lawrence Ferrara, 2013)

Le apparizioni come solista nelle sale da concerto e nelle manifestazioni musicali più importanti del mondo (Toronto International Guitar Festival in Canada, Musikverein di Vienna, Lincoln Center di New York) lo consacrano al successo internazionale, tanto dovuto alla sua presenza scenica quanto alla scelta di programmi sorprendenti. Pensando ad alcuni momenti salienti viene subito in mente la serie di sette concerti The World of Kazuhito Yamashita, che si sono tenuti alla Casals Hall di Tokyo nell’arco del 1989.  L’8 luglio di quell’anno Yamashita esegue, per la prima volta al mondo, l’integrale dei 24 Caprichos de Goya di Mario Castelnuovo-Tedesco, brani ispirati alle incisioni dell’eponimo pittore spagnolo che richiedono un particolare virtuosismo tecnico e una grande versatilità musicale. Dulcis in fundo, chiude la serie con un altro tour de force: le Sei sonate e partite per violino solo di Bach (BWV 1001-6), accostate al Preludio, Fuga e Allegro BWV 998 e alla Suite per liuto BWV 996, eseguiti in due serate consecutive (15 e 16 dicembre).

Chi ha avuto la fortuna di assistere ai suoi concerti dal vivo o di vedere i video delle sue esibizioni, non può fare a meno di notare che Yamashita non è stato solo tecnicamente ineccepibile, ma è stato padrone assoluto della performance in tutti i suoi aspetti. Ogni suono ha una propria corporeità, ogni gesto è teatrale quanto funzionale, ogni silenzio è fisico prim’ancora che uditivo. Yamashita incarna la musica, ne rappresenta tutte le sfumature tra luci e ombre, si fa soggetto risonante.  Questa concezione della gestualità, questo controllo totale dell’atto performativo che gli permette di identificarsi con la musica stessa e con i contrasti di cui vive, risente fortemente dell’impatto che il teatro giapponese ha avuto su di lui.

«L’ho imparato crescendo con il Noh giapponese, in cui il tempo è spesso rappresentato come qualcosa che scorre in modo non lineare. L’azione nel dramma Noh può cambiare da un momento all’altro tra due o più cornici temporali». Intervista con Lawrence Ferrara, 2013

L’elemento spettacolare passa per l’essenziale: per dare vita al dramma, a Yamashita basta una chitarra, come agli attori del Noh, che si muovono in una scenografia perlopiù spoglia, la loro maschera.

Se è vero che possiamo cogliere l’essenza dell’arte di Yamashita già solo nelle sue performance individuali, è anche vero che egli non è stato solo un eccelso solista. Nel corso della sua carriera si è esibito con diverse orchestre e direttori in Europa, Nord America e Asia; in quest’ambito, uno dei suoi concerti più impressionanti è senza dubbio quello che ha aperto la quarta edizione del Festival Internacional de Guitarra de Santo Tirso (Portogallo).
28 giugno 1997, ore 21:30, è un afoso sabato sera d’estate. All’Auditório Eng. Eurico de Melo i protagonisti sono l’Orquesta de Córdoba, diretta dal grande chitarrista e compositore Leo Brouwer, e Kazuhito Yamashita. Il giapponese sta per compiere un’impresa titanica: quattro concerti per chitarra e orchestra, tutti di fila! Nella prima parte una prima assoluta, il Concerto per chitarra n. 1 di Keiko Fujiie (compositrice prolifica per le sei corde, nonché sua moglie), seguito dal Concerto per chitarra n. 1 op. 99 in Re maggiore di Mario Castelnuovo-Tedesco, caposaldo del repertorio novecentesco per questo organico. Nella seconda parte, una prima esecuzione portoghese del concerto per chitarra Pegasus Effect op. 21 di Takashi Yoshimatsu, compositore neo-romantico che trae ispirazione tanto dagli elementi fantastici quanto da quelli naturali (specialmente il mondo degli uccelli). A chiudere il programma il Concierto de Aranjuez di Joaquin Rodrigo, riferimento indiscusso della letteratura per chitarra e orchestra, celebre anche al di fuori dell’ambiente chitarristico grazie alla fama del suo secondo movimento, l’Adagio.

Tra i progetti cameristici più particolari, invece, c’è un lavoro che mette in dialogo la chitarra classica e la chitarra jazz a partire da un classico intramontabile. In duo con il chitarrista jazz Larry Coryell, Yamashita ha registrato ed eseguito dal vivo una celebre versione delle Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi, pubblicata originariamente nel 1984 e successivamente ristampata nel 2004. Si tratta di un’operazione interessante, in cui Yamashita sfrutta le tecniche chitarristiche (armonici, rasgueadi, tremoli) per rappresentare i contrasti tra “solo” e “tutti” del concerto d’archi vivaldiano e per dargli un nuovo suono, acustico ed elettrico al contempo, tentando anche di far avvicinare i due strumenti spingendoli l’uno nella direzione dell’altro (la chitarra classica prevede, ad esempio, effetti plettrati).

Negli ultimi due decenni, Yamashita è stato attivo con un progetto che unisce, nella musica, il suo lato artistico con quello più personale: Kazuhito Yamashita + Bambini.

«Tenevo una media di oltre 100 concerti l’anno – ricorda il chitarrista – ma poi nacquero i figli e pensai che sarebbe stato più giusto stare vicino alla mia famiglia e girare un po’ di meno. Seguendo l’esempio di mio padre, anch’io ho cercato di trasmettere ai miei figli la bellezza della musica. La sera, dopo cena, avevamo l’abitudine di suonare tutti assieme, sull’esempio di quanto si racconta nell’antico romanzo giapponese Genji monogatari risalente al secolo XI. Per farla breve, nel 2004 ho fondato con i miei figli un quartetto di chitarre che ho chiamato Kazuhito Yamashita + bambini e con il quale abbiamo tenuto vari concerti in Europa, Asia e Stati Uniti. Adesso i ragazzi sono all’Università e il quartetto si è sciolto, ma è stata un’esperienza straordinaria». (Kazuhito Yamashita, Giornale di Vicenza, 19 aprile 2018)

Nel 2010, inoltre, il figlio minore si era unito a loro e il gruppo era stato ribattezzato Kazuhito Yamashita Family Guitar Quintet. A completare il quadro familiare sono le musiche di Keiko Fujiie, ispirate alle tradizioni musicali antiche sia dell’Europa che del Giappone e composte appositamente per questo ensemble.

Trovare la propria voce a partire dal silenzio – l’attività didattica

Quello dell’insegnamento è un aspetto che Yamashita ha coltivato durante tutta la sua carriera, tenendo masterclass e workshop in tutto il mondo. Dal 2023, il giapponese ha iniziato a concentrarsi meno sulle performance pubbliche e a dedicarsi perlopiù ad attività di natura didattica.

Anche nell’insegnamento, Yamashita trasferisce le sue idee sulla musica e la sua visione poetica, invitando gli allievi alla ricerca di sé stessi come individui, prim’ancora che come musicisti.

«Spero che lo studente di chitarra sia ispirato dall’ascolto dei suoni, del silenzio e del timbro. Con questo, spero in particolare di rendere lo studente consapevole che il silenzio è il genitore dei suoni; tutti i suoni provengono dal silenzio e ritornano al silenzio. Inoltre, i chitarristi di oggi devono trovare la propria voce basandosi sulla loro storia e personalità». Intervista con Lawrence Ferrara, 2013

Questo non ci sorprende, considerando che il suo percorso da studente sotto la guida del padre Toru (insegnante e direttore dell’Accademia di chitarra di Nagasaki), fu poco ortodosso. Tradizionalmente, ai chitarristi di livello intermedio e avanzato è richiesto di padroneggiare repertorio classico fondamentale come i 25 studi op. 60 di Matteo Carcassi e i 20 studi di Sor/Segovia.  Sebbene il padre fosse solito indirizzare i suoi studenti verso questi brani di rito, Kazuhito non ha quasi mai eseguito questi studi, cercando sin da subito la propria voce e il proprio percorso. Nel luglio 1979, sulla rivista Gendai Guitar ha raccontato che dopo Giochi proibiti, ha scelto solo i brani che voleva suonare, nel seguente ordine: Petite Romance di Luise Walker, Preludio n. 1 di Villa-Lobos, Variazioni su un tema dal Flauto magico op. 9 di Sor, Gran Solo op. 14 di Sor e la Ciaccona di J.S. Bach.

I suoi studenti privilegiati, però, sono senza dubbio i suoi figli, che hanno avuto modo di entrare quotidianamente in contatto con il suo modo di vivere la musica, tanto nella dimensione intima e familiare che in quella professionale. In Giappone, la famiglia Yamashita è ancora molto importante nel panorama musicale odierno e Kanahi, in particolar modo, è attualmente una concertista affermata e apprezzata al di là della sua attività insieme al padre, che calca da anni i più importanti palchi del mondo.

Yamashita, il compositore immerso nella foresta

Yamashita ha ripensato, rielaborato e ricreato continuamente materiale musicale per le sue trascrizioni e i suoi arrangiamenti. Poco spiccata, invece, è stata la sua vena compositiva. Per quanto ne sappiamo finora, ci ha lasciato una sola composizione, pubblicata nel 1982 e raramente suonata: Kusorin (Imaginary Forest).  È un brano semplice, dall’atmosfera meditativa, che porta l’ascoltatore ad immergersi nei suoni e nei silenzi di in un’immaginaria foresta giapponese.

Tracce sonore – le incisioni discografiche

«Le mie esibizioni dal vivo sono ispirate dal mio desiderio di comunicare con il pubblico. Cerco ispirazioni simili nelle mie registrazioni. Voglio che suonino come le mie esibizioni dal vivo». Intervista con Lawrence Ferrara, 2013

Yamashita ci lascia oggi senza la possibilità di ascoltarlo di persona, senza poter più vivere l’esperienza “incarnata” del suo suono. Ma il grande chitarrista lascia dietro di sé una grande quantità di tracce sonore che ci permettono di ricostruire il suo itinerario musicale.  All’età di 32 anni, Yamashita aveva già pubblicato 52 album, che comprendono repertori per chitarra solista, concerti per chitarra, musica da camera e collaborazioni con altri musicisti di fama. Oggi, tra CD e LP, abbiamo 101 titoli a disposizione.  Oltre ai vari consigli d’ascolto già proposti per il lato delle performance dal vivo, mi piacerebbe indirizzarvi su alcuni sentieri maestri, lungo i quali potrete compiere autonomamente le vostre…Promenades.

Per quanto riguarda le opere originali per chitarra, non possiamo non menzionare i 16 CD dedicati all’opera completa di Fernando Sor (Victor Records, 1989), i 5 Preludi e 12 Studi di Heitor Villa-Lobos (RCA Red Seals, 1987), nonché i 24 Caprichos de Goya (Crown, 1989) e Platero y Yo per narratore (Teresa Berganza) e chitarra di Mario Castelnuovo-Tedesco (Crown, 1993, entrambe prime registrazioni mondiali. Sono numerose anche le incisioni cameristiche, dai Quintetti di Boccherini e Castelnuovo-Tedesco con il Tokyo String Quartet (RCA Red Seals, 1990) ai Concerti per chitarra di Mauro Giuliani, Ferdinando Carulli e Antonio Vivaldi (RCA Red Seals, 1984).


Yamashita ha avuto un impatto importante nella promozione della musica del suo Paese, sia moderna che contemporanea. Nel 1999 ha infatti ricevuto il Gran Premio del Festival Nazionale delle Arti dall’Agenzia per gli Affari Culturali del Governo giapponese per il suo CD The Dawning of Guitar Music in Japan 1923-1948 (Crown, 1998), al quale è seguito anche un secondo volume (Crown, 2001). Oltre ad aver incluso Folios di Toru Takemitsu nelle sue incisioni, è stato dedicatario di gran parte musica di Takashi Yoshimatsu, del quale ha registrato l’integrale per chitarra sola (BMG, 1994). È stato infine l’interprete di riferimento della musica di sua moglie Keiko Fuujie, registrando più di quindici opere solistiche per brinriniri (1996), Sony (2004), Crown (2006), ma anche le opere da lei scritte per il suo duo con la figlia Koyumi (brinriniri, 2005) e per il quartetto di famiglia Kazuhito Yamashita + Bambini (brinriniri, 2007).

Nel catalogo della sua discografia non può mancare “il musicista più grande di tutti”: Johann Sebastian Bach. Oltre alla già citata raccolta di trascrizioni per chitarra in 5 CD delle sonate e partite per violino, violoncello, liuto e flauto BWV 995-1013, figurano decine e decine di brani del Meister di Eisenach, tra cui arrangiamenti di preludi, danze, corali e cantate (Crown, 2003).

Infine un lato probabilmente meno conosciuto del suo repertorio, quello della musica popolare e leggera. Yamashita ha registrato infatti numerose folk songs di varie provenienze (scozzesi, inglesi, irlandesi, catalane) e ha inciso, in 2 CD, 36 canzoni dei Beatles (Crown, 2000), dalle più celebri ed orecchiabili Hey Jude, Let it be e Yellow Submarine a singoli meno famosi e forse più inaspettati…

Di Kazuhito Yamashita ci rimane oggi tutto questo e tanto altro. Considerato l’enorme impatto che ha avuto nel mondo chitarristico, nei prossimi tempi molte saranno le testimonianze dirette o indirette di chi lo ha conosciuto, di chi ci ha collaborato, di chi lo ha ascoltato e ammirato, e molti saranno gli omaggi alla sua figura e alla sua arte. Ma invece che guardare al passato, rivolgiamoci al futuro della musica custodendo e diffondendo un semplice, ma potente, messaggio che Yamashita ci ha lasciato e che riguarda tutti noi, innamorati e appassionati prima ancora che professionisti della musica.

LF: «Cosa rende grande un artista e cosa pensi che accomuni tutte le persone di successo?»

KY: «La capacità di stupirsi».

(Intervista con Lawrence Ferrara, 2013)

Marco Surace

Marco Surace

Segretario di Redazione

Laureato in chitarra classica al Conservatorio "Santa Cecilia" di Roma e in Musicologia all'Università "La Sapienza". Nella mia quotidianità cerco di far convivere la mia ossessione per Maurice Ravel con l'entusiasmo della scoperta di nuove sonorità.

Innamorato perso del violoncello, della musica minimalista e della pasta al sugo. Ho una battuta o un meme per ogni occasione.

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