Mehta dice no a Netanyahu
di Carlo Emilio Tortarolo - 26 Gennaio 2026
Quando la musica prende posizione pubblica
Dire no, nel mondo della musica classica, non è mai un gesto neutro.
Non lo è quando a farlo è un artista che interrompe un rapporto, rinuncia a un palco o prende le distanze da un’istituzione. Farlo vuol dire rinunciare a mostrare la propria preparazione e privarsi di fare ciò per cui si è studiato tanto. Ogni no, quindi, in un gioco di sponda fra causa ed effetto, produce onde morali, simboliche e politiche.
Eppure non tutti i no hanno lo stesso peso, né lo stesso significato, perché non avvengono nello stesso spazio: alcuni restano opinioni private, altri diventano atti pubblici, leggibili da chiunque, impossibili da ignorare e, talvolta, persino da emulare.
La decisione del direttore d’orchestra indiano Zubin Mehta di annullare i suoi impegni artistici in Israele per tutto il 2026 si colloca esattamente nel territorio della posizione pubblica. Un messaggio esplicito, più che una semplice rinuncia a dirigere.

Nelle dichiarazioni riportate dalla stampa, e nel video dell’intervista a India Today, Mehta ha legato la scelta al dissenso verso le politiche del premier israeliano Benjamin Netanyahu nei confronti dei palestinesi e ha detto, in sostanza, di non riuscire a separare musica e politica.
Per una volta non è necessario interpretare le intenzioni, perché basta registrare la forma del gesto, che è volutamente leggibile e dichiarata. Questo rende il caso più interessante della solita domanda, spesso pigra, su “arte e politica”.
Qui il punto non è se la musica sia politica (lo è sempre stata, almeno perché vive in istituzioni, finanziamenti, simboli e rappresentanze; e solo una certa faciloneria da social ci fa credere che gli artisti debbano vivere sotto una campana di vetro, nutrendosi di sola arte). Il punto è quando la musica decide di esserlo apertamente, assumendosi la responsabilità di una frase e delle sue conseguenze. Dire no in silenzio è un fatto; dirlo in pubblico è un’altra cosa, perché introduce un terzo attore: la comunità che ascolta, reagisce, si divide e pretende coerenza.
Dire no in silenzio è un fatto; dirlo in pubblico è un’altra cosa, perché introduce un terzo attore: la comunità che ascolta, reagisce, si divide e pretende coerenza.
Mehta non è un direttore qualsiasi, ed è per questo che, quando un decano come lui scende in campo, bisogna prestare attenzione. Per oltre mezzo secolo è stato legato in modo strutturale alla vita musicale israeliana, con una relazione lunga e identitaria con la Israel Philharmonic.
Non un ospite qualsiasi, né un osservatore esterno, ma una figura interna al racconto culturale del paese. Per questo il suo gesto non può essere liquidato come dichiarazione estemporanea, né celebrato come semplice coraggio individuale, né scivolare in letture sbrigative che lo etichettino come ‘antisemita’.
È, piuttosto, una rottura che nasce dentro una storia condivisa e proprio per questo suona più forte: perché riguarda anche ciò che, fino a ieri, è stato considerato normale, accettabile e praticabile.
Negli ultimi mesi abbiamo visto altri no celebri.
András Schiff ha scelto la strada della distanza dagli impegni artistici negli USA, durante la presidenza di Donald J. Trump; Franz Welser-Möst ha difeso, invece, la necessità di mantenere aperti i canali dell’arte, articolando il “no al no” di Schiff.
Tre posture diverse, un’unica domanda di fondo: che cosa rende un no credibile, trasformativo, utile a chi viene dopo?
La risposta non sta nella purezza morale, che è sempre un terreno scivoloso, ma negli effetti. Un no pubblico modifica qualcosa o si limita a segnare una linea? Sposta risorse, programmazioni, relazioni, oppure produce soltanto una polarizzazione che si consuma nel ciclo di notizie?
In un’epoca in cui ogni gesto viene immediatamente tradotto in tifo, hashtag, appartenenze, il rischio è che la posizione pubblica venga assorbita dal rumore di fondo. Il gesto resta, ma la discussione si restringe, diventa binaria, perde complessità per permettere a tutti di dire la propria, anche senza sapere chi sia Mehta o quanto sia profonda la questione israelo-palestinese. E la musica, che dovrebbe essere uno spazio di tempo lungo, finisce intrappolata nel tempo corto della reazione sui social.
Ma c’è anche il rischio opposto, più sottile: pensare che l’arte debba restare sempre e comunque fuori, e che il compito dell’artista sia soltanto produrre bellezza mentre intorno il mondo si sfalda.
Questa idea di neutralità non è neutrale: spesso coincide con la difesa dell’esistente. Le istituzioni musicali lo sanno bene, anche quando fingono di non saperlo. Ogni stagione, ogni tournée, ogni invito, ogni partnership è una forma di legittimazione reciproca, anche quando la si chiama soltanto “cultura”.
A questo punto conviene guardare la questione dal lato più concreto, quello che normalmente resta fuori dalla retorica: quali sono gli strumenti reali con cui la musica può “prendere posizione pubblica”? Non solo con i boicottaggi, che sono una forma di strappo più che di costruzione, ma anche con la programmazione, con le commissioni, con la scelta degli interlocutori, con la trasparenza sui finanziamenti, con la protezione delle voci interne che dissentono.
Un teatro o un’orchestra possono decidere di restare muti e limitarsi a “fare musica”, oppure possono ammettere che quel fare musica avviene in un ecosistema di potere, e che la credibilità passa anche da come gestiscono quel rapporto.
Vale la pena ricordare, a questo punto, che Mehta non ha invece rinunciato ai suoi impegni con la West-Eastern Divan Orchestra, il progetto fondato da Daniel Barenboim che unisce musicisti israeliani e arabo-palestinesi in un dialogo musicale che parte dalla condivisione del fare musica.

Una scelta che chiarisce come il suo no non sia un ritiro dalla complessità del conflitto, ma una distinzione tra contesti istituzionali che percepisce come legittimanti e spazi pensati, fin dall’origine, come luoghi di dialogo e convivenza.
Qui entra un fattore raramente nominato, ma che vale la pena nominare: l’asimmetria. I grandi nomi possono permettersi di rendere pubblica una posizione perché dispongono di capitale simbolico, reti, tutele, spesso anche di una storia che li rende difficili da isolare.
I musicisti giovani o a metà carriera vivono invece in un regime di dipendenza da inviti, audizioni, sostituzioni e scritture. Per molti, prendere posizione pubblica non è un gesto astratto: è un rischio professionale. Questo non dice nulla sulle ragioni di chi parla, ma dice molto sulle condizioni strutturali che rendono alcune parole udibili e altre impronunciabili.
E per fortuna che l’arte “non dovrebbe curarsi della politica”. Per questo, quando un artista di statura mondiale espone il proprio no, il compito di chi ascolta non è soltanto applaudire o indignarsi o, peggio, scegliere una tifoseria. È chiedersi se questa presa di posizione crea uno spazio, rende dicibile qualcosa e permette ad altri di parlare senza essere puniti. Oppure, paradossalmente, rafforza l’idea che solo i grandi possano permettersi di portare la musica nel dibattito pubblico, mentre tutti gli altri devono restare prudenti, decorativi e silenziosi?
E allora, che cosa chiede davvero una posizione pubblica? Non chiede unanimismo, né la pretesa impossibile di una coerenza totale. Chiede però chiarezza sul livello a cui ci si muove.
Se un artista dichiara di non poter separare musica e politica, sta dicendo che il concerto non è soltanto musica, ma è anche cornice civile; che l’apparizione in un luogo, in un momento, con certe persone, porta con sé un significato; che quel significato è destinato a essere discusso.
Il punto, per chi osserva, non è trasformare Mehta in un santino o in un bersaglio. Il punto è usare questo caso per leggere un meccanismo più ampio: la musica classica, che spesso si presenta come universale e apolitica, torna ciclicamente a scoprire che vive dentro il mondo, e che il mondo entra in sala con lei. Quando un grande artista dice no, la domanda decisiva non è “ha ragione?”, ma “che cosa cambia dopo?”.
La musica classica, che spesso si presenta come universale e apolitica, torna ciclicamente a scoprire che vive dentro il mondo, e che il mondo entra in sala con lei.
Cambia qualcosa per le istituzioni, per le pratiche, per il modo in cui la musica si colloca nello spazio pubblico, o resta soltanto l’eco di una frase destinata a essere archiviata alla prossima crisi?
Forse la responsabilità, oggi, è proprio questa: non smettere di porre la domanda anche quando il rumore tenta di sostituirla con uno slogan. E non è poco.
