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Sei risposte sul nuovo Codice dello Spettacolo (forse)

di Carlo Emilio Tortarolo - 8 Novembre 2025

“Mi auguro di lasciare il Ministero della Cultura più in ordine di come l’ho trovato.”

Con questa frase, pronunciata ancora a giugno scorso, il ministro della cultura Alessandro Giuli ha riassunto la filosofia del suo mandato presente e futuro. Un ministero che nelle intenzioni da qui a fine mandato dovrebbe dotarsi di un nuovo Codice dello Spettacolo, un nuovo Codice delle Soprintendenze e di una nuova riforma del cinema più ‘giusta’. 

Tutto pulito, disinfettato, catalogato, insomma, riportato all’ordine. Il problema è che quando la politica italiana pronuncia la parola ordine, il rischio di non parlare di efficienza ma di obbedienza è tristemente dietro l’angolo. E il mondo della cultura ha iniziato, da allora, a trattenere il fiato.

Se già negli ultimi mesi, l’aria culturale si era fatta pesante fra polemiche, scioperi e dichiarazioni di restaurazione, ora il sogno governativo di riscrivere le regole dell’intero settore sul mantra di ‘Li do i soldi, io decido’ ha trovato sbocco nella prima bozza del Codice dello Spettacolo, un documento di oltre ottanta articoli che riunisce, e di fatto riscrive, l’intera disciplina del settore.

Già oggetto di scontri tra chi lo difende come un riordino necessario (una potatura, cit.) e chi lo vede come un cavallo di Troia politico, ufficialmente risulta essere solo una “bozza tecnica”.  In realtà è un documento politico in potenza, perché ampiamente già discusso nelle fondazioni, nelle compagnie e nelle orchestre. E poiché le leggi in Italia spesso cambiano poco tra la bozza e la Gazzetta Ufficiale, vale la pena leggerla ora: prima che diventi ufficiale. Tanto clamore prima che sia vero rumore? 

Voi, cari lettori di Quinte Parallele, siete ormai abituati al fatto che la cultura finisca in prima pagina solo quando scoppia un “caso”. Anche in questo caso proviamo a fare chiarezza continuando la tradizione del format inaugurato da Alessandro Tommasi sul caso Gergiev e poi sul caso Venezi: l’intento rimane quello di aiutare il pubblico incuriosito, spiazzato, e in molti casi in difficoltà alla lettura di un decreto legislativo, cercando sempre quelle sfumature di grigio fra i bianchi e i neri. 

Ecco dunque, sei risposte (forse) alle frasi più ricorrenti che d’ora in poi sentirete sul nuovo Codice, e il relativo tentativo di smontare alcuni dei luoghi comuni che nasceranno in merito.

Rimane valido il disclaimer che verrà prontamente ignorato dagli ultrà dei social: “Procediamo con ordine, punto per punto, ma solo dopo un dovuto disclaimer: È assolutamente ben accolto il dibattito e il confronto sul tema etico e politico in questione, rimanendo come sempre aperti a opinioni anche molto diverse visto finché rimangono nei confini di un dibattito civile e argomentato.”

1) «È solo un riordino tecnico, niente di politico.»

Niente di politico? Difficile crederci già a partire dai primi articoli.  Il Codice dichiara giustamente che lo Stato “promuove e sostiene lo spettacolo, in tutte le sue forme materiali e immateriali”, ma lo fa “per preservare e arricchire il patrimonio spirituale della società” e per “valorizzare le grandi opere della tradizione italiana”.

Due parole, spirituale e tradizione, che bastano a spostare l’asse ideologico dal futuro al passato, dall’esperimento alla reliquia impolverata. Se può sembrare, ad una prima lettura, una questione di lana caprina, si noti come il linguaggio non è mai neutro perché chi scrive la lingua, decide anche la direzione del pensiero. 

È la costruzione di un canone per legge, dove invece di garantire la libertà creativa, lo Stato si attribuisce il compito di definire cosa la cultura debba rappresentare: la ‘tradizione’, l’‘identità nazionale’, la ‘famiglia’ (e così persino il ‘teatro per l’infanzia’ diventa un più ecumenico ‘teatro per la famiglia’). Il lessico del Codice sembra, quindi, dettato da un correttore automatico nostalgico (a ‘sperimentazione’ si preferisce ‘tradizione’, a ‘ricerca’ invece ‘patrimonio’) per un risultato finale che elegantemente ci dice “decidiamo noi”.

In barba al “dialogo istituzionale”, la bozza legislativa appare più come un monologo verticale che coordina centralizzando, promettendo efficienza ma che, con la necessità di governare i bilanci, governerà anche il gusto della cultura.

La bozza legislativa appare più come un monologo verticale che coordina centralizzando, promettendo efficienza ma che, con la necessità di governare i bilanci, governerà anche il gusto della cultura.

E se servisse un esempio concreto di quanto questo ‘coordinamento’ sia in realtà controllo appena mascherato, basta scorrere fino all’art.81: da oggi, la prima rappresentazione di inaugurazione della stagione artistica dei Gran Teatri d’Opera (vedere più avanti per la loro definizione) diventa un servizio pubblico essenziale

Grande risultato per la cultura? Forse sì, ma la traduzione più comune è che non si potrà più scioperare, nemmeno per rivendicare diritti o protestare contro le scelte artistiche. È la normalizzazione per decreto: la libertà di espressione ridotta a margine di calendario. In fondo, la restaurazione inizia sempre da un dettaglio amministrativo.

2) «Restituiamo efficienza ai teatri»

Efficienza è la parola magica. Tutti la vogliono (e nessuno la piglia, secondo un’antica filastrocca), sembra innocua, ma nel Codice significa soprattutto controllo economico. Ogni teatro dovrà rispettare parametri di regolarità gestionale e chi non li raggiunge sarà “declassato”.

La cultura si fa azienda. E se l’idea di una visione aziendale nel panorama culturale di per sé non sarebbe un cattivo cambio di paradigma, fra tanti ‘equilibri finanziari’ e ‘sostenibilità economica’ non si parla mai di rischio artistico. Si potrà sperimentare, purché costi poco e non faccia rumore

Sotto questa logica, la cultura non viene gestita ma normalizzata. E se il criterio per ricevere fondi è la regolarità economica, allora il progetto più innovativo sarà sempre quello meno rischioso.

Ad una analisi più attenta risulta però l’ennesima riforma mancata nella direzione di una vera politica culturale basata sull’economia della valutazione, capace di misurare la qualità progettuale e gli effetti sociali delle iniziative oltre i meri indicatori quantitativi come numero di concerti, presenze in sala, biglietti venduti. Un’occasione, dunque, per introdurre metriche d’impatto culturale e civico che avrebbe potuto orientare la programmazione pubblica verso criteri di efficacia sociale, e non soltanto di performance gestionale. Forse un passo ancora considerato troppo ambizioso per l’attuale stagione normativa; toccherà attendere la prossima riforma.

In un’azienda però, per avere efficienza, serve disciplina. Ecco quindi la nuova governance dei Gran Teatri d’Opera, la categoria che sostituisce le fondazioni lirico-sinfoniche: un Consiglio di amministrazione centrale, un Sovrintendente proposto dallo stesso CdA, un Direttore artistico nominato sempre dal CdA e un “Sovrintendente designato”, pronto a subentrare per evitare vuoti di potere.

L’accentramento verticale però porta il CdA ad essere un organo politico-amministrativo su cui il Ministero (e la politica in generale) può ancora di più esercitare influenza diretta, spogliando la figura artistica di autonomia. Parafrasando il buon Salieri ‘prima i soldi e poi le parole’ e addio libertà di sbagliare.

3) «Finalmente una visione d’insieme per lo spettacolo italiano.»

Sì, ma di chi? La bozza del Codice parla di “visione unitaria del sistema dello spettacolo”, ma il soggetto resta sempre lo stesso: il Ministero della Cultura. La parola autonomia compare una sola volta, come una formalità d’uso, mentre indirizzo, supervisione, coordinamento si ripetono in modo ossessivo.

Il nuovo impianto cancella di fatto quel fragile equilibrio tra Stato e Regioni conquistato negli anni Duemila: le Regioni potranno “collaborare”, ma solo entro i limiti stabiliti dal Ministero e proprio loro che dovrebbero conoscere territori e pubblici, diventano comparse nel film dell’uniformità nazionale, in cui vale una sola catena di comando: il Ministero decide gli obiettivi, il CdA dei Gran Teatri li traduce in programmazione, i territori ringraziano.

Si dirà che c’era un gran bisogno una cabina di regia unica. Vero e auspicabile, ma solo se la regia non coincide con il potere perché la verifica periodica delle politiche culturali, che nel Codice dovrebbe servire a misurare l’impatto delle scelte, diventa un’arma di aggiornamento permanente: ogni tre anni si potranno ridefinire criteri, parametri e persino le tipologie di enti riconosciuti.

La cultura non è un coro da intonare all’unisono. È una polifonia di voci, alcune persino stonate. Il Codice, invece, sembra aver paura della dissonanza.

La cultura non è un coro da intonare all’unisono. È una polifonia di voci, alcune persino stonate. 

4) «È la fine della burocrazia, un unico testo per tutto.»

Sarebbe bello e il settore ne avrebbe realmente bisogno.  Invece il nuovo codice invece di potare, fertilizza con più rigidità, più precisione e più impermeabilità.

L’articolo 3 del Codice elenca diciassette tipologie di soggetti ammessi ai finanziamenti: Gran Teatri d’Opera, Teatri di Tradizione, Teatri Nazionali, Teatri per la Famiglia, Teatri di Figura, Centri Coreografici Nazionali, Festival, Live Club (questo meriterà un discorso a parte) e via così.

È una tassonomia museale. Ogni categoria avrà criteri, requisiti e algoritmi di punteggio. Viene il dubbio che la semplificazione trovi diverse accezioni a seconda delle latitudini. Semplificare non significa ordinare le scatole, significa rendere le regole comprensibili. 

Qui, al contrario, ogni articolo sembra scritto per essere interpretato da un giurista e non da un’artista. Il pluralismo viene sostituito dalla compartimentazione: tutto a posto, purché resti al suo posto. Si vuole abolire la giungla normativa? Si finisce per creare un giardino all’italiana, perfettamente simmetrico ma incapace di crescere.

In un sistema così, chi inventa una forma nuova (un progetto ibrido, una rassegna multidisciplinare innovativa, un format digitale) non troverà nemmeno la casella dove inserirsi. È come se la legge avesse deciso che l’arte può esistere solo se rispetta le misure di un modulo A4 protocollato.

5) «La danza torna al centro grazie al Corpo di ballo d’eccellenza nazionale.»

Il caso della danza è la dimostrazione più evidente di come il Codice confonda la parola creare con accorpare.

Negli articoli dedicati al settore, forse quelli meglio scritti dimostrando che chi se ne è occupato qualcosa del settore ne capiva, invece di prevedere la ricostituzione dei corpi di ballo stabili nelle fondazioni (tragica macchia nera degli ultimi 30 anni culturali), si istituisce un unico “Corpo di ballo d’eccellenza nazionale”: una compagnia autonoma, con sede in una fondazione ma indipendente da essa, composta da sessanta danzatori, due maîtres, un direttore generale e un direttore artistico.

La promessa più valida del Codice diventa anche la più fragile di tutte. La danza non “torna”: viene spostata.

La compagnia, di fatto autonoma e itinerante, statale ma privata nei fatti, diventerà un esperimento precario freelance di lusso: 3,5 milioni di euro l’anno, poi dovrà “accedere ai fondi ordinari”, nessuna garanzia di stabilità, nessun legame con un territorio. Lavoro a tempo.

È il sogno di ogni burocrate: una compagnia che non protesta, non sciopera, non ha memoria storica. Un unico corpo per rappresentarli tutti, ma senza radici né identità. Chiamarlo “d’eccellenza” non lo rende meno precario: è solo un modo elegante per dire che la danza, in Italia, non ha più casa.

6) «La riforma tutela i lavoratori dello spettacolo»

La parola “discontinuità” nel Codice ricorre più volte, quasi fosse una virtù morale (o un monito?)

All’articolo 1 si dice che lo Stato riconosce “la flessibilità, la mobilità e l’intermittenza del lavoro nello spettacolo”. Poi, agli articoli 78 e 79, si promette un “tavolo Welfare” e si cita l’indennità di discontinuità introdotta nel 2023. Tutto giusto ma quindi anche tutto già scritto (e per lo meno quindi confermato).

Il punto non è riconoscere che gli artisti lavorano a intermittenza (chiedere a qualsiasi musicista sull’argomento) ma costruire un sistema che li protegga tra un contratto e l’altro. Qui invece la precarietà diventa norma giuridica, quasi un elemento identitario: l’artista come creatura naturalmente instabile, da ammirare ma non da sostenere. È un’idea poetica e crudele insieme: l’arte come vocazione al sacrificio. La precarietà come normalità dei fatti. Si parla di “diritti compatibili”, di “contratti adeguati alle specificità”.

Si introduce un Registro nazionale dei professionisti dello spettacolo, con sezioni per categoria che da più di filtro d’ingresso che di tutela. Traduzione: ognuno si arrangi come può. La retorica del talento individuale diventa l’alibi perfetto per cancellare la responsabilità collettiva.

In un Paese dove la maggior parte dei musicisti e dei tecnici lavora senza continuità contributiva, il Codice avrebbe potuto essere un risarcimento. Invece è una cornice dorata intorno al problema: lo riconosce, lo celebra, e lo lascia intatto.

In un Paese dove la maggior parte dei musicisti e dei tecnici lavora senza continuità contributiva, il Codice avrebbe potuto essere un risarcimento.

6bonus) « La modernità di facciata»

Se c’è un tratto comune a tutto il testo, è la sua modernità apparente. Il Codice parla spesso di “giovani talenti”, “nuovi linguaggi”, “innovazione”. Ma la parola sperimentazione scompare quasi del tutto, e la musica contemporanea non è mai nominata.

Le politiche per gli under 35 si riducono a clausole decorative, pensate più per i comunicati stampa che per i bilanci. È il fenomeno che potremmo chiamare youthwashing: coinvolgere i giovani per dimostrare che nulla è vecchio, ma senza metterli davvero in condizione di decidere.

Nel frattempo, la figura divenuta obbligatoria del Direttore marketing e di comunicazione diventa simbolo di un Paese che confonde la promozione con la visione. Figura sicuramente necessaria (ma c’era veramente bisogno di renderla istituzionale) rappresenta il segno dei tempi: la cultura come brand, la programmazione come storytelling, la direzione artistica come target analysis.

Si parla di “nuovo pubblico” ma poco di nuove opere; si celebrano i “linguaggi contemporanei” ma si finanziano solo quelli compatibili con la tradizione, si moltiplicano i riferimenti a “attrarre pubblico”, “valorizzare i marchi”, “ottimizzare la visibilità”. Ma di quali contenuti si parla, realmente?

L’arte rischia di essere trattata come un marchio: se vende, merita; se provoca, costa troppo. È qui che ritorna l’eco più inquietante del documento: non si censura nulla apertamente, si rende invisibile ciò che non produce consenso.Un silenzio eloquente: il presente, nel nuovo Codice, non è contemplato.

Leggere prima che diventi ufficiale

Un Codice, per definizione, serve a stabilire regole certe. Ma quando le regole diventano così precise da impedire l’imprevisto, allora non è più una legge: è un recinto.

Il nuovo Codice dello Spettacolo nasce con l’ambizione di “riordinare”, ma finisce per normalizzare; promette “valorizzazione”, ma pratica esclusione; dichiara “tutela”, ma legittima precarietà il tutto attraverso un linguaggio che confonde il coordinamento con la direzione, la tutela con la sorveglianza, l’efficienza con la fedeltà.

Il fatto che sia ancora una bozza non lo rende innocuo, anzi, lo rende rivelatore perché mostra la direzione in cui la politica culturale italiana sta andando: una direzione dove l’arte serve a rappresentare, non a interrogare e interrogarsi. Il Codice non è ancora legge, ma è già un sintomo.

Per questo va letto ora, discusso ora e, nei modi più costruttivi, criticato ora. Perché quando diventerà ufficiale, sarà troppo tardi per scoprire che quel “riordino tecnico” era in realtà una restaurazione perfettamente codificata.

E se la libertà di un Paese si misura anche dal rumore che produce la sua arte e la sua cultura, allora questa riforma rischia di suonare come un applauso a tempo, perfettamente sincronizzato, ma senza respiro.



Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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