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Sei risposte sulla nomina di Beatrice Venezi alla Fenice

di Carlo Emilio Tortarolo - 23 Settembre 2025

Anche se era nell’aria da mesi, anzi da anni, e la nomina era già stata anticipata dalla stampa specializzata nei giorni scorsi, il comunicato di lunedì 22 settembre della Fondazione Teatro La Fenice che confermava le indiscrezioni sull’incarico a direttrice musicale di Beatrice Venezi, non ha placato il dibattito a mezzo social. Una nomina, fortemente voluta dal Sovrintendente Colabianchi, che divide fra le celebrazioni come scelta epocale e un ronzio costante di perplessità sulla solidità artistica e sulla cornice politica che l’ha accompagnata.

Da parte loro, il Sovrintendente e il sindaco di Venezia (e non il consiglio di indirizzo come erroneamente riportato dalla stampa) hanno comunicato la durata dell’incarico, che inizierà nell’ottobre 2026 e si concluderà nel marzo 2030, presentando la scelta come un segnale di rinnovamento, capace di “…portare energia, visibilità internazionale e professionalità al teatro”.

Nel comunicato si insiste anche sulla valenza simbolica, trattandosi di una delle poche figure femminili in Italia a ricoprire un ruolo apicale in un grande teatro lirico, in linea con la vocazione “globale e innovatrice” della Fenice.

Da dove viene quindi tutto questo clamore? Voi, cari lettori di Quinte Parallele, sapete che la cultura e soprattutto la musica finiscono in prima pagina solo quando scoppia un “caso”.

Qui proviamo a fare chiarezza ispirandoci al format inaugurato da Alessandro Tommasi sul caso Gergiev: non per emettere un giudizio personale o definitivo, ma per aiutare il pubblico incuriosito, spiazzato, e in molti casi bombardato da una narrazione che tende a dipingere tutto a tinte o bianche o nere, dimenticandosi che è nelle tonalità di grigio che si deve cercare una spiegazione.

Faccio mio anche il disclaimer, con le debite modifiche, che verrà prontamente ignorato dagli ultrà dei social: “Procediamo con ordine, punto per punto, ma solo dopo un dovuto disclaimer: È assolutamente ben accolto il dibattito e il confronto sul tema etico e politico in questione, rimanendo come sempre aperti a opinioni anche molto diverse visto finché rimangono nei confini di un dibattito civile e argomentato.”

1) «La sua nomina è osteggiata perché è una donna»

Questa è forse l’obiezione più frequente e, allo stesso tempo, la più fuorviante.

Non a caso il tema del genere è emerso a partire dal comunicato stesso della Fondazione, ancora prima di qualsiasi altro argomento. Detto questo, Beatrice Venezi stessa, in passato, ha chiesto di essere chiamata “direttore” e non con la declinazione femminile (a partire da Sanremo 2021), segno che la discussione lessicale non può diventare l’alibi per evitare il merito.

Che i vertici della direzione d’orchestra e dei ruoli apicali nei teatri lirici restino a prevalenza maschile è un fatto. I dati parlano chiaro, e il percorso difficile di molte direttrici lo testimonia perché solo poche sono arrivate a guidare orchestre sinfoniche di rilievo o teatri d’opera come Marin Alsop o Susanna Mälkki, faticando a conquistarsi spazio a livello internazionale.

Anche in Italia la strada appare in salita e, nonostante esempi virtuosi, molto si deve ancora fare in questa direzione.

Ma, come nel caso del famoso adagio del dito e della luna, proprio per questo è importante distinguere il merito dalla retorica e, sostenere che le critiche derivino per definizione da misoginia, non regge. Le critiche rivolte dal mondo musicale alla nomina di Beatrice Venezi non nascono dal fatto che sia una donna: anzi, è un segnale storico che una fondazione lirico-sinfonica come la Fenice, abbia affidato la sua direzione musicale a una figura femminile.

Il problema nasce dal fatto che la direzione musicale di una fondazione lirico-sinfonica in Italia sia uno dei punti più alti della carriera artistica raggiungibili nel nostro Paese e, che questo avvenga senza che alla direzione musicale sia riconosciuta unanimemente una statura artistica, rappresenta uno spiacevole punto di partenza.

La carriera di Venezi, per quanto già significativa e ricca di esperienze, non presenta ancora quelle tappe consolidate che solitamente precedono incarichi di tale livello e che sono condivise dai colleghi nei medesimi luoghi.

Non si tratta di sessismo, ma di valutazioni di percorso e il fatto che il dibattito si concentri sulla sua esposizione mediatica, più che sul repertorio interpretato o sulle incisioni realizzate, racconta bene la natura della questione e di come venga dibattuto il tema in Italia, dove tutti possono parlare di musica senza saperne molto.

Attribuire ogni critica al pregiudizio di genere diventa così un alibi comodo, che evita di discutere della sostanza, meritevole, invece, di tutta la nostra attenzione, perché la credibilità di un teatro come la Fenice si gioca sulla qualità della musica, non sulla costruzione di un simbolo.

2) «Non è dimostrabile che questa sia una nomina politica»

In teoria, nessuna nomina è mai esplicitamente politica.

Viviamo in un mondo in cui pensiamo ancora che le nomine avvengano su pubblica piazza, srotolando un papiro corposo e annunciando, con voce tonante, i desideri del monarca.

Non esistono verbali che dicano «abbiamo scelto questo nome perché è vicino a questo partito», ma la politica, in Italia, si riconosce dai dettagli, dai segnali, dalle coincidenze: insomma si capisce dal contesto.

Nel caso di Venezi, alcuni fatti sono di per sé innegabili e sono facilmente rintracciabili su internet per chi volesse affrontare un viaggio nel debunking: gli interessi politici della sua famiglia, la partecipazione a eventi ufficiali del governo, il sostegno a mezzo stampa delle politiche del primo ministro Giorgia Meloni con tanto di post Instagram, gli incarichi di governo, come “consigliere per la Musica”, da parte del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano (novembre 2022), etc.

Nessuna tessera di partito (quanto meno che sia dato saperlo) e anzi, formale rinuncia ad essere candidata per non togliere tempo al proprio mestiere, dall’altra parte del racconto.

Va però descritto il contesto di questa nomina: un annuncio fortemente voluto e sostenuto dal partito di maggioranza in un tira-molla di svariati mesi. Negare che ci sia una componente politica significa fare finta di non vedere la cornice dentro cui tutto questo è accaduto.

Non si tratta di dire che la nomina è illegittima, ma di riconoscere che ha un forte peso simbolico per un governo che ha spesso usato la cultura come terreno identitario e come campo di scontro.

La politica c’è, eccome. E ignorarla significa ridurre il dibattito a un formalismo che non racconta la realtà.

3) «Se la sua nomina fosse stata fatta dalla sinistra non si sarebbe lamentato nessuno»

Qui siamo di fronte a un argomento che sposta il problema, un tipico esempio di ‘benaltrismo’, ovvero una fallacia logica per cui eludo la questione spostando l’attenzione su altri temi ritenuti più importanti o più generali. In poche parole, gettarla in caciara.

Non si discute più di musica, ma di tifoserie politiche.

Il nodo non è chi abbia firmato la nomina, bensì i criteri con cui sia stata decisa.

Se fosse stato un sindaco di centrosinistra o un governo progressista a sostenerla, le perplessità sarebbero rimaste identiche perché sarebbero rimasti gli stessi parametri di giudizio: la solidità del percorso professionale, l’equilibrio tra immagine e sostanza, il rapporto tra carriera e ruolo istituzionale.

Che in Italia le nomine culturali siano spesso influenzate dalla politica non è una scoperta dell’ultima ora, ma il fatto che siano sempre state fatte, tendenzialmente da altre generazioni che le hanno accettate come bene necessario, non può essere da disincentivo per parlarne oggi.

Sovrintendenti, direttori artistici, presidenti di fondazioni, in più di un’occasione hanno ottenuto un ruolo più per un fattore politico che per bravura e capacità intrinseca (e ne paghiamo le conseguenze oggi), e le polemiche non sono mai mancate. Pensare che, se il colore fosse stato diverso, nessuno avrebbe parlato, è ingenuo e rappresenta un forte bias politico personale perché riduce il dibattito culturale ad un mero confronto infantile del “se lo fanno allora lo posso fare anche io”.

La musica, però, meriterebbe di restare al centro priva di influenze politiche.

Ed è un segnale negativo che il dibattito sulla Fenice si sia trasformato subito in una contesa ideologica, più che in un confronto sul repertorio, sulle stagioni future e sulla progettualità artistica.

4) «Non è un segnale di rinnovamento avere un direttore musicale under 40?»

La giovane età è un dato, non un valore in sé.

La giovane età di Beatrice Venezi, ovviamente rimarcata nel comunicato, non basta da sola a rappresentare il cambiamento ed è una goccia nel mare dello youth-washing imperante del nostro sistema sociale.

Certo, avere un direttore musicale under 40 è abbastanza raro in Italia, dove le grandi cariche artistiche arrivano dopo i quaranta, più per una naturale maturità interpretativa che per ageismo.

Il rinnovamento, però, non si misura con la carta d’identità: si misura con le idee, con la capacità di incidere sui repertori e con il coraggio di immaginare un teatro diverso.

Ci sono esempi, anche recenti, di direttori giovanissimi che hanno cambiato volto a istituzioni prestigiose: Gustavo Dudamel a Los Angeles, Esa-Pekka Salonen a Stoccolma, Daniel Harding a Londra (casualmente quasi tutti all’estero).

In questi casi, però, la nomina era sostenuta da un curriculum imponente, da incisioni già autorevoli e da un riconoscimento critico se non unanime sicuramente consolidato.

Per Venezi, la domanda rimane aperta: quali progetti porterà alla Fenice? Quale sarà la sua visione di lungo periodo? Al momento non è dato saperlo e da comunicato stampa non è stata scelta presentando una progettualità specifica. La giovinezza può essere un’occasione per innovare, ma se non è accompagnata da una progettualità forte rischia di ridursi a semplice etichetta generazionale e l’ulteriore occasione sprecata.

5) «Finalmente aria nuova nella musica classica»

Aria nuova: l’espressione torna spesso, ma raramente viene spiegata. L’aria nuova non è la presenza in televisione, non è il volto conosciuto sui social, e nemmeno il fatto di rompere con una tradizione di nomi già visti. L’aria nuova, in musica, significa aprire repertori, mettere in dialogo la tradizione con la contemporaneità, inventare formati di concerto diversi, coinvolgere pubblici che non si sentono rappresentati, insomma ricreare un pubblico che il Teatro non lo frequenta più.

L’aria nuova, in musica, significa aprire repertori, mettere in dialogo la tradizione con la contemporaneità, inventare formati di concerto diversi, coinvolgere pubblici che non si sentono rappresentati, insomma ricreare un pubblico che il Teatro non lo frequenta più.

Se guardiamo all’esperienza internazionale, aria nuova è stato il lavoro di Kirill Petrenko a Berlino, che ha inserito autori del Novecento spesso trascurati nei programmi di una delle orchestre più conservative. Aria nuova è stato Claudio Abbado quando ha portato i giovani della Gustav Mahler Jugendorchester nei festival più prestigiosi.

Aria nuova, in Italia, significa oggi proporre con coerenza la musica contemporanea, dare spazio a nuove commissioni, rinnovare la drammaturgia dell’opera.

Non basta dunque essere un volto televisivo o una firma su un libro divulgativo per portare ossigeno alla musica classica ma serve una capacità di approfondimento quasi unica.

Il rischio è che l’“aria nuova” evocata in questi giorni si riduca a un cambio di immagine e non a un cambiamento reale della vita musicale della Fenice.

6) «La sua nomina ha avuto grande eco mediatica ed è sostenuta da molti critici in primis. Questo fa bene alla cultura»

Qui tocchiamo un punto delicato.

La cultura ha certamente bisogno di visibilità ma alle proprie determinate condizioni: sicuramente teatri e orchestre soffrono di scarsa attenzione mediatica e sociale, e spesso, si confonde un titolo in prima pagina con una vera campagna di promozione.

La nomina di Venezi sta facendo discutere, riempirà i talk show e produrrà decine di articoli. Innegabile. Ma, confondere visibilità con qualità, è pericoloso.

A parte gli onnipresenti saltatori sul carro, va segnalato come una parte significativa del mondo musicale abbia espresso, da anni, dubbi, sollevato domande e manifestato perplessità, a partire da episodi come le polemiche a Palermo, con conseguenti sanzioni disciplinari ai professori d’orchestra.

Tutti invidiosi o non meritevoli di esprimere un giudizio in merito?

L’eco mediatica, poi, non sempre corrisponde a un reale radicamento culturale e la storia italiana è piena di personalità che hanno avuto grande esposizione mediatica senza lasciare tracce durature sul piano artistico.

Se l’eco mediatica non si tradurrà in scelte artistiche solide, rischia di essere un fuoco di paglia: molto rumore oggi, poco cambiamento domani.

E ancora una volta, la narrativa vincerà sulla realtà.

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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