Biennale Musica Anno Due – In ascolto della contemporanea

Pensieri dal 67. Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia dedicato al suono digitale e alla musica elettronica

Non è mai facile parlare di una intera manifestazione, in questo caso il 67° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia, che ha per tutta la seconda metà di ottobre, impegnato la città serenissima a confrontarsi con il tema di questa edizione (trovate il resoconto dell’edizione 2021 in tre puntate, qui qui e qui): il suono digitale.
Già nell’intervista al direttore artistico della manifestazione Lucia Ronchetti in occasione della presentazione stampa ad aprile scorso il solco che questa edizione, Micro-Music, voleva segnare era chiaro.
L’intenzione di dedicarsi ad un prodotto così particolare all’interno della produzione musicale contemporanea ma al contempo così ampio per tutti quei generi che si sono andati a formare negli ultimi quattro decenni (dal CD in poi, per intendersi) era un chiaro messaggio di svecchiamento alla formula Biennale.
Per la prima volta da sette edizioni in cui seguo la manifestazione come critico e ormai dieci da spettatore, per la prima volta in questa edizione mi sono sentito, in alcune occasioni, uno dei più anziani della stanza. Una sensazione strana, nuova, di confronto con culture e generi forse lontani dai miei soliti ascolti ma che si voglia o no vanno contemplati nell’aggettivazione ‘contemporanea’, anche solo per l’ampia declinazione fra installazioni e performance.

Scolpire il suono

Tutti i cambiamenti di rotta portano con sé i malumori di chi inevitabilmente vorrebbe rimanere sulla rotta tenuta in precedenza, anche se palesemente l’iceberg in lontananza, e sempre più vicino, è pronto al suo ruolo di affondatore definitivo.
La scelta di conferire a Brian Eno il Leone d’Oro ha ovviamente generato apprezzamenti e mugugni.

Brian Eno, Leone d’oro alla carriera per Biennale Musica 2023 – Courtesy La Biennale di Venezia / ph. Andrea Avezzù

Credo sia incontestabile l’apporto di Eno alla musica globale (una veloce lettura della semplice pagina di Wikipedia aiuterebbe molto) ma la sua presenza, ancora di più poi sul sacro palco del Teatro Fenice, con l’esecuzione della prima assoluta Ships, accompagnato dalla Baltic Sea Philharmonic diretta da Kristjan Järvi, ha riaperto la mai sopita lotta fra musica colta e musica popular.
La già sola presenza di un artista internazionale del calibro di Brian Eno in un contesto come il teatro veneziano aveva di per sé carattere di unicità, che poi a circondarlo sul palco ma anche largamente in ogni ordine di sedute ci fosse il pubblico più variegato mai visto alla Fenice, ha decretato un successo prima ancora che finisse il concerto stesso. E poco importa se l’orchestrazione non fosse memorabile o le capacità canore di Brian Eno stesse non fossero propriamente state all’altezza del palco. Quello che è avvenuto è stato un unicum (o almeno duplum dato il doppio concerto per soddisfare una richiesta di pubblico e stampa da tutto il mondo) e chi se lo è perso, forse mai riuscirà a recuperarlo.

Ships di Brian Eno con la Baltic Sea Philharmonic diretta da Kristjan Järvi (prima assoluta, commissione La Biennale di Venezia) – Courtesy La Biennale di Venezia ph. Andrea Avezzù

Se usualmente sul carro (o sulle ships in questo caso) salgono tutti, soprattutto se di successo, qui l’artefice rimane unica, Lucia Ronchetti, che ha fatto una scelta coraggiosa, ha convinto un artista non certo alla portata di tutti a non fare una semplice sfilata veneziana ma dando il la al progetto e proponendogli così un evento originale.

Tutte le polemiche, Brian Eno si porta via

 

L’accentramento mediatico sul caso Brian Eno ha giovato e solo parzialmente oscurato quanto in più offriva questa edizione che, superato il gorgo principale, ha potuto concentrarsi su quanto di particolare fosse in cartellone dalla performance sperimentale al concerto rodato.
A partire da uno dei primi concerti in cui l’artista Robert Henke, il co-inventore del software Ableton Live, ha proposto uno spettacolo audio-video ‘CBM 8032 AV’ interagendo esclusivamente con computer Commodore dei primi anni ’80, facendo emergere da processori a 8 bit un intero inaspettato mondo di musica elettronica e grafica. Spettacolo non solo interessante per la sua realizzazione ma anche per le implicazioni filosofiche di questa ‘archeologia musicale’, in cui non modificando tecnologicamente la strumentazione si va a creare musica dall’estetica attuale e che all’epoca non si pensava fosse possibile.

CBM 2830 AV di Robert Henke – Courtesy La Biennale di Venezia / ph. Andrea Avezzù

Oppure il concerto dell’Ensemble ICTUS con l’esecuzione dell’integrale della trilogia di Fausto Romitelli, Professor Bad Trip, in quel vortice continuo di stimoli di musica, priva di etichette fra colta o popular, che solo Romitelli è riuscito a creare e che a distanza di vent’anni potrebbe e dovrebbe essere ancora di ispirazioni alle nuove generazioni di compositori.
Forse l’esperimento più riuscito è stato nel dare tanto spazio, compreso il riadattare gli spazi del Teatro alle Tese dell’Arsenale all’occorrenza, alle performance di elettronica live, con libero accesso del pubblico. Vari gli artisti, sound designer, dj e producer che si sono alternati nelle serate dedicate quali Loraine James, Kode9, Nero Sound System, Dj Rupture, Lamin Fofana, Jjjjjerome Ellis. Un panorama assai articolato sia artisticamente sia tecnologicamente che ha permesso di portare a Venezia un pizzico di mondo in più.
Perché contemporanea, che lo si voglia o meno, è anche questa e lo ha dimostrato un pubblico quanto mai vivo e transgenerazionale che si è organizzato addirittura fuori regione per venire a quello o quell’altro concerto perché unico del panorama italiano, figurarsi di quello della contemporanea italiana.

Live di Nicolas Becker e Robert Aiki Aubrey Lowe – Courtesy La Biennale di Venezia ph. Andrea Avezzù

Tutti esperimenti (o lo sono veramente quando funzionano tutti contemporaneamente?) che hanno raggiunto il sold-out ma che spesso rifuggivano l’idea canonica di evento, chiedendo allo spettatore attenzione e partecipazione. Uno sforzo ben ripagato dato che la Biennale di quest’anno ha raddoppiato il pubblico rispetto all’anno scorso.
E così mentre l’anno va pigramente verso la conclusione, la notizia sui principali giornali nell’ultimo mese non è stato il successo dell’edizione o gli interrogativi sul fatto che sia la corretta strada da percorrere per tornare ad avere pubblico in sala, ma tutta appannaggio delle questioni manageriali che governano la Biennale. E se a Brian Eno era riuscito di portare via tutte le critiche, le beghe politiche purtroppo risultano troppo resilienti anche per il leone d’oro.
Auspico che il cambio di presidente non comporti la cieca spartizione di poltrone che tristemente abbiamo visto in altri contesti dello spettacolo televisivo e dal vivo negli ultimi anni e, dato che sia nazione di santi, navigatori e poeti, non si pensi possa essere una buona idea puntare sull’assonanza di cognomi e città per decidere un nuovo direttore artistico di Biennale Musica.

Vedremo cosa Biennale Musica Anno Tre ci porterà in dono.

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