Violoncello In-Audito: il Concerto op. 40 di Gerald Finzi

Il Concerto per violoncello di Gerald Finzi non trova molto spazio tra i programmi di oggi. Qui vi raccontiamo il brano e il suo autore.

Gerald Raphael Finzi (1901-1956), compositore inglese di origine italo-tedesca, è conosciuto soprattutto per la sua produzione corale e vocale su testi religiosi o della letteratura e poesia inglese, con esempi importanti come la cantata Dies Natalis per voce e orchestra d’archi, Intimations of Immortality, su testo di William Wordsworth, o ancora i nove cicli di canzoni, di cui il primo per voce e quartetto d’archi, i restanti per voce e pianoforte. Gli esempi di musica strumentale non sono altrettanto numerosi ma non meno interessanti: tra questi spiccano sicuramente il Concerto per clarinetto e orchestra op. 31 e il Concerto per violoncello op. 40.

 

Gerald: uno sguardo all’autore

Nato a Londra da padre italiano e madre tedesca, Gerald e la sua famiglia si trasferiscono ad Harrogate durante la Prima Guerra Mondiale e poco dopo la morte del padre nel 1909, poco prima dell’ottavo compleanno di Gerald. Qui Finzi comincia gli studi musicali nel 1915 sotto la guida di Ernest Farrar che lo definisce subito “molto timido, ma pieno di poesia”. Finzi trova in Farrar un insegnante empatico, giovane (appena trentenne) e attento: la sua morte sul fronte tocca profondamente il giovane Gerald, che negli stessi anni perde anche i suoi tre fratelli.

L’improvvisa e precoce assenza di così tanti punti di riferimento a livello affettivo ed educativo avrà un grande impatto nella gioventù e la vita adulta del compositore, ma è probabilmente origine del suo avvicinamento alla poesia e poi alla composizione. Nella poesia di Hardy e Wordsworth, Finzi non può che riconoscersi nel tema ricorrente dell’infanzia serena e pura corrotta dalla violenza dell’esperienza dell’età adulta, inaspettata e incontrollabile. Uno sguardo malinconico facilmente percepibile nella sua musica. Nel 1925 Finzi torna a Londra e incontra Howard Ferguson, Gustav Holst e infine Ralph Vaughan Williams, figura per lui importantissima. È proprio Vaughan Williams a fargli ottenere la cattedra alla Royal Accademy of Music.

L’ambiente e l’aria di Londra non convincono Finzi, che decide con la moglie Joyce Black di trasferirsi ad Aldbourne, Wiltshire. Qui inizia una lunga ricerca di conversazione e archiviazione negli ambiti più disparati: inizia la coltivazione di mele, salvandone addirittura diverse varietà inglesi dall’estinzione; raccoglie più di tremila volumi di poesia, filosofia e letteratura inglese nella sua personale libreria, ora conservata presso l’University of Reading; cataloga circa settecento volumi tra manoscritti, trattati e prime edizioni tutti risalenti alla musica inglese del diciottesimo secolo, materiale ora conservato presso l’University of St. Andrews.

Insieme alla moglie si occupa anche della catalogazione e dell’edizione dei lavori di Ivor Gurney, studia la musica folk inglese. Si dedica anche alla pubblicazione di musica antica di compositori inglesi come William Boyce e John Stanley. È un periodo molto prolifico e di grande attenzione per la promozione della musica nazionale, antica e contemporanea.

Nel 1939 i Finzi si trasferiscono ancora una volta, questa volta ad Ashmansworth (Hampshire), dove Gerald fonda l’orchestra Newbury String Players. Qui si dedica all’esecuzione della musica per archi ottocentesca, affiancando prime assolute di brani contemporanei, con giovani musicisti emergenti come il pianista e compositore Kenneth Leighton.

L’amicizia con Ralph Vaughan Williams sarà uno dei capisaldi della vita di Gerald Finzi. Quello che resta oggi della corrispondenza tra i due compositori si aggira intorno alle duecento lettere, abbastanza da poter definire la natura della loro amicizia. Finzi emerge come una persona poliedrica, il cui rapporto con Vaughan Williams è di vitale importanza nella sua crescita personale e artistica.

Nonostante la perdita del suo più affezionato confidente, Gustav Holst, morto nel 1934, Vaughan Williams trova nell’amicizia con Finzi grande consolazione. In una lettera datata 1956, scritta alla moglie Joyce poco dopo la sua morte, il compositore lo ricorda così:

Carissima Joyce,

 Tu sai che grande amico e fedele consigliere era – venivo sempre da lui a chiedere aiuto e supporto. Penso ai giorni spesi con te e lui – sono momenti luminosi nella nostra memoria incorniciati in quel meraviglioso paesaggio collinare.

Con tutto l’affetto a te e ai ragazzi

Da Ralph

 

Gerald Finzi e Ralph Vaughan Williams

Pochi anni prima, nel 1951, Finzi inizia la sua lotta contro il linfoma di Hodgkin. A seguito di una gita a Gloucester proprio con Vaughan Williams – forse oggetto di questa lettera – Gerald contrae la varicella. Allo stato della sua malattia l’infezione provoca enormi danni al cervello. Finzi si spegne nell’ospedale di Oxford, la mattina dopo la première del suo Concerto per violoncello, eseguita la sera prima e trasmessa via radio.

Il Concerto op. 40 

 

I. Allegro moderato

Il primo movimento è sicuramente il più denso ed esteso dell’intero Concerto e si apre con un’introduzione discretamente corta ma completa, autonoma: le prime battute introducono il leitmotiv che verrà esteso e ripreso per tutto il movimento. Fin dai primi minuti Finzi definisce molto sapientemente la sonorità dell’orchestra, presentando immediatamente il carattere e l’ambiente drammatico eppure nobilissimo percepibile in tutto il Concerto.

Un’orchestrazione così densa prepara quindi l’entrata del violoncello che ricorda l’apertura del Concerto di Elgar, composto più di trent’anni prima, sia nell’estensione, sia nelle scelte tecnico-espressive: un incipit nel registro grave, ricco di accordi eppure molto lirico. La linea del violoncello inizia un dialogo incalzante con la parte orchestrale, che rimbalza il primo tema tra ottoni e legni. La drammaticità è interrotta da una prima transizione tutta in mano al violoncello che trasforma in pochissime battute un primo tema combattivo melodie serene. Il secondo tema scorre su un tappeto sonoro degli archi: i bassi delineano con pizzicati impostati ma privi di nervosismo la battuta, mentre violini e viole srotolano un accompagnamento dolce e cullante, poi ripreso dal violoncello.

In questa sezione Finzi si muove su tonalità e colori ben definiti eppure ben amalgamati e distribuiti nei diversi interventi; nella partitura si riconosce la volontà di Finzi di trasmettere un senso di appartenenza e di coerenza al materiale proposto. La sua espressività è esplorata in tutte le sue possibilità in entrambi le partiture, senza però risultare banale o ripetitivo. Si percepisce concretamente l’autodeterminazione del Concerto, nella sua integrità e in ciò che vuole trasmettere.

La stessa Cadenza è un momento autonomo e corale, introspettivo eppure mai scollegato dall’intenzione delineata da Finzi. Anche la complessità tecnica di questa sezione finale del primo movimento ha una naturale esigenza musicale, non è solo una parentesi di virtuosismo: è un ultimo rush finale, un punto fermo che si spegne lentamente sul lungo accordo dell’orchestra.

 

II. Andante quieto

Il secondo movimento apre una porta su un paesaggio sonoro libero dalla drammaticità sfogata nell’Allegro moderato: di carattere melanconico e pastorale, è concepito da Finzi diversi anni prima della sua finale stesura nel 1951. Il resto del Concerto è datato quattro anni più tardi, quando Finzi sta già combattendo da tempo la sua battaglia contro la malattia. Questo movimento, dedicato alla moglie – proprio come il suo lontano cugino maggiore del Concerto di Elgar – sembra ancora salvo dal veleno del dolore più nero: un momento senza tempo, privo di angoli e rigidità, anche nei suoi momenti più malinconici e travolgenti.

L’Andante quieto si apre con una splendida introduzione orchestrale, ricca dei chiaroscuri tipici della musica inglese di questo periodo: una nobiltà d’animo che non vuole mai essere sguaiata. Il violoncello in questo movimento sfrutta tutta la sua vocalità, prendendosi i suoi spazi all’interno di una sapiente orchestrazione che non disturba mai il timbro del violoncello. Il supporto e il dialogo con i fiati in tutta la prima sezione sembra voler dare l’immagine di un pensiero protagonista (nella voce del violoncello) visitato da sentimenti e motivi complementari che mantengono però la loro diversità per colore e materiale musicale, senza contrastare l’idea principale.

Violoncello e orchestra non sfociano mai in momenti di pura disperazione, ma sembrano lasciar intravedere piuttosto emozioni altrettanto potenti e vere, senza permettere loro di stravolgere l’intero carattere del movimento. Anche l’ultimo Tutti che conduce verso la fine del movimento è potente ma mai violento; è un’ultima contemplazione della sua stessa evoluzione, necessaria per potersi spegnere nella calma ritrovata, in un lungo e bellissimo dialogo tra i legni.

La voce del violoncello torna a sussurrare il suo tema iniziale, con una punta di dolore in nuove dissonanze: è solo una memoria affettiva di quella nostalgia ormai abbandonata con serenità e commozione. Questo secondo movimento svanisce come si era presentato, ora in un’assoluta e religiosa pace pulita dai tormenti umani.

 

III. Rondò. Adagio – Allegro giocoso

L’ultimo movimento, più breve ma non meno interessante, si apre con un curioso momento introduttivo del violoncello. Particolari ottave nude nel loro colore un po’ ironico, un po’ misterioso, anticipano un brevissimo intervento del tamburo che accenna appena un ritmo dal richiamo militare. L’episodio si conclude con una breve sequenza armonica di accordi arpeggiati del violoncello, ora dal carattere più sereno. Armonie analoghe sono subito estese nel breve Adagio, forse un ultimo momento di riflessione, forse un richiamo lontano di quella serenità del secondo movimento.

 

Il violoncello ne trasforma il carattere in poco più di una battuta, rotolando velocemente nell’Allegro giocoso che si apre sullo stesso materiale ritmico anticipato dal tamburo e ora sostenuto saldamente da tutti gli archi. Tutto il movimento si muove su un carattere dal richiamo folk e quasi campestre, dal potere particolarmente immaginifico.

Il carattere del giocoso scorre facilmente nella coloratissima orchestrazione e nella varietà tecnica richiesta al violoncello, compiendo una rapida metamorfosi nella parte finale, apparentemente destinata a sfociare in un ritorno al dramma iniziale del primo movimento. Finzi invece ripresenta il carattere giocoso e leggero con una rapida sequenza virtuosistica del violoncello che si spegne in un arpeggio pizzicato, in unisono con l’orchestra, prima di concludersi definitivamente con slancio.

Quest’ultimo movimento conclude il Concerto dandogli un senso di completezza: Finzi racconta il dramma, la serenità e il ricordo del gioco e del divertimento fanciullesco. Insieme al Concerto per Clarinetto l’op. 40 è indubbiamente uno degli esempi di musica strumentale meglio riusciti di Finzi anche per la sua integrità e quindi potenza. Non è una pagina vuota o debole, né realizzata poveramente o con approssimazione. Meriterebbe certo più visibilità e riconoscimento, come la restante produzione di Gerald Finzi.

Articoli correlati

Il Gruppo dei Cinque Armeni

Un gruppo di cinque compositori armeni, nati tra il 1920 e 1921, divenne così significativo nel panorama della musica sovietica tanto da definire il loro sodalizio con il nome di “Gruppo armeno dei Cinque”, tra loro Arnò Babadžanjàn. Proprio in questi giorni è in uscita l’album di debutto di Ares Trio che sceglie di esordire con il trio di fa# minore del compositore armeno.