Come sta lo spettacolo dal vivo?

In attesa del decreto, ci sono delle considerazioni troppo importanti per il futuro di un intero settore da fare

Autore: Filippo Simonelli

12 Ottobre 2020

Qualche settimana fa una notizia ha sconvolto il mondo dello spettacolo dal vivo: il Metropolitan di New York, uno dei templi mondiali della musica, non riaprirà per la sua stagione di quest’anno ricominciando a programmare le rappresentazioni per la Stagione 2021-2022. Ad aggiungersi a questa notizia di per sé piuttosto traumatica sono state le proteste vigorose ma ordinate che si sono tenute nella Parliament Square di Londra, con una piccola grande folla di musicisti che ha protestato contro l’inerzia governativa e contro alcune dichiarazioni del Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak sulla necessità di adattamento dei lavoratori dei settori creativi. Per quanto, ad onor del vero, ci sarebbe da dire che le dichiarazioni del politico britannico sono state riportate in maniera spesso inesatta anche dalla stampa britannica, il problema resta, e non è una questione confinata al di là della Manica o negli Stati Uniti.

Per un po’ ci dovremo accontentare di vederlo così, il MET

Le proteste dei lavoratori dello spettacolo in Italia

Ondate di panico hanno percorso larghi settori della nostra opinione pubblica quando si sono susseguite a mezzo stampa le possibili ipotesi di nuove restrizioni in DPCM futuri o futuribili che dovevano prevedere una riduzione globale del numero di spettatori previsti in tutte le sale da concerto del nostro paese ad un massimo di 200 unità. Allo stato attuale questa sciagura non si è ancora concretizzata, ma il solo timore di questa possibilità ha messo in moto una macchina non solo di indignazione generalizzata, ma anche di autotutela da parte del settore che rodata nei mesi scorsi, sembra aver finalmente acquisito l’efficacia auspicabile che era mancata in passato.

Il critico Angelo Foletto, sulla sua pagina-blog Acuti, ha descritto una sorta di proto-azione di lobbying da parte dei sovrintendenti dei principali teatri e delle fondazioni lirico sinfoniche del nostro paese per scongiurare questa eventualità. Sabato scorso è andata in scena di fronte al Duomo di Milano una protesta composta ma comunque spettacolare dei lavoratori dello spettacolo; e sono apparsi in televisione ancora i sovrintendenti, per difendere gli interessi della categoria. In un’uscita destinata a fare scuola a modo suo, il sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia ha fatto capire – anche simpaticamente – che non sono i teatri il problema, visto che sono posti in cui notoriamente si sta fermi e immobili. Michele Dall’Ongaro, intervistato assieme a lui da Rai News 24, ha fatto notare senza giri di parole che con 200 persone in sala a rappresentazione si chiude, punto e basta. Persino parte della politica stessa, organizzata in una sorta di riunione informale ma stabile degli assessori alla cultura dei capoluoghi di provincia, ha preso a cuore la questione.

Spettacolo dal vivo

Anche l’AGIS, l’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ha fatto dei significativi passi in avanti dal punto di vista dell’efficacia comunicativa in questi mesi, passando da sconclusionate conferenze stampa in streaming ad azioni di lobbying decisamente più concrete, culminate in un rapporto uscito l’11 ottobre, e in cui si evidenzia con fatti e logica che lo spettacolo dal vivo è sostanzialmente sicuro, con i dovuti accorgimenti.

Carta canta

La ricerca dell’AGIS si basa su un campione significativo di spettacoli (non solo musicali) che si sono tenuti dopo la ripresa delle attività, 2782, e che hanno coinvolto 347.262 spettatori. Tra questi, secondo i contatti tracciati con il sistema dell’App IMMUNI e incrociati con quelli dei focolai messi sotto controllo dalle ASL, è stato rivelato un solo caso di contagio. C’è da dire che un’osservazione potrebbe essere che la diffusione di Immuni non è capillare quanto sarebbe necessario per dispiegarne la completa efficacia, e che è possibile che buona parte del campione di spettacoli presi in considerazione potrebbero essersi svolti all’aperto, dunque in una condizione difficilmente replicabile nei mesi invernali. Per quanto si possa anche voler attribuire parte di questo numero alla fortuna, è innegabile che esista una sproporzione tale tra questi numeri e quelli di altri settori che non sembrano essere oggetto imminente di una scure governativa come quella paventata del massimo di 200 persone a spettacolo. Anche senza voler fare benaltrismo e invocare chiusure anche per altri – muoia Sansone con tutti i Filistei! – è chiaro che passare a fil di spada le capienze dei teatri, ognuno dei quali ha delle peculiarità logistiche prima ancora che artistiche che lo rendono unico, sia una follia e che possa portare con sé una serie di problemi a cascata, di natura occupazionale soprattutto, che non possiamo continuare ad ignorare.

Il Bellini di Catania, uno dei nostri preferiti

One size fits all? Non per lo spettacolo dal vivo

Il nodo centrale della questione è che i Teatri italiani, e con essi poi anche tutti i luoghi in cui si fa musica, hanno delle peculiarità che sono state costruite e custodite gelosamente nel corso di decenni e che oltre ad essere uno specchietto per le allodole in materiale pubblicitario o affine, ne determinano anche una serie di caratteristiche logistiche che in questo momento non si possono ignorare. L’idea di applicare un unico criterio per tutti è davvero fuori dal mondo, ma è al tempo stesso una scappatoia pratica per pulirsi la coscienza con un criterio di sicurezza che applichi fino al paradosso il principio di precauzione, portandolo a conseguenze parossistiche.

Ora intendiamoci: abbiamo davanti mesi difficili e in cui le incognite sono potenzialmente infinite, ci saranno da fare dei sacrifici per tutti e non possiamo aspettarci che i teatri abbiano qualche sorta di salvacondotto magico o che il virus non si manifesti per una qualche dote taumaturgica delle arti, anche se stando al già citato studio dell’Agis finora è stato più o meno così.

Ma non possiamo – e non può soprattutto il decisore politico – far finta di nulla, non tenere conto di queste verità che sono talmente autoevidenti da essere solari. E, a differenza di altre volte in passato, questa volta si sta portando all’attenzione dell’opinione pubblica, sempre meno indifferente alle esigenze di chi vive di arte-spettacolo chiamiamolo un po’ come volete, una serie di dati di realtà nudi e crudi che fanno breccia necessariamente anche nella testa di chi magari non ha una visione romanticizzata delle arti o semplicemente non ne ha mai fatto uso per cercare un rifugio, una soluzione o una forma espressiva. Campare con questo è sempre stato molto difficile, se non ci mettete in condizione neppure di provarlo diventerà veramente impossibile.

 

Update delle 14:45: in una dichiarazione di pochi minuti fa il Ministro Franceschini sembra aver scongiurato il pericolo della tagliola per lo spettacolo dal vivo, mantenendo sostanzialmente intatta l’autonomia delle Regioni di derogare dal criterio dei 200 posti al chiuso e 1000 all’aperto anche – si presuppone – sulla base della capienza massima e dei volumi possibili.

Written by Filippo Simonelli

Studente di composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, chitarrista e pianista di formazione. Laureato magistrale in Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli, fondatore di Quinte Parallele

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