Testimoni del presente

intervista a Fabio Vacchi

Autore: Valerio Sebastiani

2 Maggio 2020
Le voci dei compositori dentro e oltre la pandemia

Abbiamo stimolato diversi compositori a rispondere a tre questioni legate al presente, per indagare le caratteristiche, le contraddizioni e le peculiarità del fare (e pensare) musica in un momento di così radicale crisi globale. Hanno risposto alle nostre sollecitazioni molti compositori italiani: Giorgio Battistelli, Luca Lombardi, Giorgio Colombo Taccani, Vittorio Montalti e Francesco Filidei. Non poteva mancare quindi all’appello Fabio Vacchi, con il quale abbiamo già avuto il piacere di intrattenere un’ampia e approfondita conversazione sulla sua musica.

 

L’intimo rapporto con se stessi: il compositore vive, per la natura del proprio mestiere, una condizione di solitudine; tuttavia, a fronte forzata reclusione a cui ci troviamo, come cambia la percezione di questa solitudine, se cambia, e quali sono le riflessioni che emergono?

Il compositore vive in solitudine l’atto creativo, come l’interprete quando studia. Quindi, in quel senso, per me è cambiato poco: ho lavorato esattamente come prima portando avanti le mie prossime commissioni, quelle a partire da settembre, anche se naturalmente non si saprà quando e come i teatri e le istituzioni concertistiche ripartiranno con la programmazione. In quarantena ho finito il mio Quartetto n. 6, per il Quartetto di Cremona; ho anche composto un Lied, su richiesta della Società del Quartetto di Milano per festeggiare l’agognato superamento del coronavirus… in autunno: si spera! Inoltre, sto lavorando a un melologo per la Philharmonie de Paris e il Cervantino, in Messico. 
Però, è altrettanto vero che un compositore ha bisogno degli interpreti e del pubblico. Molte mie esecuzioni e rappresentazioni cadevano nel periodo trasformatosi nell’incubo della pandemia: il nuovo teatrodanza alla Scala (slittato alla prossima stagione); due riprese di Eternapoli con Toni Servillo al Comunale di Bologna e allo Strehler di Milano (rimandati a data da destinarsi); un brano sinfonico per la Philharmonie de Paris (riprogrammato a settembre); una nuova opera per il Maggio Musicale Fiorentino (che si farà nella primavera 2021). 

Quindi, il quotidiano non è cambiato, ma la sopravvivenza economica e psicologica hanno subito un duro colpo. 

Vacchi

Le strategie per il futuro prossimo: alla luce dello sconvolgimento globale attuale, con la consapevolezza di una possibile e ancor più profonda crisi economica all’orizzonte e i rischi e le paure di ritrovarsi in luoghi affollati, ora più che mai le sovrintendenze dei teatri e delle istituzioni concertistiche dovranno mettere in campo strategie in grado di reagire alle difficoltà verso cui andremo incontro. Quali scenari si prospettano secondo Lei e come riporteremo le persone nelle sale da concerto?

Tutto sarà diverso, temo, niente potrà tornare come prima a meno che la medicina e la scienza non trovino un vaccino o delle cure, oltre a strategie diagnostiche. E i teatri e le società concertistiche saranno le ultime a riprendere. Forse dovremo abituarci a un pubblico in parte distanziato, in parte collocato all’esterno, con proiezioni e diffusioni ad alta tecnologia. Quando si cerca di ipotizzare tali alternative, s’invoca l’importanza del contatto umano. Allora mi viene da pensare a tanta musica concettualmente disumana, all’arroganza solipsistica che ha allontanato il pubblico, e credo che questa terribile pandemia possa servirci, almeno, da lezione. 
Dobbiamo avere l’umiltà di reinventarci accettando, finché sarà indispensabile, un rapporto nuovo con gli ascoltatori, con le platee. Proprio io, che ho sempre difeso le ragioni del corpo e dell’espressività contro lo sperimentalismo ostile e gelido, penso valga la pena, oggi, di concentrarci sulla comunicazione del linguaggio, seppur privato della meravigliosa promiscuità con gli spettatori. Abbiamo acconsentito (io e altri no) al presuntuoso distacco emotivo, a un’altezzosa arte solipsistica; perché non dovremmo quindi raccogliere questa sfida, che si spera temporanea, per sacro rispetto della vita umana? 
Un anno e mezzo fa è stato eseguito il mio Concerto per violino Natura naturans alla Carnegie Hall di New York dall’orchestra dell’Opera di Budapest. È un’ode alla natura e ai suoi abitanti, compresi gli animali. Ma ci sarà qualcuno disposto a cambiamenti? A ridurre il numero di viaggi inutili e frenetici? A scegliere la bicicletta invece dell’auto o il treno invece dell’aereo, ogni volta che sarà possibile? A non mangiare più esseri senzienti torturati, stipati, trasportati nel silenzio artificiale con cui abbiamo coperto le loro urla di dolore? Saremo capaci di comprare meno, ma più etico e solidale, boicottando i prodotti frutto delle schiavitù nei paesi poveri e premiando invece un mercato più illuminato e trasparente? O, aspettando una metafisica rivoluzione, continueremo a non voler rinunciare a nulla in prima persona? 

https://www.youtube.com/watch?v=t03_I1Z5Cic&t=44s

Ecco, credo che per interpreti e compositori sia arrivato il momento dell’umanesimo, della relazione, della solidarietà. Certo, vorrei che le mie opere avessero il pubblico di sempre ma, fino a quando non si potrà, senza necessariamente inventare strani metalinguaggi adatti al Covid, proponiamo qualcosa di vero e coinvolgente, di profondo ma non indecifrabile. E facciamolo nei modi consentiti, senza inutili recriminazioni, finché non avremo vinto questa terribile guerra contro una natura che pare ribellarsi con la stessa crudeltà che ha subito da noi.

Maestro Vacchi, secondo lei, superata l’emergenza, l’arte verrà riconosciuta come un possibile sostegno alle conseguenze del virus?

Rispondo con delle domande: saremo disponibili a determinare le condizioni perché l’arte e la musica non scompaiano, ma anzi riconquistino un ruolo primario, anche a costo di dar fondo alla creatività in attesa di debellare il Coronavirus? Streaming, distanziamento, strutture architettoniche che impediscano il contagio. Se siamo stati così sfrontati da denigrare e respingere le persone per rincorrere l’obiettivo di una tabula rasa linguistica, di una rivolta contro la fisiologia del suono e della percezione coltivata dal patrimonio della musica colta occidentale – obiettivo in parte condivisibile, soprattutto alle origini, quando ha avuto la funzione di forzare i confini, di allargare la vista, prima di trasformarsi in sterile epigono, in scappatoia – perché non possiamo metterci in discussione in modo più vero? Trovando strategie, in nome dei valori in cui arte e cultura devono credere come il diritto alla salute e alla vita per tutti gli uomini? 

Intervista a cura di Michele Sarti e Valerio Sebastiani

Written by Valerio Sebastiani

Classe 1992. Laureato in Musicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, ha studiato Pianoforte presso il Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone. Attualmente frequenta i corsi del MaDAMM (Master in Direzione Artistica e Management Musicale) tenuti dall’Istituto Musicale “Luigi Boccherini” di Lucca. Ha svolto attività di ricerca presso l’Akademie der Künste di Berlino e per conto dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Milita in Quinte Parallele dal 2016.

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