Ultimo aggiornamento16 gennaio 2026, alle 10:51

Che cosa inauguriamo davvero?

di Carlo Emilio Tortarolo - 2 Novembre 2025

I riti d’apertura di stagione fra Milano, Roma e Venezia

Arrivare al decimo numero di Diapason è un po’ una celebrazione anche per noi. 

Il primo numero in doppia cifra invita a voltarsi un attimo indietro, a guardare la strada fatta e a chiedersi che cosa stiamo celebrando di preciso. 

È un traguardo simbolico, e proprio per questo ci è sembrato giusto dedicare questo numero a quei momenti in cui la musica italiana si mette in scena come rito civile: le inaugurazioni delle stagioni lirico-sinfoniche

Non un tema tecnico o gestionale, ma un piccolo specchio del Paese, che sarà a brevissimo di attualità. In un’Italia che cambia governo più spesso dei suoi cartelloni (ma questa, ormai, non sembra più una tradizione), le ‘prime’ dei teatri sono ancora uno degli ultimi riti condivisi, in grado di unire ministri e melomani, sindaci e curiosi, abiti da sera e striscioni di protesta.

Ogni dicembre, la Scala di Milano apre il 7, nel giorno di sant’Ambrogio, trasformando un appuntamento musicale in un atto di cittadinanza. Quest’anno sarà Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Šostakovič, un titolo che parla di censura, potere, donne e colpa: una scelta forte, forse anche politica. 

Prima toccherà a Roma, all’Opera, dove la stagione si aprirà il 27 novembre con Lohengrin di Wagner, mantenendo la tradizione della prima inaugurazione del Teatro Costanzi del 1880. 

Prima ancora sarà la volta di Venezia, invece, dove la Fenice inaugura con La clemenza di Tito: non è solo un titolo mozartiano, ma anche un involontario segnale simbolico, sembrerebbe quasi una richiesta pubblica di rinsavimento a chi decide, se non fosse che è stata annunciata da più di un anno, dopo un autunno agitato fra scioperi e nomine, a ricordare quanto il teatro, in Italia, non sia mai solo arte ma anche amministrazione, diplomazia e rappresentanza.

Quando l’anno solare non basta

Nel linguaggio dei teatri, la ‘stagione lirica’ non coincide con l’anno solare né con quello accademico. È un ciclo a sé, con inverni che cominciano in novembre e estati che durano fino a luglio

E se in passato si parlava addirittura di doppia stagione, se non tripla stagione (autunnale, carnevale, primavera o di quaresima) a sottolineare che il teatro apparteneva a un calendario parallelo a metà fra le stagioni e le funzioni religiose, ora ci rimane solo la tradizione.

Alla Fondazione Teatro alla Scala di Milano, la scelta dell’inaugurazione al 7 dicembre cade obbligatoriamente nel giorno della Festa di Sant’Ambrogio, patrono della città, come vero e proprio atto rituale. 

Ogni anno quella data trasforma la ‘prima’ in un momento di cittadinanza: Milano, la città-impresa, si raccoglie attorno alla sua istituzione culturale come a una festa laica.

A Roma, come già accennato, l’Opera inaugura il 27 novembre, data che coincide con la prima assoluta del Costanzi, dal nome del suo costruttore Domenico Costanzi, nel 1880: non un capriccio di calendario ma un richiamo al proprio atto di nascita, ripetuto ogni anno come un anniversario fondativo.

Il fatto che le stagioni teatrali non partano con l’anno civile né con l’anno accademico significa che gli istituti culturali creano e celebrano un tempo proprio, che disallinea l’ordinario e inaugura l’eccezionale.

Il fatto che le stagioni teatrali non partano con l’anno civile né con l’anno accademico significa che gli istituti culturali creano e celebrano un tempo proprio, che disallinea l’ordinario e inaugura l’eccezionale.

Un vero e proprio ‘tempo sospeso’, cornice simbolica entro cui si gioca tutto il resto: il pubblico che si prepara, la stampa che scrive, i riflettori che puntano. 

È qui che l’istituzione dice: «Ecco noi, ecco la nostra promessa»

Ma è anche qui che dobbiamo chiederci: quale promessa? 

Se il tempo che inauguriamo è rituale e non reale, rischiamo che il rito scivoli in recita.

Per un momento, la città, la platea, la politica, tutti convergono in un luogo che sembra sospeso fuori dal normale fluire del tempo contemporaneo. Ma se quell’attimo non apre un vero inizio ed è solo la spia di un meccanismo che ripete ogni anno lo stesso copione, allora la magia si consuma in fretta.

Passaggi di testimone

Negli ultimissimi anni, però, questi riti hanno cambiato interpreti. 

I passaggi di sovrintendenza, uno dei quali proprio fra Venezia e Milano, hanno lasciato eredità artistiche e tensioni gestionali difficili da maneggiare. 

Alla Scala, Fortunato Ortombina ha assunto la direzione dopo Dominique Meyer, ereditando una macchina impeccabile ma anche un pubblico abituato all’eccellenza tradizionale. 

A Venezia, Nicola Colabianchi ha raccolto una situazione di contrasto che è diventata ben presto di protesta per la ben nota vicenda della direzione musicale che continua ancora oggi a spaccare la comunità artistica. 

È curioso come, in entrambi i casi, i nuovi vertici abbiano dovuto inaugurare… le stagioni decise dai predecessori. Le ‘prime’ diventano allora non tanto inizio di una nuova linea, ma un gesto di continuità amministrativa, quasi un testamento esecutivo di chi se n’è andato. Se poi questa inaugurazione segni davvero un passaggio di visione o solo di firma in calce, lo scopriremo andando avanti.

C’è poi l’altro lato, quello meno luminoso del palcoscenico ma di cui è necessario parlare. Già in occasione della scorsa inaugurazione, la Fenice aveva scioperato, segno di un disagio contrattuale che attraversa l’intero comparto sempre in equilibrio precario fra orgoglio e stanchezza. 

L’inaugurazione, in queste condizioni, rischia di diventare il momento più delicato dell’anno: quello in cui si chiede un sacrificio supplementare a chi tiene il teatro in vita ogni giorno.

Quest’anno, l’inaugurazione arriva nel periodo più caldo, dopo una prima già saltata per sciopero del personale tecnico e artistico (Wozzeck ad ottobre) e una situazione ormai compromessa fra Teatro e Sovrintendenza. 

Cosa accadrebbe se si replicasse anche quest’anno? E se per solidarietà anche la Scala scioperasse? Sarebbe un terremoto culturale. 

Perché, in Italia, l’idea stessa che il ‘tempio’ del melodramma possa fermarsi, in diretta internazionale per giunta, per protesta tocca qualcosa di profondo: il confine tra arte e potere, tra simbolo e realtà

Forse servirebbe proprio un gesto così per ricordarci che la musica non è una decorazione, ma un lavoro, e che dietro ogni acuto c’è una busta paga da firmare. 

Inaugurare una stagione senza affrontare questa tensione significa costruire un rito su fondamenta fragili.

Il pubblico fuori dal palco

Nei giorni successivi alle inaugurazioni, i giornali si riempiono di fotografie: presidenti, ministri, celebrità, abiti da sera, flash. Le inaugurazioni sono l’ultimo luogo in cui la cultura italiana riesce a sembrare mondana

Le inaugurazioni sono l’ultimo luogo in cui la cultura italiana riesce a sembrare mondana. 

Il paradosso è che questa immagine di glamour, utile a finire sui quotidiani, rischia di allontanare proprio quel pubblico che i teatri dicono di voler conquistare.  Perché la maggior parte delle persone, pur invidiando chi c’era, spesso non si riconosce in quelle sale dorate, in quei vestiti d’occasione, in quel linguaggio di esclusione gentile.

Le inaugurazioni discendono direttamente dai secoli in cui l’opera era un affare di nobiltà o al più di alta borghesia, con i palchi come salotti di rappresentanza. Oggi che la nobiltà non esiste più, resta l’immagine, la simulazione. Ma chi, fuori da quel cerchio, si sente chiamato in causa? 

Forse il rito inaugurale andrebbe ripensato come momento di apertura reale, non solo di sipario. Un’inaugurazione che si svolgesse in piazza, o in streaming libero, o che alternasse titoli celebri e nuove creazioni, avrebbe più senso di mille red carpet.

Il rito inaugurale andrebbe ripensato come momento di apertura reale, non solo di sipario.

La verità è che l’inaugurazione non inaugura quasi mai nulla. È un gesto che rassicura, più che aprire. Un rito che serve a farci credere che la cultura sia in salute perché ha un inizio programmato, una diretta televisiva, un applauso garantito. Ma se una stagione serve solo a confermare la precedente, non è un inizio, è un replay.

Eppure, qualcosa da inaugurare ci sarebbe: un rapporto nuovo con il pubblico, una maggiore trasparenza nella gestione, un coraggio artistico che preferisca il rischio alla rendita

Ogni teatro che si rispetti dovrebbe chiedersi, prima di decidere un titolo inaugurale, quale promessa vuole fare al suo pubblico. La Scala con Šostakovič, Roma con Wagner, Venezia con Mozart: tre scelte diverse, tre identità in bilico tra tradizione e cambiamento. Ma la domanda resta la stessa per tutti: inaugurare non basta, bisogna anche aprire.

E allora sì, questo decimo Diapason è anche una piccola inaugurazione nostra. Non di una stagione, ma di un modo diverso di ascoltare i riti della musica italiana, per capire se dietro le luci dei foyer si nasconde ancora la possibilità di un vero inizio.



Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

tutti gli articoli di Carlo Emilio Tortarolo