Ultimo aggiornamento18 maggio 2024, alle 08:21

Wagner ad alta voce: Lohengrin

di Redazione - 31 Gennaio 2022

Richard Wagner, Lohengrin
«In terra remota s’erge un tempio luminoso …»

Un protagonista impenetrabile, enigmatico, che soccorre una giovane donna vittima di altrui malvagità, accusata a torto di aver ucciso suo fratello Goffredo. Con Lohengrin Wagner presenta un soggetto nuovo che, diversamente dai suoi precedenti capolavori – L’olandese volante e Tannhäuser – non prevede un finale redentivo ma una narrazione ammantata dal dubbio e dal mistero: una narrazione drammatica, sospesa tra sogno e realtà, tra l’apparizione prodigiosa del protagonista e il mondo reale della corte del Brabante.

Quando Lohengrin approda con il suo candido cigno sulle sponde della Schelda, si disvela l’essenza romantica di questo dramma che sembra svolgersi nella mente trasognata di Elsa. Un sogno che gravita attorno alla Erscheinung, alla manifestazione del cavaliere, simbolo del Bene in fiera opposizione alla malvagità di Ortrud. Confronti simbolici a cui Wagner ci abitua per marcare con opportuna evidenza la differenza che intercorre tra l’avvicendarsi storico degli eventi e la pregnanza ontologica dei personaggi antagonisti (Lohengrin ed Elsa contro la malvagia coppia Telramund e Ortrud) che fungono da catalizzatori dell’intera vicenda.

Lohengrin è dramma fortemente dialettico, hegeliano nella sua struttura narrativa, in cui è possibile scorgervi una tesi, il Primo atto (con la vittoria del protagonista sul rivale Telramund), un’antitesi, il Secondo atto (con l’insinuarsi strisciante del dubbio, alimentato da Ortud) e una sintesi (il terzo atto), in cui Lohengrin decide di rivelare la sua identità ad Elsa, che ha ormai ceduto alla brama del dubbio. Un superamento, una hegeliana Aufhebung che risolve il dissidio ma, allo stesso tempo, non dimentica la colpa di Elsa, che si vedrà restituito il fratello Goffredo ma che non potrà più godere dell’amore del suo cavaliere, il quale si perderà nuovamente nella terra lontana da cui era improvvisamente giunto. (Andrea Camparsi)


Monologo Lohengrin, atto III, scena III

In una remota terra, insondabile ai vostri passi, v’è un maniero che ha nome Monsalvat. S’erge lì al centro un radioso tempietto la cui pregevolezza non ha eguali sulla Terra. Lì una coppa di prodigiosa grazia è custodita come somma reliquia: essa fu condotta in Terra da una schiera d’angeli affinché gli uomini più puri se ne curassero. Tutti gli anni plana dal cielo una colomba per rinnovare il suo potere miracoloso. Si chiama Graal e beata e purissima fede effonde esso stesso alla sua cerchia di cavalieri. Chi adesso è chiamato a servire il Graal è da esso armato di forza sovrumana, al suo cospetto si dilegua ogni inganno malefico, quand’egli lo scruta, s’eclissa la notte della morte. Anche colui ch’è da esso condotto in terra lontana, designato quale combattente per diritto di virtù, non verrà privato della sua sacra forza a patto che, come suo cavaliere, rimanga lì ignoto. D’alta natura è tuttavia la benedizione del Graal che, disvelato, deve rifuggire gli occhi mondani. Per tal ragione non dovete dubitare del cavaliere, ma se lo riconoscete, allora egli deve da voi partirsene. Adesso udite come io replico all’interdetta domanda! Dal Graal fui io a voi mandato: mio padre, Parsifal, indossa la sua corona, io sono il suo cavaliere e Lohengrin è il mio nome.

(traduzione di Lucia Cambria)

Lohengrin e Parsifal: cavalieri erranti, paladini della giustizia, protagonisti di un mito poetico dal cerimoniale antico, disseminato di avventure ed esoterici misteri nella cornice di una Natura in perfetta armonia con un ideale Ordine cosmico. Eroi lunari, ermetici e senza nome, destinati ad apparire in scena, come per incanto, in armature raggianti di luna, agire e poi svanire per qualche tempo in qualche luogo lontano e misterioso, eclissandosi dal racconto come la Luna nei suoi cicli celesti per poi riemergere rinnovati e pronti per nuove straordinarie missioni, sulle rive della Schelda come sulla rocca di Monsalvat. Nel simbolo del cigno e del suo bianco candore, il valore iniziatico-spirituale del loro viaggio verso la meta destinata attraverso laghi silenziosi di primigenia purezza; distese arcane e remote di solitaria meditazione, che rigenera e trasforma.

Remota, anche la loro terra d’origine. Una terra di beata e purissima fede, già rivelata in visioni nel mistico Preludio dell’opera, nella forza spirituale e sublime del Santo Graal; forza lirica di novella Gioia [Vröude] in sympathia con l’anima e gli ideali di quello stesso eletto agape di Cavalieri. Ideali di una Fratellanza religiosa e universale, che attraversa la leggenda del Graal per trasmutare gli antichi valori guerreschi in ideali cristiani e che, cinque secoli più tardi, diverrà la Freude del Classicismo tedesco di Schiller e Beethoven per la nascita di un ideale, rinnovato Umanesimo. E, ancora una volta, il Mito determinerà la Storia. (Adele Boghetich)

tutti gli articoli di Redazione