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De Rossi Re e Pascarella: la romanità in musica a Nuova Consonanza

di Valerio Sebastiani - 11 Novembre 2021

La scoperta dell’America e altri sonetti, azione musicale per attore, clarinetto e pianoforte composta da Fabrizio de Rossi Re, sarà presentata il 14 novembre ore 20:30 al Teatro Palladium, all’interno della cornice del 58° festival di Nuova Consonanza La musica al Plurale. Sul palco lo stesso de Rossi Re al pianoforte, Fabio Battistelli al clarinetto, e l’attore Massimo Wertmüller che leggerà i versi del poeta romano Cesare Pascarella.

Cesare Pascarella (Roma, 1858-1940) fu poeta dialettale di origini popolane, immerso in maniera estremamente attiva nella cultura italiana dell’epoca (fu amico di Gabriele D’Annunzio) anche a livello militante; viene ricordato, principalmente, per il suo uso estremamente originale del dialetto, che gli permise di affidare ai suoi versi un’estrema naturalità nell’espressione, soprattutto nella descrizione dell’ambiente popolare romano.

Pubblicata nel 1894, la raccolta di sonetti La scoperta de l’America sancì definitivamente la fama di Pascarella, il quale iniziò un vero e proprio tour dove poté esibire le sue grandi doti di dicitore, perfettamente equilibrato tra toni tragici e comici. La Scala di Milano, il Veneto, il Comune di Bologna (con l’endorsement di Giosuè Carducci) perfino l’Austria (dove alcuni sonetti furono censurati): La scoperta ebbe una vera e propria diffusione endemica, che si spinse anche nei salotti della borghesia romana dove lo stesso Pascarella fu chiamato a recitare i sonetti.

Anche se non mancarono aspre critiche negli ambienti letterari, la ricezione della raccolta fu dunque molto favorevole, proiettando nel futuro quell’immagine scanzonata, burlesca, al tempo stesso cinica, paradossale e  strafottente della romanità tout-court che, passata attraverso l’età d’oro di Gigi Proietti e Carlo Verdone, ancora oggi possiamo riscontrare nella cultura Pop massmediatica, anche se in una luce distorta e banalizzata.

Fabrizio de Rossi Re (che abbiamo già avuto l’opportunità di conoscere nell’intervista curata da Michele Sarti), compositore romanissimo, cresciuto nell’alveo di Nuova Consonanza, affronta con grande disinvoltura questo sfaccettato universo di figure, tipi umani, epoche storiche e sociali, contenute nelle liriche di Pascarella (di cui, come scopriremo nell’intervista, saranno musicate anche poesie singole). Sempre sotto il segno dell’eterogeneità stilistica e del lavoro sinergico con i suoi attori – in questo caso, infatti, troviamo un perfetto Massimo Wertmüller , diventato simbolo di quella romanità che tanto interessa al nostro compositore.

Partiamo dall’origine. Come nasce l’interesse per Cesare Pascarella e la voglia di lavorare sui suoi testi?

Lo stimolo mi è venuto da una situazione doppia: da una parte è stato sicuramente quello di poter lavorare con un interprete come Massimo Wertmüller , che è una specie di depositario della romanità, essendo stato un allievo di Gigi Proietti, e ce lo ricordiamo tutti in film piuttosto noti come In nome del popolo sovrano di Gigi Magni. Ho colto subito l’opportunità di lavorare con un attore così raffinatamente romano, perché era esattamente questa sua intima caratteristica che volevo, sotto un certo punto di vista, “sfruttare”, per poter esprimere determinati aspetti della poesia di Pascarella. D’altronde, se ci fermiamo un momento a riflettere, spesso la romanità può avere degli aspetti abbastanza grevi, invece Massimo riesce a esprimere tutti gli elementi più positivi e raffinati del concetto di romanità.

La collaborazione con attori dello spessore di Wertmüller , tra l’altro, è abbastanza frequente…

Io mi sento particolarmente incline verso quei lavori di teatro da camera, di melologhi in forma scenica.  Mi piace che all’interno dei miei progetti ci sia un attore, o un’attrice (come David Riondino, Sonia Bergamasco, Paola Cortellesi o Anna Proclemer) attorno al quale costruire come un sarto uno spettacolo dal punto di vista soprattutto musicale.

Perché proprio Cesare Pascarella?

La scoperta de l’America è un libro che fa parte del DNA della generazione dei miei nonni (e quindi, di conseguenza, del mio…) e Cesare Pascarella, oggi ingiustamente dimenticato, ha rappresentato la tradizione più genuina della cultura teatrale e poetica romana.

Questo poeta, nato nel 1858, ha vissuto tutta la seconda parte dell’Ottocento ed è morto abbastanza vecchio, nel 1940. Ha quindi attraversato tutto il gusto letterario della seconda parte dell’Ottocento, e poi si è immerso nel Novecento della modernità, subendo sotto un certo punto di vista il confronto con Trilussa, uno dei grandi poeti dialettali della romanità, tra i quali non possiamo non nominare Gioacchino Belli (sapevi, inoltre, che Belli nacque lo stesso anno della morte di Mozart?); dunque, sono tutti poeti che hanno vissuto a cavallo tra due epoche, immergendosi in fasi di transizioni culturali e storiche molto importanti.

Pascarella, al contrario di altri poeti dialettali, è riuscito in qualche modo a impiegare il dialetto comunque all’interno di una grande dimensione lirica, riuscendo a essere al tempo stesso comico ed espressivo. Ovviamente tutti i protagonisti dei suoi famosi sonetti sono personaggi che hanno quella tipica ironia schietta, anche un po’ burlesca, un po’ farlocca, della comicità romana.

D’altronde nel suo spettacolo troviamo un Pascarella a tutto tondo…

Infatti non abbiamo realizzato esclusivamente la lettura de La scoperta dell’America. L’obiettivo è proprio quella di fare un viaggio all’interno della letteratura di Pascarella; faremo, infatti, altri sonetti che raccontano con un gusto scanzonato i personaggi di Roma attraverso un’immagine un po’ burlesca della morte, forse l’aspetto più affascinante della letteratura romanesca (si pensi quant’è stato un grande interprete di questo aspetto Gigi Proietti e prima di lui soprattutto Petrolini).

Allora vengono raccontati fatti scabrosi come accoltellamenti notturni, creando l’occasione di dipingere una Roma tragicomica, grottesca, irriverente e oscura. Questo è evidente fin dalla scelta dei sonetti che fanno da appendice a La scoperta de l’America, completandone le atmosfere: Er fattaccioL’oste, Davanti l’ospedale, Er vetturino, Un anno dopo, Er coltelloLa musica nostraEr morto de campagna… Sono sonetti che si immergono nel popolo romano, tirandone fuori gli elementi più vistosi, anche talvolta esagerati.

La voce del popolo, sotto un certo senso, emergerà anche nella parte dedicata a . D’altra parte La scoperta de l’America, pur riguardando tutte le vicende di Colombo nel Nuovo Continente, è narrata attraverso un personaggio estraneo ai fatti: la voce di un cliente di un’osteria. Va da sé che il tutto si svolge in un clima abbastanza romanesco. Dal punto di vista musicale, una delle idee che mi ha più affascinato è questo fatto di legare quel mondo popolaresco dell’osteria con il gusto della sperimentazione del nostro tempo. Nella parte iniziale, per esempio, c’è un pezzo che in qualche modo ha degli echi degli antichi stornelli, mescolati con delle suggestioni da Stockhausen; una rete dove affiorano delle melodie, certamente non riprese in modo letterale dalla tradizione, da un contesto dove è più marcato un certo sperimentalismo.

Proprio nello spirito del 58° Festival di Nuova Consonanza. Dove il concetto di “pluralità” è messo bene in evidenza.

Questo aspetto della pluralità è sempre stato pane per i miei denti! Penso allo spettacolo che realizzai con Paola Cortellesi, tratto dal libro Cuore, un altro libro estremamente noto, che guarda alla stessa Italia di Pascarella (inconsciamente mi trovo spesso a rivolgermi a quel contesto storico-culturale lì). Anche qui c’è un recupero di una molteplicità di linguaggi, ma questa è un’idea che mi offre la possibilità di intraprendere viaggi articolati in vari generi musicali. Non mi è mai interessato realizzare uno sfondo musicale neutro, asettico, che rimanga in penombra mentre l’attore recita! Tendo sempre a realizzare delle “linee” che si spingano a invadere il testo, allo stesso tempo illuminandolo e oscurandolo, spesso andandogli assolutamente contro.

Per esempio?

Ne Er terno, che è un sonetto abbastanza scherzoso, io mi pongo totalmente di traverso, realizzando atmosfere lugubri; d’altro canto quanto Pascarella racconta di omicidi efferati, compiuti nei vicoli notturni di Roma, io cerco invece una linea dal punto di vista musicale più scherzosa, o buffa, se vogliamo. Ogni atmosfera, ogni tipologia, è immersa in un colore stilistico talvolta contrario al normale. Un altro esempio: su un bullo del sonetto Er cortello costruisco una melodia dolcissima, su un clima vagamente schoenberghiano; un registro doppio, quindi, che viene rafforzato dalla presenza scenica di Massimo. Alla fin fine non si capisce se il bullo, o assassino, romanesco, sia il cattivo, lo stupido, il deviato. Io ho sempre pensato questo: se la musica non è usata come un semplice sfondo alla lettura, diventa un veicolo potentissimo per creare delle suggestioni anche a prescindere dallo stesso testo. Sotto questo aspetto mi sono divertito moltissimo.

C’è un binomio che a questo punto possiamo individuare: musica come paesaggio sonoro e musica come drammaturgia. Evidentemente lei opta per quest’ultima…

Assolutamente! Per farti un esempio spicciolo. Quando ero ragazzino c’era una trasmissione alla radio, Il racconto della mezzanotte, nel quale ogni sera c’erano attori come Foa, Gassmann, che leggevano Poe, Byron, delle cose di Buzzati, o di Calvino. Tutte le questioni musicali, però, erano totalmente dietro lo sfondo; perciò un pezzetto di Chopin andava bene sia per Byron, sia per Poe, sia per Buzzati! Un’assurdità, se ci pensi! Io ho avuto modo negli anni Novanta, soprattutto, di fare dei lavori radiofonici che mi hanno in qualche modo formato sotto questo aspetto, lavorando con un grande regista che era Giorgio Pressburger. Proprio lui mi ha insegnato il fatto che le questioni musicali non possono essere solo un accompagnamento, ma devono essere in qualche modo la scenografia di uno spettacolo (soprattutto dal punto di vista radiofonico!). Io, tutto sommato, ho sempre voluto fare questo; fuggendo dall’idea di uno “sfondo” musicale, invece stando dentro alla drammaturgia, immergendomi completamente.

Voglio tornare momentaneamente, però, sulla raccolta dedicata alle vicende di Colombo in America, leggendole una manciata di versi dal sonetto XXX, in cui Colombo si rivolge al “re” di questo non specificato popolo, che tra l’altro viene paradossalmente individuato con dei tratti caratteristici arabi: «Dice: “Sa? Noi venimo da lontano, | Per cui”, dice, “vorressimo sapere | Si lei siete o nun siete americano”. | “Che dite?” fece lui, “de dove semo? | Semo de qui, ma come so’ chiamati | ’Sti posti”, fece, “noi nu’ lo sapemo.” | Ma vedi sì in che modo procedeveno! | Te basta a dì che lì c’ereno nati | Ne l’America, e manco lo sapeveno.»

In un certo senso questo atteggiamento apparentemente un po’ “bullesco”, canzonatorio verso l’altro, verso il selvaggio, potrebbe risultare alla nostra sensibilità, un po’ fuori luogo (anche se evidentemente legato alla sensibilità nazionalista del tempo). Tuttavia, è come se la scrittura di Pascarella si trasferisse in un clima leggermente surreale, che sotto un certo punto di vista si mette dalla parte del “selvaggio”, alla fine, mentre altri scrittori e giornalisti di quell’epoca lì, quando raccontavano le avventure coloniali, erano chiaramente razzisti ed europeisti nel senso peggiore del termine. Fa da struttura portante, comunque, in queste contraddizioni sociali e storiche, un cinismo romanesco che, dal mio punto di vista, è rimasto in un certo senso immortale. Al di là del giudizio che possiamo dare su un personaggio come Enrico Brignano, è innegabile che determinate “pose” (che da popolaresche sono diventate nazionalpopolari) nascano direttamente dall’universo lirico di Pascarella.

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