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Volo di notte di Dallapiccola: il dolore del singolo nel progresso collettivo

di Gioia Bertuccini - 19 Febbraio 2021

Nella storia dell’umanità, l’azione di spingersi oltre i propri limiti per sondare nuove strade e raggiungere nuove mete è un atto ricorrente e più volte raccontato da personalità e penne illustri. Questo tema, nella musica di Dallapiccola, viene però sviluppato in modo persistente, tanto da arrivare a caratterizzare l’intera poetica del compositore.

Nel suo primo lavoro teatrale, l’atto unico Volo di notte, composto durante gli anni immediatamente precedenti alla Seconda guerra mondiale, Dallapiccola pone subito l’ascoltatore davanti alla scelta fra la realizzazione della felicità individuale e l’affermazione del bene collettivo, senza mai celare che il dovere in nome dello sviluppo dell’umanità tende a portare inevitabilmente al sacrificio del singolo. Una domanda ci accompagna per tutto il corso dell’opera: fino a che punto è lecito spingerci oltre ai propri limiti per il raggiungimento del progresso?

Il testo dell’opera è tratto dall’omonimo romanzo di Antoine de Saint-Exupéry. Lo scrittore francese, noto autore de Il piccolo principe, era in realtà di professione un aviatore: all’età di vent’anni circa, si arruolò nel Reggimento di aviazione di Strasburgo diventando un pilota militare e successivamente venne assunto dalla Compagnia Generale di Imprese Aeronautiche Latécoère per il servizio aeropostale da Tolosa a Dakar. Saint-Exupéry fu quindi uno dei primi aviatori a dare il via all’importante fase del volo commerciale che, proprio negli anni del suo servizio, raggiunse vette inarrivate. Per rispondere alle crescenti esigenze economiche, erano nati i primi voli notturni, estremamente pericolosi in quei primi decenni del ‘900, quando i comandi degli aerei erano ancora tutti manuali. Le conoscenze e le esperienze maturate nei suoi viaggi, Saint-Exupéry le riversò nei suoi racconti e, in special modo, in Volo di notte (1931), ignaro del fatto che nel giro di pochi anni avrebbe fatto la stessa fine del suo protagonista: sarebbe precipitato in mare con il suo aereo.

Sappiamo che Dallapiccola si affezionò al testo fin dalla prima lettura, ma le numerose difficoltà nel rappresentare un aereo che vola sul palcoscenico frenarono subito la sua idea di ricavarne un’opera musicale. La soluzione al problema giunse dalla moglie Laura, che gli consigliò l’inserimento del personaggio del radiotelegrafista, ossia una figura di intermediario tra l’azione che si svolge sul palco, davanti agli occhi del pubblico, e quella che invece avviene in cielo e che quindi non si può vedere. Nel 1937, Dallapiccola iniziò quindi a trasportare in musica le vicende principali del racconto di Saint-Exupéry, suddividendolo in sei scene. I personaggi principali dell’opera sono Fabien, un giovane aviatore che sa convivere con il rischio portando avanti, allo stesso tempo, il suo lavoro con passione e sacrificio; e Rivière, il dirigente di Fabien, un uomo determinato, sicuro di sé e con un’estrema fede nei voli notturni, convinto che solamente attraverso intransigenza e punizioni riuscirà a far progredire la sua compagnia aerea.

L’episodio narrato si apre con Rivière che sta attendendo il rientro degli aerei postali dal Cile, dal Paraguay e dalla Patagonia. Il direttore della compagnia aerea ha da poco dato inizio ai voli di notte per velocizzare i tempi del traffico postale nonostante i rischi e le difficoltà dell’iniziativa. I primi due aerei fanno ritorno alla base, ma l’ultimo, quello di Fabien, dà segni di grande difficoltà: l’avvicinarsi di un uragano e la carenza di carburante non gli permettono di superare le Ande. La situazione, che è seguita da terra grazie alle comunicazioni del radiotelegrafista in comunicazione con il pilota, si aggrava di pagina in pagina fino a quando l’aereo entra disgraziatamente all’interno della tormenta perdendo ogni controllo. La moglie di Fabien, Simona, che nel frattempo è giunta in scena preoccupata per il ritardo del marito, assiste alla lotta senza speranza di quest’ultimo; dai silenzi e dagli sguardi degli impiegati della compagnia diventa via via sempre più consapevole che non rivedrà più il suo giovane marito. Scontrandosi con Rivière, Simona lo accusa di essere una persona priva di sentimenti, che vive solo per il raggiungimento dei suoi obiettivi. Lei, a differenza degli altri personaggi, scopre subito il segreto che si cela dietro lo sguardo fermo di Rivierè: nonostante sia un uomo rispettato da tutti, in realtà non è altro che un individuo infelice e terribilmente solo. Il rigido direttore della compagnia aerea, a dispetto della tragedia che si sta consumando davanti agli occhi di tutti, ordina la partenza di un ulteriore corriere; i voli di notte non si devono infatti fermare davanti alle sofferenze dei singoli, perché, come dice Rivière «solo l’avvenimento in cammino ha importanza». È difficile non intravedere in questa figura dittatoriale, che va in scena proprio negli anni del fascismo, l’immagine stessa di Mussolini.

Il radiotelegrafista in comunicazione con Fabien ripete le ultime parole del pilota: «scorgo le stelle». Poi, tutto tace e la notizia della morte di Fabien si diffonde nell’aeroporto. Gli impiegati a questo punto si mostrano disposti a ribellarsi, ma davanti alla fermezza del direttore il disordine si placa e il nuovo corriere parte per l’Europa. Rivière ha fatto valere la sua volontà; tornando al lavoro, chiuso da solo nel suo studio, ripensa con dolore alle parole della moglie di Fabien: «Riviere il grande, Riviere il vittorioso, solo, trascina la catena della sua pesante vittoria».

La sensazione di estrema solitudine con cui si conclude l’opera, caratterizzerà anche i successivi lavori teatrali del compositore, i cui protagonisti sembrano tutti tendere a un fine superiore che li separa dagli altri personaggi. Del resto, sappiamo che Dallapiccola aveva una vocazione all’isolamento, probabilmente anche dovuta ai numerosi trasferimenti familiari avvenuti durante la sua infanzia. La stessa adozione della dodecafonia, alla quale si avvicinò già dalla seconda metà degli anni Trenta, fu un cammino che lo portò inevitabilmente a emarginarsi. Dallapiccola non giunse alla dodecafonia attraverso un percorso ‘normale’, non passò, come tutti dal Tristano di Wagner per poi giungere al primo Schoenberg, ma ci arrivò invece riprendendo il diatonicismo modale del Medioevo e del Rinascimento. Iniziando ben presto a macchiare sempre più il tessuto diatonico delle sue opere con cospicue fibre cromatiche, che cominciarono sempre più a prendere l’aspetto di vere e proprie serie dodecafoniche. Questa scelta, sostenuta da una chiara consapevolezza che il musicista aveva di sé, gli permetteva di progredire nel suo lavoro di ricerca con tenace determinazione, senza prestare attenzione alle mode del tempo e mai soddisfatto degli obiettivi raggiunti. «Solo chi guarda avanti ha lo sguardo lieto», così affermava il motto di Busoni, che Dallapiccola aveva fatto proprio.

L’approfondimento e l’estensione della tecnica dodecafonica sono in Volo di notte utilizzati più per un fine espressivo che strutturale; la serie è adoperata in modo discontinuo, mirando ora all’andamento coloristico, ora a quello melodico. L’attenzione al suono puro e la sensibilità per la condotta melodica cantabile ed espressiva non sono mai trascurate e accompagnano anche i momenti di declamazione. Nella cornice seriale dell’opera si ritrovano molti materiali motivici tratti dalle Tre Laudi, composte poco prima di iniziare a lavorare su Volo di notte. È singolare vedere il modo in cui dei pezzi ‘religiosi’ siano stati ripresi per un’opera teatrale indiscutibilmente profana. Il tema iniziale della prima Lauda Altissima luce con gran splendore, fa da cornice all’intera opera in quanto apre e chiude l’atto, accompagnando anche le ultime parole di Fabien «Scorgo le stelle!». Questo motivo dodecafonico mette in rapporto due vicende di carattere opposto: da un lato l’attimo in cui Fabien, precipitando, scorge le stelle del cielo, e dall’altro lato il misero ritorno di Rivière nel suo ufficio. La musica della seconda Lauda, che nel significato originario, simboleggia la felicità natalizia della nascita di Cristo, in Volo di notte delinea invece il lieto atterraggio del corriere fuggito all’uragano. L’ultima Lauda, Madonna Sancta Maria, accompagna l’ingresso della moglie di Fabien, risuonando in modo intenso con l’ansiosa domanda «Ritornerà? Potrà tornare?».

In questa breve opera, tutte le conquiste sonore, costruttive e melodiche che Dallapiccola aveva conseguito negli anni precedenti al lavoro teatrale, concorrono a realizzare un componimento organico e magistralmente strutturato.

È probabile che Dallapiccola si senta molto vicino a Rivière; del resto sappiamo bene che spesso il compositore istriano-fiorentino tende a identificarsi con i personaggi principali delle sue opere: Marsia, Il Prigioniero, Giobbe, Ulisse, opere caratterizzate proprio dallo scontro dell’individuo contro forze più grandi e potenti. All’amico Gian Francesco Malipiero, Dallapiccola disse «Il libro e anche la mia opera hanno al centro la volontà di un uomo che tende al futuro e quindi Rivière siete Voi, sono io, siamo tutti noi che stiamo al di fuori della ‘massa’, di quella massa alla quale oggi si tenta di dare un’importanza preoccupante». Queste parole sottolineano come già da Volo di notte, il compositore preferisca dar voce a una poetica in grado di accomunare oppressori e oppressi, entrambi vittime dell’azione umana che, nella fede del progresso tecnologico e nell’esaltazione dell’uomo ‘forte’, li piega al sacrificio. La scelta di un soggetto contemporaneo ha permesso al compositore di attualizzare questioni di tipo universale: il senso e il significato del progresso in quanto tale, la sfida dell’uomo alla potenza della natura. Questi temi ci invitano a domandarci: fino a che punto è lecito spingersi oltre a ciò che crediamo nelle nostre possibilità? Il conflitto di idee e valori rimane un problema aperto, Dallapiccola con la sua opera non risponde a queste domande, ma con il tempo diverrà pienamente cosciente di una sua realtà, ossia quella «di preferire coloro che soffrono a coloro che risultano vincitori».

Il procedere con una fede cieca nel futuro e nel progresso è l’aspetto principale che accomuna Dallapiccola a Rivière: «Rivière è il vero protagonista, rappresenta la Volontà che abbatte ciò che incontra sul suo cammino». L’uomo severo e risoluto è quindi giustificato, anche se il giudizio delle sue azioni resta nell’opera sospeso: Rivière alla fine dell’atto torna alla sua solitudine insieme a una vittoria che cozza con l’orrore della morte. Il personaggio è quanto mai complesso, perché portatore di una tragica responsabilità che rimanda a un contrasto umano dal valore universale. Questo “dramma della volontà”, come lo definisce Dallapiccola stesso, rivela in realtà un fine più alto, perché mentre Rivière trascina in solitudine “la catena della sua pesante vittoria”, Fabien, nel preciso istante in cui scorge la morte, ha la percezione della trascendenza.

Dallapiccola con Volo di notte intraprende una carriera teatrale di notevole interesse. La voce umana è per il compositore lo strumento con cui meglio esprimere la fiducia profonda che nutriva per l’uomo, e il teatro il mezzo più efficace per raccontare il dramma dell’umanità. Comprendere quella sofferenza, accettare il proprio solitario destino è possibile alla luce della consapevolezza di un progresso collettivo. Dei suoi personaggi, ‘gettati’ nel mondo da un fato avverso ricalca le alte qualità morali: àncora per un ricongiungimento con la propria, intima natura spirituale.

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