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Perché Luisa Miller di Verdi non è eseguita più spesso?

di Filippo Simonelli - 3 Marzo 2022

Luisa Miller è tornata all’Opera di Roma dopo anni, e lo ha fatto segnando alcune novità considerevoli per il teatro capitolino: si tratta infatti della prima produzione diretta da Michele Mariotti in veste di direttore musicale del Costanzi, e della seconda da quando è stata ufficializzata la nomina a nuovo sovrintendente di Francesco Giambrone (che era stato nostro ospite qui).

Di che opera parliamo

Luisa Miller non è certamente il titolo più frequentato del repertorio verdiano; non a caso anche le interpretazioni discografiche di pregio sono relativamente poche, specie se confrontiamo la massa di testimonianze che abbiamo per altri titoli dello stesso periodo. Per questo è importante che un teatro si cimenti con tanto impegno su un lavoro del genere.

Tra gli aspetti di maggior pregio dell’opera c’è sicuramente l’approfondito scavo psicologico che Verdi compie nei personaggi, a partire dalla protagonista-eroina Luisa; a questo scopo la materia prima di Schiller si dimostra drammaturgicamente pregiatissima, e la rielaborazione di Cammarano confeziona il lavoro in modo felicissimo per un contesto operistico, ribadendo il fortunatissimo binomio Verdi-Schiller che già aveva portato alla nascita di un lavoro riuscitissimo come I masnadieri.

La messa in scena

La messa in scena del Costanzi, basata su un allestimento dell’Opernhaus Zürich datato 2010, ha aiutato a garantire l’ottima riuscita di questo titolo e a mettere in risalto queste sue caratteristiche principali. La ripresa è sostanzialmente fedele all’originale, fatto salvo per alcuni dettagli che non intaccano comunque la complessiva aderenza alla versione svizzera, che aveva già subito delle leggere mutazioni in una scorsa ripresa catalana al Liceu di Barcellona.

La regia di Damiano Michieletto è come sempre un lavoro di grandissimo impatto visivo. Con un lavoro apparentemente semplice dal punto di vista scenico riesce nel delicato compito di mettere in scena l’opera in un contesto realistico per l’ambientazione originale senza apparire mai “vecchio” o “già visto”, senza soprattutto dare l’impressione di cadere in un qualche sorta di nostalgismo. Nelle scene i due mondi, quello di Miller e quello del conte di Walter, sono contrapposti sotto ogni punto di vista: dall’arredamento all’illuminazione fino ai colori. Eppure sono così vicini che rendono possibile lo svolgimento della vicenda, accrescendo la portata simbolica della prossimità dei due innamorati che sono separati dalle convenzioni sociali del tempo, in piena conformità con lo zeitgeist in cui il dramma originario ha visto la luce.

I costumi curati da Carla Teti occhieggiano in qualche misura a un gusto vintage, vestendo i personaggi in una foggia che non è contemporanea ma neppure settecentesca, mentre le scelte di regia – e il loro impatto drammaturgico – sono indubbiamente attualissime: con le dovute proporzioni, il gusto per la simmetria e il perenne movimento controllato della scenografia danno un’idea visionaria che troverebbe posto adeguato in un film di Wes Anderson. È necessario dire che il lavoro del regista veneziano è stato impreziosito dalle scene di Paolo Fantin e dalle luci di Alessandro Carletti, formando un terzetto vincente.

Le scene maggiormente valorizzate da queste scelte, a giudizio di chi scrive, sono quelle corali o comunque “affollate”, sia per la resa ottimale del coro diretto dal Maestro Gabbiani che per l’impasto perfetto tra la massa in scena e la sceneggiatura minimale su cui si staglia. I momenti più lirici o intimistici vengono resi con maggiore efficacia dalla presenza e dalle doti dei cantanti, con una felicissima eccezione che è un vero dettaglio di pregio: la presenza di due giovanissimi ballerini provenienti dalla scuola di Danza del teatro romano, Elena Scaglia ed Ernesto Ruggiero, che fungono da doppi dei due protagonisti del tragico amore.

Il cast

Nel cast, complessivamente molto ben assortito, spiccano certamente la protagonista Roberta Mantegna, giovane soprano palermitano che proprio nel teatro della sua città si era già messa in mostra in passato prima di dedicarsi ad altre importanti produzioni al Costanzi. C’è da augurarsi che la sua presenza venga riconfermata più volte in futuro, specie ora che alla guida del teatro romano c’è Giambrone che aveva più volte puntato su di lei durante il suo soggiorno al Massimo. La performance attoriale più convincente è quella di Marco Spotti, capace di una trasformazione radicale per interpretare un personaggio lombrosiano come il viscido Wurm: vi sfido a confrontare le foto “normali” del cantante con quelle di scena della Miller per capire quanto l’immedesimazione con il suo personaggio, antieroico per eccellenza, sia resa in maniera spaventosamente convincente (c’è una bella selezione di immagini qui). Antonio Poli, nei panni di Rodolfo, brilla in special modo nella sua aria più lirica, “Quando alle sere placido”, in un contesto generale di una prova decisamente solida, mentre stupisce dall’inizio alla fine Amartuvshin Enkhbat, nel ruolo del padre Miller. Il baritono mongolo svetta per la capacità di bilanciare le esigenze drammaturgiche con una solidità canora veramente di altissimo livello: considerando che si tratta di un classe ’86, c’è da credere che lo troveremo ancora a lungo a calcare i palcoscenici più importanti.

La Luisa Miller di Mariotti

Dulcis in fundo, la musica: Luisa Miller è un’opera di altissima fattura, e, come detto in precedenza, il fatto che sia stata spesso trascurata rispetto ai titoli verdiani più celebri è una piccola ingiustizia alla quale il teatro dell’Opera di Roma ha giustamente tentato di porre rimedio: già nel 2021 infatti era stata messa in scena in forma di concerto – con la stessa Mantegna a ricoprire il ruolo di Luisa – ma quest’anno è stata fatta compiutamente giustizia. Mariotti ha spiegato col suo gesto la scelta di essere stato messo a capo di un teatro così importante: nonostante l’orchestra sia ancora costretta a un distanziamento sociale forzato, con parti dell’organico dislocate nei palchetti laterali, il suo lavoro di insieme è riuscito, compatto ma riesce anche a brillare quando la partitura verdiana lo richiede. Non solo: il nostro dimostra anche una personalità da vendere, prendendosi delle libertà interpretative che danno alla sua direzione un piglio molto personale, e rendendo ad esempio l’originalissimo preludio-sinfonia che apre l’opera un brano quasi a sé stante. Per il resto l’orchestra sa farsi limpida o possente per supportare la scena e la drammaturgia, rendendo giustizia ad un lavoro che speriamo entri maggiormente nel repertorio anche a partire da questa produzione.


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