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Le prime volte di Eduardo e Cristina

di Carlo Emilio Tortarolo - 14 Agosto 2023

“Sostenne il forte, e ravvivò il codardo” (atto II, scena XVIII)

C’è sempre una prima volta.
Una prima volta per una rappresentazione moderna in Italia dell’‘Eduardo e Cristina’ con l’aggiunta della nuova edizione critica.
Una prima volta di Quinte Parallele al ROF, Rossini Opera Festival.
E un poco più nel piccolo, una prima volta per il sottoscritto a Pesaro a seguire il festival che da 44 edizioni racconta al mondo quale sia il valore e il patrimonio che Gioacchino Rossini ci ha lasciato in eredità.

Arena che vai, usanza che trovi

Se l’indisponibilità del Teatro Rossini per una questione di giorni (si parla di una riapertura a settembre) ha traslocato l’intero cartellone all’Arena Vitrifrigo, non è mancata una calorosissima partecipazione del pubblico alla prima in programma, Eduardo e Cristina.
E se anche sembra una frase fatta, da piazzare strategicamente per sigillare il successo dell’evento, non si può descrivere sinteticamente una sistematica necessità di applausi al termine di ciascun numero musicale, come avvenuta a questa prima dell’11 Agosto.
Una caratteristica che sembra abituale al ROF, e scarsamente comune altrove, ma che ci proietta ancora di più in una risonanza di cosa potessero essere le rappresentazioni al tempo di Rossini, spesso interrotte da applausi e richieste di bis.
A perderne è chiaramente il flusso musicale e drammaturgico che non vive sulla virgola ma sul punto e virgola, ma l’atmosfera di empatia artistica contagia tutti i presenti, anche i più dubbiosi.

Ma com’è stata questa opera che andava a completare il mosaico dei 39 titoli operistici di Rossini?
Partiamo da quello che ci ha lasciato il compositore.

L’opera a dispetto della diceria (vogliamo parlare di fake news ante litteram?) che la voleva come un assemblaggio di altre opere fra prestiti altrui, auto-prestiti e ricicli, come poi era uso al tempo, è molto piacevole.
Manca, forse, di quella scintilla di genialità presente in altre opere, presenta alcuni recitativi e parti orchestrali un po’ semplici ma corrispettivamente bilanciate da altre parti d’assieme estremamente interessanti.
Non sarà stato un caso se all’epoca piacque e prosperò per anni: erano antichi, ma non erano stupidi.

Ma come si approccia un direttore ad un’opera priva di grande letteratura? Ogni direttore probabilmente articolerebbe una risposta diversa. Quello che possiamo fare noi, invece, è giudicarne il risultato.
La direzione di Jader Bignamini è complessivamente positiva, forse un po’ cauta e scarna di grandi slanci dinamici e metronomici. Ne risulta una esecuzione di controllo, quasi di attesa ora del suono orchestrale ora delle necessità tecniche dei solisti, ma in cui più ascolti e più recite permetterebbero di estrapolare l’identità intrinseca voluta dal direttore d’orchestra.
La simbiosi con l’Orchestra Nazionale della Rai è comunque fra i risultati più validi della serata e ne sono dimostrazione la velocità di reazione ai livelli dinamici necessari per il palcoscenico e l’intesa quasi automatica ai gesti di ingresso dei singoli strumentisti nel complessivo mosaico di concertazione.

Ciò che possiamo capire direttamente è l’intuizione registica di chi ha curato l’allestimento scenico, Stefano Poda, grazie alle note di regia presenti nel libretto di sala.
I presupposti che come tante opere le leve drammaturgiche si muovano attorno al triangolo soprano-contralto-tenore, che Rossini operi di taglia e incolla indistintamente fra buffo e tragico e l’irrealtà tipica di chi nel momento di azione canti invece che parlare, portano il regista a voler universalizzare il messaggio dell’opera, lasciando molte domande aperte (e non solide realtà) a chi ne guarda.
L’ultimo intento è sicuramente fra i più riusciti anche se la tentazione di vederci un effetto oroscopo, in cui più o meno tutti possono ritrovarsi senza andare veramente nella caratterizzazione, è forte.
Va detto che la cifra stilistica del regista, si veda l’ultima Aida in Arena, è fortemente profilata, permettendo facilmente di intuirne la firma di appartenenza. E se quindi rivediamo molti movimenti scenici, idee coreografiche ripetute e geografie spaziali reiterate, è forse un estremo parallelismo fra il triangolo Aida-Radames-Amneris e Cristina-Carlo-Eduardo?

Sta di fatto che l’azione scenica risulta dopo le prime scene abbastanza prevedibile, in un’alternanza di bellissimi movimenti coreografici rotatori e di successive cadute verso terra, e quel collante fondamentale che sono i recitativi, pur nella loro già detta semplicità compositiva, poco curati dal punto di vista registico.
Inoltre nel tentativo di universalizzare i personaggi, e come dar torto quando i cattivi dell’opera sono russi?, il rischio di bidimensionalizzazione degli stessi è dietro l’angolo, non potendo sfruttare la trama che si svolge nel lì e ora (emblematico parlare di ‘acciar’ e non vedere una spada) e delegando tutto agli artisti presenti sul palcoscenico.

Fortunatamente il cast, come d’uso al ROF, è di primissima scelta.
Carlo, re di Svezia, ripone nella continua tensione espressiva di Enea Scala il proprio dramma come re e come padre. Una prova estremamente positiva, impervia per la durata complessiva, in cui il tenore ragusano ha mostrato le sue ben note qualità vocali e sceniche.
Anastasia Bartoli delinea scenicamente uno dei personaggi più riusciti della produzione, la principessa Cristina, unendoci una sicurezza e chiarezza vocale di invidiabile successo, quasi serena nel dipanarsi delle agilità richieste al suo personaggio.
A conclusione del già citato triangolo, l’Eduardo di Daniela Barcellona. Una prova valida, di una interprete e artista rossiniana di chiara fama che sa giostrarsi fra agilità e dinamiche ma paga una scrittura pensata per contralto, con una maggiore valorizzazione del registro grave, più impervio per un mezzosoprano.
I due comprimari, Giacomo – Grigory Shkarupa e Atlei – Matteo Roma, svolgono ampiamente la parte a loro concessa, confrontandosi con buoni risultati nelle loro arie e supportando il cast nelle azioni corali.

Bene il coro del Teatro Ventidio Basso, preparati dal Maestro Giovanni Farina, utilizzato nella finzione scenica più come presenza eterea che reale protagonista, anche se non aiutati nei posizionamenti scenici per una maggiore risultanza dinamica complessiva.

Alla fine i ripetuti applausi si sono prolungati per tutti i protagonisti con vere e proprie ovazioni per gli interpreti principali.

La recensione si riferisce alla recita dell’11 Agosto

EDUARDO E CRISTINA

Dramma per musica in due atti
Musica di Gioacchino Rossini

Carlo | Enea Scala
Cristina | Anastasia Bartoli
Eduardo | Daniela Barcellona
Giacomo | Grigory Shkarupa
Atlei | Matteo Roma

Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Direttore | Jader Bignamini
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del Coro | Giovanni Farina

Regia, scene, costumi, luci e coreografie | Stefano Poda

Maestro al fortepiano | Giulio Zappa
Violoncello al continuo | Jacopo Muratori

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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