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Un finale corale per il ritorno “dal vivo” de La Verdi

di Matteo Camogliano - 23 Luglio 2021

Lo scorso venerdì 15 luglio si è tenuto al Teatro Arcimboldi di Milano l’ultimo concerto della Stagione “DalVivo!” dell’Orchestra Sinfonica Verdi di Milano. La serata, replica del 14 luglio, prevedeva come programma l’esecuzione della celebre Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

La Nona Sinfonia rappresenta il culmine dell’opera compositiva del maestro di Bonn, di cui si è da poco finito di festeggiare i 250 anni dalla nascita, resa celebre e a lungo insuperabile soprattutto dallo straordinario quarto movimento, il Corale sull’Inno alla gioia (Ode an die Freude) di Friedrich Schiller. La straordinarietà sta proprio nel suo non essere ordinario, nella novità assoluta di un movimento di sinfonia che include al suo interno l’uso di un ampio coro e di voci soliste, soluzione fino ad allora mai tentata da alcun compositore. La Nona è punto culminante dell’opera di Beethoven non solo perché composta già sul finire della sua vita, quando la sordità era ormai totale e lo aveva rinchiuso in una sorta di bolla ai limiti della vita sociale, ma come summa e punto di non ritorno nella sua evoluzione compositiva. È ormai il Beethoven del cosiddetto terzo stile, che porta le forme classiche da lui stesso affermate nella giovinezza e portate a compimento nella piena maturità ad una saturazione tale da comportare un superamento delle stesse, aprendo la strada al romanticismo. Il superamento non vuol dire però un’eversione dalle regole e dalle soluzioni più consuete, non è mai stravolgimento, ma si basa innanzitutto su un ritorno e una profonda ispirazione al passato. Ne è un’evidenza il recupero di forme e metodi compositivi di derivazione barocca, in particolare le tecniche di Variazione e Fuga, con chiaro riferimento a Bach. Sarà questa la stessa strada su cui si inserirà il cammino di Johannes Brahms, ancora più marcatamente debitore nei confronti dei maestri passati. La svolta in tal senso per Beethoven è visibile già dal 1816, sia ne lavori per pianoforte, nelle sonate con il violoncello e naturalmente nei quartetti.

Nella Nona il primo aspetto innovativo che salta all’occhio è quello della struttura formale: al Primo movimento, Allegro ma non troppo e un poco maestoso, in consueta forma-sonata, fa seguito, invece che il tempo lento come da tradizione, lo Scherzo, Molto vivace, abitualmente collocato in terza posizione, essendo questo peraltro molto dilatato nelle sue dimensioni. Il terzo movimento è dunque l’ Adagio molto e cantabile, mentre in posizione finale si colloca il Corale, Presto, Allegro assai, che per sua costituzione è appunto la vera novità della Sinfonia. Qui l’ampia introduzione, affidata alla sola orchestra prima dell’ingresso del baritono e poi del coro, è unica nel suo genere in quanto strutturata in modo evidentemente drammaturgico: il recitativo di violoncelli e contrabbassi, in raddoppio d’ottava, è come una scena in cui un immaginario personaggio, l’autore, dialoga con l’orchestra nel cercare una soluzione, una risposta al suo quesito. Qual è il senso della vita, della sofferenza? Dove conduce il cammino dell’uomo? Dalla tragica tonalità di Re minore dei primi due movimenti, passando per il malinconico Si bemolle maggiore del terzo, si approda al luminoso Re maggiore del finale, in un percorso tonale che ricorda già quello della Quinta Sinfonia, dove alle sferzate in minore del destino risponde nel finale, dopo un lungo pedale sul sesto grado abbassato, la squillante vitalità di Do maggiore. Così nel Recitativo, dopo il lacerante accordo iniziale a tutta orchestra che segnala agli ascoltatori di qualsiasi epoca che sta per avvenire un cambiamento epocale, un qualcosa di unico nella storia della musica, alle proposte dell’orchestra, che cita i temi dei tre movimenti appena ascoltati, i bassi rispondono negativamente e indicano poi di cercare altrove la soluzione, la Verità metafisicamente intesa, come ribadisce il baritono “Amici, non questi suoni!”, nelle parole aggiunte come preambolo all’Ode da Beethoven. Questo altrove, non solo musicale ma chiaramente metafisico e spirituale, nasce da una nuova melodia, limpida e lineare nella sua disarmante semplicità, che è il celebre tema dell’Inno alla gioia, dapprima sussurrata timidamente fino a esplodere in tutta l’orchestra, venendo poi rielaborata secondo le citate tecniche di variazione e fuga nel corso del lungo e monumentale movimento.

L’esecuzione dello scorso 15 luglio non solo è stata di ottimo livello, ma a parere di chi scrive è anche riuscita nell’intento di svelare il significato sotteso al significante della musica. L’inizio della Sinfonia vede forse l’ amalgama timbrico un po’ restio a prendere corpo, carburare, ma è anche questione di adattamento dell’orecchio a un’ acustica differente rispetto al più raccolto Auditorium in cui orchestra e pubblico sono soliti incontrarsi. Del resto il Primo movimento è forse il più difficile sia sul piano della resa musicale che della sua comprensione da parte dell’ascoltatore, essendo attraversato da una tensione ora esplicita ora latente, lasciando trasparire un’immagine di un Beethoven ancora nel suo temperamento eroico che rimanda immediatamente alla Terza e alla Quinta, eppure si avverte che qualcosa è mutato, che l’Uomo e la sua musica sono approdati a qualcos’altro. Già nell’ampio Scherzo tutto si fa più nitido e militare, il suono dell’orchestra intanto sembra aver rotto il ghiaccio e preso posto accanto agli spettatori nella sala, mentre l’episodio che fa da “Trio” si apre come una finestra su un giardino in fiore. È nell’Adagio che La Verdi dà il meglio di sé, nelle cantabili linee melodiche di questo malinconico e dolce Si bemolle maggiore, nel dialogo tra le sezioni degli archi e dei fiati perfettamente in sintonia. Il Finale è essenzialmente corretto e riesce nel suo telos trionfale e liberatorio, con una scelta dei tempi che specie nelle pagine finali ha il merito di non risultare rocambolesca come può succedere in qualche esecuzione. Ottimo l’amalgama dei solisti, che brillano sia nei momenti di assolo che nel supportarsi a vicenda e nell’insieme quartettistico come nell’episodio poco adagio che precede lo stringendo e il presto finale. Fantastico l’apporto del Coro Sinfonico Giuseppe Verdi, diretto da Dario Grandini, che risulta quanto mai omogeneo, ora stentoreo ora delicato all’esigenza. Il viaggio musicale e metafisico dalle tenebre alla luce di cui si parlava è dunque agito in modo corretto e coerente dagli interpreti di questa serata.
Il cast era sicuramente quello delle grandi occasioni a partire dalla bacchetta di Krzysztof Urbanski, già affermato direttore internazionale e vincitore del Leonard Bernstein Award, ottima la sua direzione, il gesto è chiaro e preciso e la presenza è al contempo autoritaria ma non invadente. Poi i solisti Maida Hundeling, soprano, Bettina Ranch, mezzosoprano, Moritz Kallenberg, tenore, Christian Senn, baritono, già in parte ben noti al pubblico affezionato milanese, che confermano le premesse appagando l’attesa del pubblico per il grande evento. Riassumendo, in un Arcimboldi esaurito nella sua capienza ridotta,  si è respirata un’ aria di eccitata tensione com’è giusto che sia di fronte alla grande musica e si è assistito a un’ esecuzione di alto livello. Un degno finale di stagione per la rinnovata esperienza dei concerti dal vivo, del fare musica “coralmente” tra l’ orchestra e il pubblico, che la saluta lasciandosi andare in lunghi e meritati applausi,  in attesa della stagione che verrà.

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