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Memorie dalla Contemporary Cello Week

di Michele Sarti - 29 Dicembre 2021

Sono ormai trascorsi due mesi da quando si è conclusa la prima edizione della Contemporary Cello Week a Torino (21-24 Ottobre 2021), prima rassegna dedicata al violoncello contemporaneo in Italia. Invitato a prenderne parte dal direttore artistico Claudio Pasceri, ho avuto modo di vivere quattro giornate dense e ispiranti nel segno della nuova musica e del violoncello, nonché di incontrare amicizie attese e inaspettate, di vecchia e di nuova data. Un resoconto complessivo sicuramente felice, merito di un’organizzazione vivace, creativa, sensibile e ben solida dal punto di vista gestionale, che ha fatto funzionare tutto molto bene. Molto positive ed efficaci, per quanto mi riguarda, le scelte dei musicisti coinvolti, le tipologie di eventi, le location, ma soprattutto il merito va all’aver contribuito a creare un clima fervido e coinvolgente. In conclusione del 2021, e in chiusura della vasta programmazione di Est Ovest (Festival di cui la Cello Week è parte), vi racconto alcune mie impressioni che, seppur a distanza di alcune settimane, restano ancora estremamente vivide. 

Uno dei presupposti essenziali della CCW è quello di creare un terreno fertile per lo scambio. E in questo, direi, sono riusciti molto bene. In tal senso, l’impostazione delle quattro giornate ruotava attorno a una didattica aperta (lezioni pubbliche) arricchita da un sempre gradito intervento collettivo, e performance individuali o di gruppo sia dei singoli docenti che insieme ai giovani strumentisti.

Fin dalla serata di apertura della Cello Week, si era portata l’attenzione sull’importanza del dibattito condiviso: Secum Habitare (questo il titolo-tema) è stata infatti pensata come una riflessione introspettiva umana e artistica riguardo a cosa ognuno ha sperimentato nei lunghi mesi di pausa dalle attività e ha coinvolto tutti i partecipanti della Week e il pubblico presente. 

Cinque erano i docenti violoncellisti di riferimento: Francesco Dillon, Lucas Fels, Anssi Karttunen, Claudio Pasceri e Michele Marco Rossi. Per tre giorni hanno seguito a turno sette giovani violoncellisti provenienti da tutto il mondo e selezionati tramite una call, ossia Deniz Ayșe Birdal, Stefano Bruno, Vatsana Cordani, Clara Franz, Marion Frère, José Gabriel Paredes e Filip Szkopek.

Aprire le performance-masterclass tramite un concetto continuo di tavola rotonda ha assunto ancor più peso nel momento in cui un gruppo di compositori del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, coordinati da Giorgio Colombo Taccani, ha elaborato appositamente per la Cello Week una serie di brevi pezzi destinati al violoncello solo, poi suonati e oggetto di discussione nel corso di uno spazio appositamente riservato ai compositori e ai cinque docenti violoncellisti, a ognuno dei quali erano state assegnate un paio di partiture. Un’opportunità senz’altro significativa poter ascoltare la propria musica maneggiata con grinta e velluto, e con quella disinvoltura e consapevolezza di chi, di prime assolute, ne ha macinate moltissime. 

Era, in effetti, davvero affascinante spostarsi tra le varie aule del Camplus Bernini (una struttura universitaria dove si svolgevano i corsi e dove alloggiavano i ragazzi) e assistere alle lezioni di cinque violoncellisti così diversi tra loro per personalità, età, e per scelte professionali. Sullo stesso pezzo si avevano molteplici punti di vista, arricchiti ulteriormente dagli interventi di chi si era aggiunto in aula per ascoltare. 

Se in una sala si affrontava l’aspetto performativo, in quella a fianco si indagavano le possibilità timbriche ed espressive del violoncello dal punto di vista di chi scrive musica. Con la consueta competenza e il tatto che lo contraddistingue, Colombo Taccani, sul campo, ha svolto il ruolo del trait d’union tra i compositori (che ricordo aveva seguito attentamente in una lunga fase preliminare del lavoro), i docenti e alcuni dei giovani strumentisti coinvolti nella lettura dei brani.  Alla luce dei risultati, si analizzavano le problematiche tecniche e compositive, se presenti, e si aprivano i relativi dibattiti.

Significativo quanto si legge sul sito di Est Ovest a proposito:

“Il rapporto che il creatore di musica instaura con l’esecutore, con l’interprete, è un rapporto determinante per la trasmissione dell’opera composta. Conoscere nel dettaglio le possibilità espressive e tecniche del violoncello è importantissimo, come è di grande rilevanza conoscere la personalità di chi porterà sul palco il brano musicale. È in quest’ottica che intendiamo la masterclass realizzata in collaborazione con il Conservatorio “G. Verdi” di Torino. Interpreti di esperienza internazionale condurranno i giovani compositori partecipanti alla masterclass nel mondo sonoro del violoncello contemporaneo.”

Sono state presentate composizioni più o meno concluse: non era prevista infatti l’esecuzione in concerto dei brani; il focus era infatti il confronto tra compositore ed esecutore. Presenti del ‘Verdi’: Ernesto Gino Anderson, Giuliano Comoglio, Daniele Di Virgilio, Ivano Granata, Francesca Idini, Andrea Mastropasqua, Leonardo Matteucci, Luca Mazzilli, Federico Pianciola, Camilla Piovano, Gilberto Rabino, Davide Rizza.

Dice a proposito di queste giornate di lavoro il M° Taccani:

“Sono rimasto colpito dall’approccio estremamente personale e diverso che ogni violoncellista ha avuto nel rapporto con i pezzi dei giovani compositori: chi ha coinvolto i propri studenti di violoncello, chi ha affrontato le motivazioni di certe scelte nella scrittura, chi ha commentato, nota dopo nota, il pezzo dal punto di vista strumentale. I lavori naturalmente denotavano livelli di esperienza diversi tra loro, ma tutti sono stati trattati con grandissimo rispetto.”

Dal secondo giorno (22 Ottobre) si sono svolti i tre appuntamenti in programma, denominati Episodi, che seguivano le intense attività didattiche del giorno. Protagonisti i docenti e gli allievi della Week. 

Primo dei tre, al Politecnico, il tanto atteso ‘a solo’ di Anssi Karttunen che ha presentato un recente progetto audiovisivo sviluppatosi durante il lockdown, che mescola a improvvisazioni dello stesso Karttunen (eseguite su violoncello amplificato e con suoni modificati elettronicamente) miniature scritte per lui da otto compositori (Kondo, Turnage, Glanert, Anderson, Cashian, Ruders, Lubman, Saariaho) in memoria dell’intimo e comune amico  compositore e direttore d’orchestra britannico Oliver Knussen, scomparso nel 2018. Sulle improvvisazioni era stato elaborato un progetto video dell’argentina Diana Teocharidis, con cui Karttunen collabora da oltre quindici anni. I brani eseguiti, alcuni in prima assoluta e in prima italiana, raccontavano perfettamente lo stile e la sensibilità del violoncellista finlandese, evidenziandone le qualità interpretative. 

Anssi Karttunen è annoverabile tra i più importanti violoncellisti a livello mondiale nel repertorio contemporaneo. Esibitosi in qualità di solista con alcune delle più prestigiose orchestre al mondo, negli anni ha instaurato profonde amicizie e collaborazioni con compositori che hanno influenzato profondamente la musica del nostro tempo (tra cui i connazionali Saariaho, Lindberg e Salonen). Conta oltre 170 prime assolute tra cui 29 concerti per violoncello. Parlandoci piacevolmente a cena, si è rivelato molto sensibile all’insegnamento e al trasmettere l’amore per i linguaggi del nostro tempo alle nuove generazioni. Nel raccontarmi del suo rapporto con i vari compositori con cui collabora, è emerso, prima d’ogni altra cosa, che il loro legame è prima di tutto su un piano umano e che in molti casi risale agli anni della giovinezza. 

Tra squarci di vita quotidiana, aneddoti, e considerazioni personali, sono emersi alcuni titoli che meritano di essere ascoltati o riascoltati. Di Lindberg (oltre i concerti per violoncello che Karttunen ha entrambi eseguito in prima assoluta), i noti capolavori Kraft (degli anni ‘80) e Aura (degli anni ‘90), e poi il più recente, altrettanto geniale, Accused per soprano e orchestra. Di Saariaho ha segnalato invece Innocence (l’ultima opera recentissima opera su cui la compositrice ha lavorato per quasi dieci anni), descrivendo l’esperienza della Prima con queste parole: “Uscito da teatro ho pensato: così credo si siano sentiti gli ascoltatori che per la prima volta assistettero a Wozzeck”

Nel secondo appuntamento si sono invece esibiti individualmente Dillon, Fels, Pasceri e Rossi, ognuno con una partitura contemporanea, o molto recente, a loro particolarmente affine. Francesco Dillon ha suonato magnificamente un intenso e particolarmente espressivo Jonathan Harvey (Curve with plateaux), con cui è senz’altro molto familiare. Lucas Fels ha invece presentato un’ampia ed estremamente complicata partitura (che necessita di voltapagine) di Wolfgang Rhim (über die Linie). Claudio Pasceri ha proposto invece la prima esecuzione assoluta di un pezzo che Levinas ha composto per lui partendo da un precedente brano per viola sola, poi trasfigurato quasi completamente: Les Lettres enlacées II. A concludere la serata al Circolo dei Lettori, Michele Marco Rossi, impegnato magistralmente nella Suite Francese VI di Fedele

Per l’episodio finale, al Museo Ettore Fico, alcuni docenti (Pasceri, Dillon e Rossi) con i loro allievi si sono riuniti nell’affrontare pagine solistiche o d’ensemble, tra cui Protokoll – ein Traum di Rihm per sei violoncelli e il complesso ma assai suggestivo Euler Sonaten di Erik Oña per tre violoncelli ed elettronica. 

I lavori eseguiti per strumento solo erano invece: di Weinberg, i Preludi 5 e 13 (Filip Szkopek); di Isang Yun, Glissées I (Clara Franz); di A. Knaifel, Lamento (Stefano Bruno); di Ginastera, Pueña n. 2 (José Paredes); Di Henze, estratti da Serenade (Marion Frère); poi la violoncellista e compositrice Deniz Ayse Birdal ha eseguito il suo The Ivy.

Il livello generale dei giovani violoncellisti era piuttosto alto. Alcuni tra loro hanno spiccato particolarmente per maturità di pensiero e capacità tecniche. Vorrei segnalare, in particolare il talento del giovanissimo Stefano Bruno, e la vivace creatività della performer-violoncellista Birdal. Ma al di là di personali traguardi o capacità, è stato il clima generale del gruppo a raccontare la Cello Week: come sempre avviene in occasioni come questa, quando riescono, si producono splendidi risultati in campo artistico e umano. 

La Cello Week affronta il tema contemporaneità nella musica scegliendo il violoncello come strumento d’elezione (il suo direttore artistico è violoncellista) e attorno ad esso salda un ventaglio di rapporti umani, che da sempre sono il senso del far musica nel suo più profondo grado d’essere: la comunicazione.

Ci auguriamo solo possa crescere e riscontrare una sempre più ampia partecipazione. Non importa aver capito, o condividere certi linguaggi: per parteciparvi contano un po’ di coraggio e molta passione, ma soprattutto la voglia di ampliare le proprie prospettive tramite lo scambio, la fiducia e il lavoro intenso. 

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