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Wagner ad alta voce: Tannhäuser

di Redazione - 18 Dicembre 2021

Richard Wagner, Tannhäuser
«Redenzione non fiorirà mai per te…»

Tannhäuser, il famoso Minnesänger, il cantore dell’Amore, il peccatore assetato di libertà, colui che cede alla malia di Venere per trascorrere con lei un tempo indefinito tra le brame della passione e della perdizione. Tannhäuser, l’uomo sospeso tra amor sacro e amor profano, tra carne e spirito. Questo è il personaggio che Wagner decide di indagare, di romantizzare e di eleggere protagonista della sua opera dopo le fatiche dell’Olandese volante. Ma se l’Olandese cercava la redenzione e il pentimento per la propria salvezza, Tannhäuser la cerca per sé e per Elisabeth in nome di una grazia che possa permettere una vita serena, lontano dagli incantesimi seducenti del Venusberg, laddove Venere è figura simbolica che sembra richiamare non la dea greca ma la dea della Natura germanica: Holda. Una bellezza selvaggia al di là del tempo e al di là della storia che coincide con la bellezza della Natura, della forza panica, lontana dalle convenzioni dell’Amor cortese. Un personaggio simbolico che ha la forza di contrapporsi al potere del Papa, colui che non perdona e profetizza l’eternità della condanna di Tannhäuser. Non ci sarà dunque redenzione nell’affidarsi a una grazia trascendente ma solo ad una rigenerazione immanente, che non contempla un perdono divino di stampo cattolico ma il gettarsi nell’incanto di una Natura che mai giudicherà ma che sempre accoglierà nel suo mondo dell’oblio.

Wagner, negli anni quaranta dell’Ottocento, in cui vive a contatto con gli autori della Giovane Germania, pone in nuce concetti che poi saranno sviluppati negli anni a venire e presenta in questo dramma del 1845 un’idea di Natura come Vita che vince la Morte, amore terreno che altro non è se non il germogliare incessante e ciclico del Cosmos. Il suo bastone di pellegrino che germoglia è il miracolo, il Wunder con cui Holda testimonia la propria eternità, la vita che continua nonostante la morte dei protagonisti, la forza rigeneratrice pronta ad abbracciare i due amanti in un orizzonte d’amore che non più abitato da cavalieri, tenzoni, duelli e vendette ma solo respiro e ritmo vitale, ponendo fine a quel dramma, profondo e silenzioso, narrato da Tannhäuser nel grande monologo del Terzo Atto (Andrea Camparsi).


    Ora ascoltami, Wolfram, devi sapere questo. Sta lontano! Dannato è il luogo nel quale dimoro! Odi, Wolfram, odi! Con l’ardore in petto, più di quello d’un penitente, cercai la mia via verso Roma. Un angelo aveva, ahimè, scosso dall’impavido l’alterigia del peccato; per lui desideravo fare penitenza, supplicare la salvezza che mi si nega, intenerire quelle lacrime che aveva versato a causa dei miei peccati! Come il più affranto tra i pellegrini percorreva accanto a me la via, mi appariva troppo agevole; mentre il suo piede si poggiava sui soffici prati, il mio, nudo, andava su rovi e pietre; quando egli rinfrescava la sua bocca alla fonte, la mia suggeva il rovente bagliore del sole; quand’egli volgeva devotamente preghiere al cielo, io spandevo il mio sangue in segno di lode all’Altissimo; quand’egli si ristorava al dormitorio, io stendevo le mie membra tra la neve e il ghiaccio; con gli occhi serrati per non vedere quella meraviglia, ho attraversato cieco i delicati campi italiani! Ho fatto ciò perché volevo fare penitenza nella contrizione, per raddolcire le lacrime del mio angelo!

    A Roma giunsi al luogo sacro, in preghiera mi prostrai sulla soglia del santuario. Irruppe il giorno; risuonarono le campane, dall’alto discesero canti celestiali; poi esultarono con ardente tripudio, perché grazia e salvezza erano promesse per tutti! Allora io lo vidi colui attraverso il quale Dio s’esplicita; lì, davanti a lui, tutto il popolo s’inchinò nella polvere. E a migliaia egli diede grazia e a migliaia si ridestarono con gioia. Lì anch’io m’appressai. Col capo chino a terra, accusai me stesso con dolore di quella cattiva lussuria che ha acceso i miei sensi, delle bramosie che nessun pentimento smorza; e affinché mi sciogliesse da quelle roventi catene, lo invocai, devastato da un efferato dolore. Ed egli, che io avevo così pregato, cominciò: “Se hai preso parte a una così malvagia lascivia, infuocato nelle braci infernali, se hai dimorato nella montagna di Venere, allora sarai eternamente dannato! Così come il bastone che ho in mano non s’adornerà mai più di verde, così dal fuoco infernale la redenzione non fiorirà mai per te!”

    Allora io affondai cupo nell’annichilimento, i miei sensi s’intorpidirono. Quando mi ridestai, su quel luogo deserto s’era adagiata la notte, da lontano risuonavano canti di giubilo: mi ripugnò quel canto delicato! Dalla promessa del canto menzognero, che algido mi trapassava l’anima, mi sospinse via l’orrore con passo truce! Lì mi trascinò, ove di gaudio e piacere m’ero inebriato al suo caldo petto! A te, madama Venere, io ritorno, nella leggiadra notte del tuo incanto; presso la tua corte io ascendo, ove solo la tua seduzione mi sorride in eterno

(Traduzione di Lucia Cambria)

Pallido e sconvolto avanza in scena, barcollando, Tannhäuser, il sinistro cantore. La via della preghiera, della speranza, del perdono si è rivelata vana. Vana la mortificazione di sé, disperato viandante tra sentieri di aspro cammino. Né placherà mai il tormento dell’anima. Ora anche il suo riposo è maledetto!

Nel delirio invoca Venere e quel paradiso di lasciva passione, così lontano dalla cruda realtà del mondo. Poi, nell’aurora che dissolve ogni notturna nebbia, sul canto innodico del corteo funebre di Elisabeth – colei che per la redenzione dell’amato ha offerto alla Vergine la propria vita – raccolto in ultima sofferta preghiera, egli cadrà morto. Di lui rimarrà il rimpianto silenzioso di una purezza perduta e il miraculum della verde fronda di un pastorale, sostegno identitario del pellegrino.

Così Wagner trasforma la leggenda medievale di Tannhäuser, cantore di vita, di avventure, di amori eretici, presto decaduto insieme alla fortuna temporale della sua stessa aristocrazia in una società che andava mutando volto tra l’ascesa delle città e il declino degli antichi valori cavallereschi. Così Wagner trasforma l’Hörselberg di Turingia, il monte dei demoni delle Saghe tedesche dei Grimm, nel fantastico Venusberg, luogo di eterno piacere, irto e selvaggio contro il nobile castello della Wartburg, tempio di anime elette nel cuore pulsante del paesaggio tedesco; e oniriche visioni in sensuali melodie, e canti pastorali in solenni cori di preghiera, e lo struggimento della Sehnsucht in redenzione. Una redenzione operata dal sacrificio di un’anima gentile che, mentre aspira alle altezze celesti, trema del proprio volo attraverso le porte della Notte per poi farsi Luce e perdersi tra le luci del firmamento (Adele Boghetich).

Autori: Andrea Camparsi, Lucia Cambria, Adele BoghetichAssociazione La Voce Wagneriana

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