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Diario dallo Chopin: Cosa mangiano i 2004?

di Alessandro Tommasi - 7 Ottobre 2021

Arieccoci. Anche oggi una nuova entusiasmante carrellata con 17 concorrenti del Concorso Chopin di cui parlare. Bando alle ciance, rimbocchiamoci le maniche (del pigiama, perché scrivo mentre già pregusto le mie [poche] ore di sonno) e ‘ndemo.

Comincia la mattinata Aleksandra Hortensja Dąbek, con un bel Notturno op. 27 n. 1, dal carattere bene in stile ma che fatica un po’ a tirare fuori un suono che corra dallo Steinway 300. Nello Studio op. 10 n. 7 fa un po’ di caciara coi pedali, ma per il resto funziona bene sia tecnicamente che per i fraseggi. Meno centrato lo Studio op. 10 n. 5, molto agile, ma di un’agilità meno allegra e più nevrotica, un po’ scoiattolosa. In realtà è la pianista ha un che di scoiattoloso. E mentre in sala si viveva un grande revival della tubercolosi (in onore del Maestro), Hortensja ci ha regalato una Terza Ballata ricca di braccia gettate in alto a coglier ghiande. Non che sia andata male, anzi, il cambio di suono tra gli studi e la ballata è stato notevole, ma rimaneva questo problema a far passare il suono, oltre a qualche dubbio qui e lì.

Non mi ha convinto pienamente invece il nostro Alberto Ferro sullo Steinway 300. Del pianista di Gela (come si chiamano gli abitanti di Gela? vi prego ditemi che è “gelati”) ho delle vividissime memorie dal Concorso Busoni di secoli fa, dove arrivò secondo con un Secondo Concerto di Bartók che ho ancora in orecchio. Qui, la scelta del repertorio è stata tutta incentrata sulle sfumature, studi esclusi. Il Notturno op. 55 n. 2 è tra i più difficili da fraseggiare e cogliere, così sfuggente, mentre della Barcarola non serve neanche parlare. A completare, gli Studi op. 10 nn. 7 e 12. Sorprende, in un pianista di cui ancora si racconta della Prima Sonata di Shostakovich, una scelta così improntata alla ricerca timbrica, che infatti mi ha convinto assai poco, ma d’altronde ogni tanto è anche necessario dimostrare che ‘sta mano pò esse’ Ferro o po’ esse piuma. Sul Ferro ci siamo. Sulla piuma ancora bisogna lavorarci.

Chi mi ha invece completamente convinto, dal tallone all’ultimo ciuffo è stata Yasuko Furumi, sullo Steinway 479. Una prova veramente superlativa, sia nel Notturno op. 27 n. 1, con quella sezione centrale che arrivava da lontano, fervida tensione senza esagerare, poi due studi splendidi, op. 10 n. 5 e op. 10 n. 2. Nel n. 5 ogni tanto il suono si faceva un po’ acuminato, ma l’op. 10 n. 2… Andate a sentirlo, vi prego, dura due secondi. Lo stacca ad un tempo vertiginoso e lo tiene con una pace d’animo, mentre fraseggiava gli accordi interni come se cogliesse hortensje, per poi chiudere su un pp in punta di piedi. E la Fantasia seguente non ha che confermato e ampliato le impressioni. Bel suono ampio, grande slancio appassionato unito a cura dei dettagli, un senso delle proporzioni ottimo. Bello, bello, bello.

Il concorrente dopo me lo sono perso in sala causa Chopin Talk e mi son davvero mangiato le mani, perché era Alexander Gadjiev che ha pure suonato benissimo, come quest’uomo ha la brutta tendenza a fare. Penso che nessuno sia stato onnipresente nelle mie Campane come Gadjiev: eravamo insieme al Busoni a Bolzano, eravamo insieme al Tchaikovsky a Mosca, ora siamo a Varsavia e rieccoci. Della sua prova posso al solito dire ciò che prendo dallo streaming e dall’ascolto fuori sala (in cui comunque un’idea ce la si fa) e l’impressione è sempre che il pianista sia capace di svelare nuova luce su qualsiasi roba si metta a suonare, ma che rispetto ai concorsi menzionati, abbia iniziato a farlo con minore desiderio di dimostrare qualcosa a qualcuno. Prendete il meraviglioso Studio op. 25 n. 7, c’è solo intensità e concentrazione, ascoltate la limpidezza dell’op. 10 n. 8, gli scatti nervosi dell’op. 20 n. 10 (questo con qualche scivolata qui e lì, ma una sezione centrale come mai ascoltata in vita mia) e invece sparatevi tutta la Quarta Ballata. C’è una ricchezza di dettagli affascinantissima, ma tutti questi concorrono a dare un’impressione generale unica che, nella prova di oggi, non ha mai dato l’impressione di una forzatura, di un “famolo strano”. Ovviamente strano a volte lo è, eccome, ma è sempre per una spinta interna e spontanea. Spero veramente di poterlo risentire in sala.

Non mi è piaciuta altrettanto Avery Gagliano, partita un po’ melensa nel Notturno op. 27 n. 2, affrontato con carattere sonnolento e seduto. Un po’ sordo anche lo studio op. 10 n. 8, elegante e ben condotto ma non squillante, mentre l’op. 25 n. 5 era poco disinvolto e il discorso veniva spesso interrotto. Considerazioni simili per la Prima Ballata, amplificate dalla diversa struttura del brano, in cui le sezioni non apparivano sempre consequenziali. In generale tutta la sua prova è parsa molto, troppo cauta, quasi con il terrore di voler essere irrispettosa, propendendo verso una certa pedanteria di fraseggio, ma sempre nella totale cordialità. Proprio una cara signora americana.

Il successivo è stato Martin Garcia Garcia, che potremo agilmente ribattezzare Garcia2 o Garcia McGarcia. Il pianista si è esibito sul Fazioli, partendo con un buon op. 25 n. 4, ma rimanendo impantanato sull’op. 10 n. 4, attaccato con gagliardo spirito ispanico e poi uscito un po’ inzaccherato dalle Paludi dell’Odiel. Il Notturno op. 55 n. 2 non è riuscito a rialzare il discorso, confermandosi una scelta rischiosissima, e il povero Garcia2 è rimasto a vagare un po’ nella sua palude, in cui è rimasta anche la Ballata n. 1 op. 23. Preso dalla solitudine, nel suo stagno, Garcia McGarcia ha iniziato direttamente a cantarsi le sue voci da solo, mentre suonava. Perché no! Comunque il pubblico ha gradito molto, quindi chissà.

Io ho gradito molto di più la concorrente successiva, la diciassettenne russo-armena Eva Gevorgyan. La fanciulla dai lunghi capelli biondi ha attaccato sullo Steinway 479 un Notturno op 27 n. 1 di un gelo esistenziale fotonico. Il canto si stagliava su una sinistra impassibile, in una terra algida come algido è il suo cuore. Spettacolare. A confermare l’impressione, l’op. 25 n. 11 (da cui mi aspettavo in realtà molta più glacialità) e poi ancora più uno Studio op. 25 n. 4 come ancora non l’avevo sentito, misterioso, soffuso, ma nitido. Poi prende, attacca il Quarto Scherzo e di colpo lo trasforma in una ballata nordica, senza concedere nulla ai rigonfiamenti morbidi e al tepore del canto appassionato. No, tutto era misterioso, quasi mefistofelico a tratti, il cantabile centrale sembrava raccontare le gesta di un eroe del Mare del Nord, scaldandosi solo per il fuoco che illumina la notte nel fiordo. Sto andando troppo sul poetico? Non saprei, io me lo sono goduto un sacco questo Chopin norreno!

Meno mentesoffiante ma comunque interessantissimo, il cubano Jorge Gonzàlez Buajasen, sullo Yamaha. Il Notturno op. 48 n. 1 già ci poneva di fronte a delle particolarità, con quelle due prima note così ben cantate eppure completamente slegate, poi ha iniziato a fraseggiare e, salvo i rallentoni a due mani (ma perché un bel rubato alla mano destra proprio non vi piace?), ha tirato fuori delle cose davvero interessanti. Molto bella la Ballata op. 38 (la Seconda, ogni volta che comincia tiro un sospiro di sollievo, qualcosa di meno sentito!), anche se pure lì questa cosa del fermare il tempo spesso era innaturale. L’op. 25 n. 5 non è andato benissimo, con la polifonia ridotta a soprano-basso e nascondendo tutte le voci centrali, ma ottimo davvero l’op. 10 n. 8.

Chiude la mattinata Joanna Goranko, con un meraviglioso vestito che sapeva un po’ di veste popolare polacca. Sarà suggestione allora, ma mi è parso che anche il Notturno op. 62 n. 2 riconquistasse con lei un carattere distintamente polonico, anche se poi la polifonia della parte centrale non è stata pienamente realizzata. Poi ha iniziato ad avere un po’ di dubbi per il nervosismo e io ho seriamente temuto l’Effetto-Yasko, ma invece no, ha retto botta e stoicamente è andata avanti. Avanti c’ha trovato lo Scherzo op. 31, di cui vi invito veramente a sentire l’inizio (proprio la prima battuta e mezza) perché è bellissimo. Goranko riesce a far seguire le sezioni più disparate, una dopo l’altra, con la massima naturalezza, senza mai apparire forzata. Ogni tanto dovrebbe però dare di più, in termini di tensione espressiva e di suono, per emergere sul suo Steinway 479. Lo Studio op. 25 n. 6 non mi è dispiaciuto, con le terze ben sgranate, mentre sull’op. 10 n. 12 si sentiva la stanchezza e mancava un po’ di slancio. Comunque una Signora Prova.

Pausa pranzo (dalle 15 alle 17, ovviamente) che io ho passato a volteggiare tra negozi a Varsavia per cercare nuove camicie da indossare per i futuri Chopin Talk con una personal stylist (ve lo giuro, al Concorso Chopin sono matti!), un panino al volo alle 16.45 dopo oltre 24 ore senza mangiare e poi via, si riprende.

Al pomeriggio abbiamo avuto meno figure entusiasmanti, rispetto al mattino. Chelsea Guo ha suonato bene sul Fazioli, ma non benissimo. Il Notturno op. 62 n. 1 ha trovato qualche tensione nella parte centrale (e qualche momento di confusione), ma è solo nell’intimo momento di riflessione prima di chiudere, che ho percepito qualcosa di vero, musicalmente. Gli studi sono anch’essi andati bene ma non benissimo: lo Studio op. 25 n. 5 era ben curato, ma non si distaccava da questo, mentre meglio l’op. 10 n. 5, scampanellante e terminato con delle belle ottave. La Barcarola ha trovato un bel suono sullo strumento, ma l’agogica è apparsa al punto trattenuta e il fraseggio interrotto e non costruito per frasi lunghe, che l’architettura non ha retto ed è diventata un po’ pezzo da abbiocchino. Sì, l’abbiocchino post-pranzo alle 17 passate non si può sentire, cosa ci possiamo fare?

Dopo Chelsea Guo abbiamo avuto Eric Guo, che con mio sommo dolore non sono fratelli (così come non erano imparentati i Tre Chen, che io sognavo già essere tre gemelli tutti pianisti e invece nulla). Guo II ha suonato sullo Steinway 479 ed è partito anche lui con il Notturno op. 62 n. 1 (e ha fatto pure lui la Barcarola, quindi fondamentalmente abbiamo sentito Guo x 2). Ovviamente alla resa dei conti (sonori), i due pianisti erano diversissimi. Il cantabile di Guo II era più proiettato in avanti, ma quando serviva dare di più nella sezione centrale, anche lui si è tirato indietro. Meglio i giochi di timbri in A’. Spettacolare lo Studio op. 10 n. 2, staccato meno velocemente di Yasuko Furumi, ma comunque tenuto così bene che s’è pure messo a fare gli effettini e giochini di colore e le cosette di fraseggio gnignigni mentre sciorinava note in uno degli studi più impestati che Chopin ci abbia donato. Questa gente brava dovrebbe solo vergognarsi di essere così brava e mettere in imbarazzo tutte le persone meno brave. Lo Studio op. 10 n. 4 invece non è stato altrettanto entusiasmante, pur ben suonato è rimasto un po’ lì, non aveva il fuoco di altri pianisti o la velocità mozzafiatante di Leonora Armellini. La Barcarola di Guo II tiene meglio l’ascolto e la concentrazione, fermava meno il discorso rispetto a Guo I, ma poteva dare di più sul climax, mentre invece è apparso un po’ tutto sotto tono.

Non mi è piaciuta molto Saaya Hara, invece, in cui le note c’erano pure tutte (quasi) ma fin dal Notturno op. 27 n. 2, quando doveva tenere ben salda la presenza, scompariva, si eclissava come Homer nella siepe e tante care cose a tutti quanti. Lo Studio op. 10 n. 8 non è cominciato perfettamente, ma si è ripresa presto, mentre nello Studio op. 25 n. 6 c’era qualcosa di decisamente strano nelle terze, credo a causa di un eccessivo rilievo dato alla nota grave delle terze, per cui usciva tutto un po’ distorto. Il Quarto Scherzo non ha cambiato il carattere della prova, ma ha proseguito un po’ su questo andazzo. Peccato perché la pianista giapponese era arrivata tutta impacchettata come un regalo e mi chiedevo sinceramente quali altri abiti avrebbe sfoggiato nelle prove successive. Chissà!

Poi, devo ammettere che sono molto piccato, quest’oggi (ossia ieri, per il lettore), perché per i Talk mi sono perso due prove che davvero avrei voluto sentire. Di Gadjiev ho ampiamente sbrodolato, ma chi si sarebbe immaginato che pure Yifan Hou sarebbe stato fantastico? Io ero lì, sgargiullo, che mi dicevo “ma sì, se sarà noioso tiro avanti o metto a 1,5x” e invece sono finito a bermi in streaming la prova di questo tizio con uno ciuffo di capelli in testa che pare uno scopettino. Andate a recuperarvela, davvero. Il Notturno op. 27 n. 1 aveva un bellissimo legato e il climax era veramente magnifico, lo Studio op. 10 n. 4 è stato al vetriolo e il 25 n. 5 onestamente interessante, ricchissimo di dettagli nella polifonia degli accordi, non trattati come indistinte macchie di colore, ma soppesando bene ogni voce interna. La Prima Ballata con cui ha chiuso è tra le migliori finora sentite, ricca di scelte originali di fraseggio, ma sempre affrontate con grande naturalezza, con uno sguardo generale che riuniva tutti i dettagli che il pianista diciassettenne trovava in giro. Peccato solo per un paio di fraseggi, nel secondo tema al grandioso ritorno in fortissimo e in qualche altro punto, in cui la scelta di fraseggio non era centratissima, magari perché correva per andare sulla sezione successiva. Costruzione della coda e poi coda veramente notevoli.

Comunque sì, avete letto bene: diciassettenne. Hou è un 2004, esattamente come la Gevorgyan e come il mio amato Hao Rao. Tutti 2004. Io non so cosa c’hanno messo nel latte quell’anno o se sono le radiazioni degli smartphone oppure è tutto un complotto di Big Pharma, ma qualcuno faccia qualcosa per questi diciassettenni scandalosamente bravi. Passiamo oltre che è meglio.

Wei-Ting Hsieh non mi ha convinto altrettanto, ahimHieh. La pianista taiwanese è partita bene con la Fantasia op. 49, molto misteriosa e con buona gestione dell’agogica, ma poi quando serviva dare di più, non ha mai gettato il cuore oltre l’ostacolo ed è rimasta un po’ impiantata lì. Il Notturno op. 27 n. 1 non era più interessante, anche per una certa ripetitività di fraseggi che non ha aiutato. Lo Studio op. 25 n. 5 è stato preso ad una velocità tale da annullarne la polifonia, mentre l’op. 25 n. 11 sembrava risollevarsi, ma senza mai farlo veramente. Peccato!

Mi è piaciuta molto di più la seguente Kaoruko Igarashi, sullo Steinway 479 (esattamente come Hiseh), che però è partita fermando tanto le frasi sul Notturno op. 27 n. 1, mentre cercava e ricercava timbri a scapito della tenuta generale della forma. Molto meglio gli Studi op. 25 n. 11 e op. 10 n. 10, in cui meno intenta a cercare hortensje anche lei, ha tirato fuori un bel suono che correva bene nella sala (dimostrazione di quanto faccia il pianista sul medesimo strumento!). Nell’op. 10 n. 10, poi, questa ricerca di caratteri diversi ha trovato una sintesi molto efficace e coerente. Poi, con mia enorme gioia, mi sono potuto finalmente godere il Terzo Scherzo, finora portato solo da Yasko (che però a quel punto del programma già era tanto che riuscisse a reggere). Vi invito sinceramente ad ascoltare il terzo scherzo di Igarashi, perché è davvero notevole. Splendide ottave, senso drammaturgico perfetto, corale bellissimo, spunti quasi sinfonici nella gestione della polifonia, ad una certa ho chiuso il taccuino e mi sono semplicemente messo comodo a godermi uno dei brani che amo di più di Chopin. Grazie.

Riko Imai, sullo Steinway 300, mi è piaciuta di meno. Ha cominciato con uno Studio op. 10 n. 1 con qualche sporcizia ma ben retto, mentre l’op. 25 n. 10 si inceppa abbastanza in fretta e prosegue un po’ con l’ansia e qualche sussulto. Molto meglio il Notturno op. 27 n.2, che non si sdilinquisce in una crogiuolo di melassa, ma anzi rimane bello scorrevole e la cantabilità, quella vera, ne beneficia parecchio. La Quarta Ballata parta con un bel fraseggio del tema e buona cura delle voci secondarie, ma qualche momento di affaticamento e in generale non una Quarta Ballata memorabile.

L’ultimo della giornata è stato Junichi Ito, che entra e fa l’inchino più giapponese che abbia visto in vita mia, quel tipo di inchini che noi non possiamo nemmeno provare a fare senza risultare goffi. Comunque, Ito ha suonato sul Fazioli, trovandovi un gran bel suono per il Notturno op. 62 n. 1, anche se esagerando un po’ con il pedale, ma poi riprendendosi con una splendida volata e degli ancor più splendidi trilli, forse i migliori sentiti finora su questo Notturno. Molto bene l’inizio dello Studio op. 10 n. 5, ma poi si inceppa, mentre l’op. 10 n. 10 viene attaccato troppo di corsa dopo la chiusa non perfetta del precedente e ne risente in termini di ansia. Meglio la Seconda Ballata, in cui con più tempo il pianista ha trovato veramente tanti spunti, già nell’incipit cullante ma pieno di senso musicale, poi il Presto con fuoco ben subitaneo, così come subitanea una spatocciatura sulla seconda discesa che mi ha fatto tremare per un istante e poi invece ha retto botta ed è andato avanti molto bene. C’era qualcosa di viscerale in questa Ballata, andate a sentirla, ve ne renderete conto nel secondo Presto con fuoco e ancor di più nella coda, preparata molto bene e poi suonata meglio. Non senza errori, anzi!, ma vera, bruciante, necessaria, con quei ribattuti rapidi e nervosi ma mai gridati.

Una buona conclusione per una giornata veramente senza paragoni per numero di grandi pianisti che sono emersi. Ora non resta che l’ultimo giorno e da questi 80 e passa candidati si arriverà a 40 e il Concorso inizierà davvero ad entrare nel vivo. Non vedo l’ora.

Alessandro Tommasi

Autore

Viaggiatore, organizzatore, giornalista e Pokémon Master, studia pianoforte a Bolzano, Padova e Roma e management culturale alla Rome Business School e alla Fondazione Fitzcarraldo. È Head of Artistic Administration della Gustav Mahler Jugendorchester e direttore artistico del Festival Cristofori e di Barco Teatro.

Nel 2021 è stato Host degli Chopin Talk al Concorso Chopin di Varsavia.

Nel 2020 ha pubblicato il suo primo libro, dedicato all'opera pianistica di Alfredo Casella.

Dal 2019 è membro dell'Associazione Nazionale Critici Musicali.

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