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Strutturare la rivoluzione

di Alessandro Tommasi - 2 Maggio 2023

Pochi progetti suonano più freschi, attuali e ben concepiti di Sonata for 7 Cities. Premiato dal Franco Buitoni Award con un contributo di 25.000 sterline, il progetto nasce dalla visione di uno degli artisti più interessanti del panorama italiano di oggi, il pianista brianzolo Filippo Gorini. Dopo la vittoria del Concorso Beethoven di Bonn nel 2015, a soli 20 anni, Gorini ha cominciato un’intensa carriera internazionale, riconosciuta dal Borletti-Buitoni Trust Award 2020 e dal Premio Abbiati nel 2022, e con importanti debutti negli ultimi mesi, come quello al Concertgebouw di Amsterdam e al Teatro San Carlo di Napoli.

Con Sonata for 7 Cities, Gorini dimostra di avere le idee ben chiare sul futuro della musica classica: sette città, sette residenze artistiche, sette commissioni, un gran numero di iniziative divulgative, filantropiche e di formazione per i giovani pianisti del luogo; un progetto che connette tutto il mondo, da Vienna a Vancouver, da Cape Town a Milano, e che sembra rispondere ad una delle domande oggi più impellenti: è possibile un altro sistema?

L’artista sempre con la valigia in mano è l’unico modello per chi vuole fare carriera? Nonostante l’usura cui il mercato sottopone gli artisti e a fronte della richiesta del pubblico di un rapporto più diretto e continuativo con chi si esibisce sul palco, non sono possibili vie alternative? E queste alternative, qualora ci fossero, sono davvero sostenibili per artisti, agenti e organizzatori?

Sonata for 7 Cities risponde a queste domande e apre nuove prospettive per il sistema musicale classico, prospettive in cui locale e internazionale, il viaggio e la residenza possono trovare un punto di incontro, promuovendo una sorta di politica dell’”artista diffuso” adattata alle esigenze di ogni realtà. Degli obbiettivi e delle sfide che questo progetto si pone ho avuto modo di parlare per oltre due ore con Filippo Gorini stesso, cercando di dare una presentazione il più possibile concreta e dettagliata della sua visione.

Buongiorno Filippo, intanto grazie per esserti prestato a questa conversazione. Saranno un paio di ore intense, ma spero che questa nostra conversazione possa permettere ai lettori più curiosi di carpire l’essenza del tuo progetto, che a mio avviso è niente meno che rivoluzionario.

Beh, intanto grazie per i complimenti e per l’occasione, che per me è veramente preziosa. Anche perché questo progetto è il frutto di riflessioni maturate in anni e anni, fin da quando ho cominciato ad avere un’attività concertistica sempre più forsennata.

L’intensità dei concerti era un problema?

Più che un essere problema, non colmavano una carenza: tutti questi viaggi, cosa mi insegnavano davvero dei territori in cui mi esibivo? Cosa mi restava e cosa lasciavo io a loro? Non mi fraintendere, ero grato ed entusiasta per le occasioni che mi venivano offerte, ma sentivo anche il bisogno di scoprire la cultura, le persone, le idee delle città in cui mi esibivo, per mio arricchimento personale ma soprattutto per poter capire come lasciare il segno. Così, negli anni ho cominciato a fare introduzioni all’ascolto, incontri con le scuole, masterclass e via discorrendo. Alla fine, ho iniziato a chiedermi: ma se mi fermassi più a lungo, cosa succederebbe? E così è nato Sonata 7 Cities.

Andiamo nel dettaglio. Come funziona questo progetto?

Sonata for 7 Cities consiste in sette residenze artistiche della durata di un mese l’una, in sette città diverse, nell’arco di un anno e mezzo. Si parte a Vienna e si finisce a Milano e in ogni città terrò un recital solistico, un concerto con l’orchestra del luogo, concerti e incontri con le scuole e le università, masterclass, concerti negli ospedali e nelle carceri, eventi nelle periferie e nei paesini, presentando al contempo sette brani che ho commissionato a sette compositori, da Gervasoni a Yukiko Watanabe.

Perché un mese? Trenta giorni sono veramente tanti per qualche concerto in scuole e ospedali.

Il punto è farne più di “qualche”. Guarda, facciamo il conto: un concerto con orchestra, un recital, con almeno cinque repliche in scuole e università e almeno quattro tra ospedali, cliniche e carceri, più altri quattro o cinque concerti nelle periferie o nei piccoli centri e le masterclass. E, ci tengo a sottolinearlo, i concerti nelle scuole, ospedali e in decentramento sono veri e propri recital, con lo stesso programma che porto nella grande stagione concertistica. Parliamo dunque di almeno 15-16 concerti al mese, è un peso non indifferente.

Perché portare un intero recital presso le scuole e le università? Gli studenti potrebbero semplicemente recarsi in sala da concerto quando fai il tuo regolare concerto.

Potrebbero, ma di fatto non lo fanno. C’è una differenza di forma e di sostanza nel fare un recital “per loro”, nella loro scuola, parlando ad un gruppo anche ristretto di studenti, senza costringerli ad impegnare il già pochissimo tempo libero. Mi ricordo quando ero studente io, se avevo un paio di ore al giorno era già un miracolo e impegnarle per chiudersi in una sala da concerto è qualcosa che io magari facevo, ma che non si può chiedere a chi non è già molto motivato. Visto che per molte scuole non è possibile avere delle rassegne interne, per quel mese mi occuperò io di portare concerti nelle varie scuole, con la speranza che i più interessati poi tornino a sentire il recital o il concerto con l’orchestra.

Parlando di scuole, in Sonata for 7 Cities includi anche delle masterclass. Come si struttureranno?

L’idea è di scegliere qualche giovane pianista, non più di cinque, e seguirli per un mese intero, dando loro l’opportunità di lavorare insieme su un brano anche per tre ore di fila e magari caratterizzando tematicamente questo mese insieme. Non sto parlando della classica masterclass da conservatorio, in cui vai, fai la tua ora e finisce lì, il mio riferimento è la mia insegnante, Maria Grazia Bellocchio, che non ha mai badato al tempo né ai soldi quando si trattava di insegnare. Similmente, voglio costruire un legame con i pianisti e offrire loro la mia esperienza. Si intende, senza nessun costo per loro.

Perché hai scelto di inserire anche le commissioni a sette compositori?

Per me la presenza della contemporanea nel repertorio è fondamentale. Se continuiamo solo a ripetere opere meravigliose del passato non rinnoviamo il nostro modo di ascoltare e ci neghiamo la possibilità di interagire con gli artisti del mondo di oggi. Se la contemporanea resta di nicchia, sarà molto difficile produrre opere che assicurino continuità nel futuro alla nostra arte.

E questo, lo sappiamo, è Filippo Gorini, alfiere della musica di oggi. Ma perché proprio in questo progetto?

Perché il progetto mira a mettere in discussione il ruolo di un pianista oggi, il suo pubblico, i luoghi della musica, il repertorio. E in questo ripensamento generale, per me è fondamentale porre la stessa domanda a sette compositori, chiedere loro cosa possa dare il pianoforte oggi e farlo tenendo presente che questa musica non verrà suonata solo per un circolo di intellettuali, ma per i pubblici più disparati. Chiaro, ci metterò anche del mio, introducendo e spiegando questo repertorio, ma credo che possa essere una buona occasione per gli ascoltatori, per uscire dagli stereotipi di cosa sia la musica classica.

Con tutte queste iniziative avresti già abbastanza da fare anche senza muoverti nei piccoli centri abitati e nelle periferie. Perché espandersi anche fuori dai confini cittadini?

L’ispirazione mi è venuta quando ero a Vancouver, che è una città popolosa con un territorio smisurato attorno. L’anno scorso mi è capitato di far precedere ad un concerto a Vancouver anche un concerto in un paesino che stava a oltre due ore e mezza di macchina dalla città. Sono rimasto sbalordito, erano talmente felici di avermi lì a suonare che al recital di Vancouver del giorno dopo una decina di persone ha preso la macchina e s’è fatta quelle cinque ore di andata e ritorno per venirmi a sentire di nuovo.

Anche nella residenza terresti sempre lo stesso programma, per questi eventi. Ma davvero lo stesso programma che presenti di fronte ad un pubblico di abbonati può andare bene per un carcere, un ospedale o una scuola?

Sì. Lo so che può lasciare sbigottiti, ma ho estrema fiducia nella musica che propongo. Non credo che una sonata di Schubert o una sonata contemporanea siano più adatte per un pubblico e meno per un altro. Credo piuttosto che debba cambiare il modo in cui questo repertorio viene presentato. E, ovviamente, in base al contesto cambia anche il modo in cui suoni. Ma è naturale, se ci pensi: se recito una poesia in una sala da 1000 posti o in una classe da liceo, che lo voglia o meno cambierò il modo di recitarla. Il contenuto resta identico, ma automaticamente modulerò diversamente il tono, i volumi, l’approccio.

E sei sicuro che tenere sempre lo stesso repertorio favorisca la replicabilità? Cioè, secondo te un ragazzo tornerebbe a sentire esattamente lo stesso concerto, ma in una sala da concerto anziché nell’aula magna scolastica?

Guarda, a costo di sbigottirti di nuovo, secondo me sì. Non solo perché, appunto, ogni concerto sarà diverso come format e interpretazione, ma anche perché è l’unico modo per garantire che, se qualcuno dovesse restare affascinato dal repertorio che propongo, possa riascoltarlo di nuovo in concerto subito dopo. Si sottovaluta molto questo tema del “riascoltare”. Non so te, ma a me è capitato tante volte di ascoltare per la prima volta un brano e coglierne solo una sagoma. È l’ascolto ripetuto che consente di addentrarsi nella musica.

Non hai tutti i torti, in effetti. Ogni tanto noi dell’ambiente tendiamo a chiuderci nel nostro mondo, un mondo fatto da decine se non centinaia di concerti e opere all’anno, per cui un brano particolarmente famoso rischiamo di sentirlo fino allo sfinimento. Ma per chi va concerto qualche volta all’anno, è facile che quel brano, che so, la Prima Ballata di Chopin, lo riascolti dal vivo solo uno o due anni dopo.

Esatto. Posso capire che per una stagione sia un problema presentare la stessa sonata di Beethoven mille volte, ma la ripetizione a volte aiuta, specie se ravvicinata. Credo che tu possa capirmi quando ti dico che mi è successo decine di volte di innamorarmi di un brano e ascoltarlo 200 volte in un mese. Come ha dimostrato l’esempio di Vancouver, se un concerto piace, le persone torneranno volentieri a risentirlo qualche giorno dopo. E se non piace, difficilmente tornerebbe cambiando il programma: lì il problema è il pianista, non la musica!

Hai parlato di introdurre al pubblico i tuoi programmi, ma questo esige che l’interprete sia bravo a parlare, magari non nella sua madrelingua, e sappia spiegare con efficacia, anche con l’ausilio di esempi musicali. Non tutti i musicisti sono anche bravi oratori. Questa componente oratoria è essenziale nel tuo progetto? D’altronde il mestiere del musicista è suonare, non parlare.

Sicuramente. Il fulcro dell’attività di un pianista è e rimane suonare. Però non si esaurisce lì e ogni artista potrebbe costruire un progetto di residenza diverso, strutturato intorno ai propri punti di forza. Io mi sono sempre sentito molto a mio agio a parlare in pubblico e quindi ho pensato di proporre questo format, che mi sembra sia molto ricercato dal pubblico oggi.

Perché, secondo te?

Per lo stesso motivo per cui se vai a vedere la Cappella Sistina ti emozioni, ma se hai una guida che te la spiega con passione frammento per frammento ti emozioni molto di più, ne cogli dettagli che avresti perso e quell’opera ti rimarrà più impressa nella memoria. Al momento, il pubblico viene spesso lasciato in balia di note di sala [quando queste non sono a pagamento, NdA] che fin troppo spesso hanno un linguaggio troppo tecnico o comunque freddo. E non ci si stupisce che il pubblico preferisca sentire l’interprete in persona che gli spiega per quale ragione questo brano l’abbia appassionato così tanto da dedicarvi mesi di studio e aver scelto di viaggiare dall’altro lato del mondo per farglielo sentire.

Concedimi un’altra provocazione: non hai paura che possa svilire la musica? Che presentarla in contesti non ideali o proprio non idonei ne sciupi il contenuto, perdendo quel che di ‘elitario’ che ancora oggi mantiene un suo fascino?

Guarda, se la musica che facciamo fosse così fragile da venire danneggiata solo perché la suoniamo in carcere o in ospedale, saremmo tutti persone misere e disperate. Dello status elitario della musica secondo me ce ne facciamo ben poco. Ovvio, come tutti i linguaggi di una certa finezza, più uno lo frequenta e lo coltiva, più lo apprezza. Questo vale per ogni forma d’arte. Ma il mio invito non è all’ignoranza, è all’incontro, alla ricerca, al prendersi il tempo per scoprire e approfondire questa musica, qualsiasi sia la tua condizione. Nella mia vita ci sono stati momenti in cui ero in difficoltà e in quei momenti la musica mi ha aiutato. Dunque è solo naturale pensare di portare questa musica a chi è in difficoltà oggi, condividere con loro l’opera incredibile di questi compositori che nella loro musica hanno riversato e sublimato le loro intere vite. Per me questo dovrebbe essere uno dei primi compiti dell’artista, non uno degli ultimi. E parlo con la consapevolezza di aver fatto troppo poco, finora.

Esistono già dei progetti così, però. Penso a Donatori di Musica, per citare forse il più famoso in Italia.

Assolutamente, tutto ciò che faccio esiste già! Non ho inventato nulla di nuovo: concerti in decentramento, concerti in carcere e in ospedale, lezioni concerto per le scuole, esiste già tutto e ci sono tante realtà che, silenziosamente, si rimboccano le mani e da anni si danno da fare. Ciò che di originale può esserci nel mio progetto, forse, è l’approccio sistematico a tutte queste iniziative, inserite coerentemente in una singola residenza artistica, così da creare anche l’occasione per me musicista di dedicarmi a questo compito, uscendo dai ritmi frenetici del concertismo.

Questo è un discorso interessante. Ormai siamo abituati che il musicista di successo è sempre in viaggio, forsennatamente impegnato ad inseguire le interminabili tournée, obbligato a farsi ogni anno il giro delle più importanti sale da concerto del mondo. Ma non è stato sempre così.

Certo, è una naturale conseguenza della facilità, velocità ed economicità degli spostamenti. Io in realtà non vedo in questi viaggi un male, anzi. L’adrenalina, la voglia di suonare, il desiderio di vedere posti lontani, persone diverse, fa tutto molto bene agli artisti. Quindi no, non credo che si debba smettere di viaggiare, ma credo che a perseguire solo questo modello ci si perda qualcosa. C’era un tempo in cui il musicista era inserito in una comunità. Componeva, suonava, dirigeva, insegnava tenendo uno stretto rapporto con questa comunità. È una dimensione da riscoprire e che può alternarsi ai lunghi tour in giro per il mondo. Sarebbe bello se, una volta all’anno, i grandi nomi del concertismo internazionale scegliessero di “attraversare” una città per un mese anziché per un giorno.

Vedo due problemi, qui: da un lato, puoi fare Sonata for 7 Cities solo perché sei “Filippo Gorini”, un nome affermato del concertismo internazionale, che quindi ha dalla sua una credibilità artistica per cui può imporre una residenza di questo spessore; dall’altro devi chiedere ad un artista di successo di fermarsi per un mese intero – e non per studiare e riposarsi, ma per uscire dalla residenza più stanco di prima.

Vero, ma per me è molto chiaro che se gli interpreti avessero la volontà di fermarsi, avrebbero anche il potere di farlo e di proporlo alle società concertistiche. Ovviamente ci sono dei costi, bisogna fare delle rinunce e bisogna adoperarsi per trovare fondi.

Perché?

Chiaramente, quando vado a suonare in un ospedale o in una scuola non chiedo un compenso. Va bene tutto, ma non ho intenzione di chiedere ad una scuola media di pagarmi il mio cachet, senza contare che ci sono altri costi da sostenere, tra cui il più evidente è portare il pianoforte dove non è già presente. Poi, come dicevo, le due colonne del progetto sono il recital e il concerto con orchestra. Rispetto ai mesi in cui fai 10 e più concerti pagati, è ovvio che riduci significativamente le tue entrate, pur considerando che a chi ti ospita per i concerti fai presente che con quel cachet non pagano solo un concerto ma un mese di iniziative sul loro territorio.

Giusto, però sono iniziative di cui non sai i risultati, che vedrai (se li vedrai) anni dopo. Alcune di queste iniziative potrebbero anche rivelarsi dei flop. Tu ti basi molto sulla tua esperienza a Vancouver, sicuramente un esempio felice, ma se andassi in un paesino della campagna lombarda, per dire, in cui non hanno nemmeno mezzo concerto all’anno, ci sarebbe un pubblico?

Difficile saperlo prima di andare, ma sì, può darsi che non venga quasi nessuno. Però penso anche questo: quando semini non sai già esattamente quanta frutta ti darà, però semini comunque. Se vai in un paesino che non ha una tradizione culturale consolidata magari vengono 15 persone, magari 50, ma non sai se di queste una o due si interessano, vanno a sentire altri concerti, si attivano per organizzare qualcosa e si mette in moto un processo. E poi considera anche questo: Sonata for 7 Cities non vuole cambiare il mondo, ma mettiamo che ogni anno una società concertistica organizzi tre residenze con tre diversi artisti ed ensemble. In ogni residenza si fa un concerto in questo paesino e questo progetto prosegue per cinque anni di fila. Allora ecco che si crea quella continuità che è l’unica cosa che può costruire una comunità di appassionati, molto più della logica del grande evento.

Cosa intendi per “logica del grande evento”?

Quando punti tutto solo sugli eventi con i nomi più prestigiosi, nel centro più popolato, con l’unico obbiettivo di avere il massimo pubblico possibile, senza curarti della salute del territorio circostante. Per me non è una meccanica che funziona, sul lungo tempo, non la vedo davvero sostenibile.

L’incisione per Alpha de L’Arte della Fuga, intorno alla quale Gorini ha costruito un progetto pluriennale e multidisciplinare.

Parlando di sostenibilità, quanto hai tenuto in considerazione quella ambientale quando hai progettato Sonata for 7 Cities?

Non è alla base del progetto, ma non mi sfugge che prendere l’aereo due volte anziché 16 abbia un impatto diverso. Mi sono sempre sentito molto ipocrita all’idea di firmare petizioni sull’ambiente, la mia impronta ecologica è decisamente superiore alla media nazionale.

Teniamo però in considerazione che a contribuire all’inquinamento non è tanto il viaggio degli artisti, nemmeno delle orchestre (che ovviamente ha un impatto) ma la mobilità del pubblico. Se ci pensi, muovi un pianista per un concerto cui assistono, per dire, 700 persone ma quel pubblico non è tutto del luogo, soprattutto durante i festival.

In effetti, a questo non avevo pensato ed è molto interessante. Mi conferma che portare i concerti alle persone, anziché farli venire da lontano, sia vantaggioso. Insomma, mi sembra che l’unica perdita concreta di questo progetto sia nei profitti, ma è una perdita che secondo me vale la pena. Se Sonata for 7 Cities potesse essere di ispirazione per progetti analoghi, credo mi commuoverei fino alle lacrime.

Non temi che possa diventare “il progetto di Filippo Gorini”, e che per gelosie o anche solo per evitare di copiarti, questa iniziativa non venga raccolta da tuoi colleghi?

Beh, ma molti artisti già hanno progetto simili, si tratta di metterli a sistema. Poi è ovvio che il progetto così concepito è specificatamente mio. Come dicevo prima, ogni progetto sarebbe costruito sul proprio profilo e ogni residenza potrebbe assumere caratteristiche molto diverse. Per dire, un altro artista potrebbe includere dei crossover con la musica pop, oppure proporre programmi ricercati, o un focus sulle compositrici della storia, o progetti multidisciplinari, insomma, ogni artista presenterà le sue dimensioni del fare arte, in un mese ha tutto il tempo di liberare la creatività. Dunque sì, il progetto così costruito è mio, ma spero possa far scaturire idee e riflessioni in organizzatori e artisti, per dare la propria risposta ad un’esigenza del nostro tempo.

La sfida sarebbe, nel caso, dare continuità al progetto. Molte belle idee si esauriscono al termine di un progetto, anche a causa di bandi pubblici e privati che alla ricerca dell’innovazione costringono ad un consumo di idee che non consente il radicamento. E invece serve tempo perché un progetto come Sonata for 7 Cities prenda davvero piede e cominci a mostrare i suoi effetti.

Certo, infatti per me è evidente che il progetto deve nascere da un fronte comune di artisti e organizzatori, per garantire una replicabilità pur trovando formule specifiche e sempre nuove in base all’artista. Se poi il progetto attecchisce e inizia a produrre risultati, sarà più facile mettere tutto a sistema.

Parlando di replicabilità, una volta terminato il progetto che fine farà il format?

Ovviamente non potrò fare per sempre tutte queste residenze, però l’idea è di partire “in grande” con questo progetto e poi tenere una o due residenze all’anno, anche di lunghezza variabile in base alla città in cui mi fermo.

Il sistema, però, si regge su dinamiche diverse. Per dire, un’agenzia sopravvive perché i suoi artisti fanno tanti concerti su cui l’agenzia prende una percentuale. Perdere un paio di mesi all’anno, cui si sommano i mesi di studio e riposo, non rischia di rendere la cosa insostenibile per gli agenti?

Eh, lo scopriremo! Ovviamente sette residenze così non sono sostenibili, ma infatti è un progetto una tantum. Però secondo me due residenze all’anno sono tranquillamente fattibili, soprattutto se si concentrano negli altri mesi alcune delle opportunità altrimenti perse. Chiaro che, come dicevo, da qualche parte c’è una perdita economica, ma questo non è un progetto fatto secondo le logiche del massimo profitto.

Un’altra sfida alla sostenibilità di Sonata for 7 Cities è il peso organizzativo. Non parlo solo del costo di un mese di vitto e alloggio per un artista, ma della complessità di organizzare tutti questi appuntamenti, per cui io organizzatore devo impegnare il mio personale (spesso sottodimensionato già adesso) per seguire eventi ogni uno o due giorni. Farlo per due o tre mesi all’anno non rischia di mettere eccessivamente sotto sforzo le società concertistiche?

Hai ragione, c’è uno sforzo produttivo maggiore a creare questa miriade di eventi diffusi, senza contare l’impegno necessario per costruire una rete di rapporti con scuole, università, ospedali, carceri e realtà di periferia. Ma è un investimento che negli anni ripaga, perché crea una società culturalmente più sana, ne sono convinto. In un’epoca in cui la musica è più diffusa che mai, i singoli individui perdono sempre più un rapporto attivo e attento nei confronti della pratica e dell’ascolto musicale. Se la scuola non si adopera in tal senso, allora devono essere le organizzazioni musicali a farlo, se vogliono garantirsi un futuro.

Per assorbire parte di questi costi, un aiuto importante viene dal Buitoni Award. Cercherai altri sponsor e contributi per sollevare te e gli organizzatori da ulteriori costi?

Sì, decisamente. Ogni contributo è il benvenuto, anche un supporto logistico, come darmi una stanza per un mese e così togliere quel costo dalla società concertistica, che può deviare quelle risorse su altri costi. Poi, ovviamente, tutti i contributi in denaro andranno a sostenere le spese di produzione, come portare e accordare pianoforti. Sono costi che, se il progetto diventasse un vero proprio sistema, potrebbero venire assorbiti dall’acquisto di pianoforti per scuole, carceri e ospedali, quando questi non si siano già dotati di strumenti per permettere questo genere di attività.

La prima residenza sarà a gennaio 2025, a Vienna, e tutto il progetto terminerà a metà 2026. Come ti immagini dopo Sonata for 7 Cities?

Stanco! (ride) Sarà un anno intensissimo, tra i sette mesi di residenze e i mesi in mezzo in cui cercherò di recuperare quanti più inviti possibile. Però mi immagino anche molto soddisfatto e soprattutto motivato. Dovrò prendermi qualche mese di riposo, ecco, anche per cominciare a studiare nuovo repertorio. So già che dopo questo progetto vorrò tornare a Bach e nei miei progetti c’è studiare tutto il secondo volume del Clavicembalo ben temperato. Più avanti di così, il futuro non lo so ancora prevedere!

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