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Provando e riprovando Adelaide di Borgogna

di Carlo Emilio Tortarolo - 20 Agosto 2023

“Vita non compro a prezzo / D’infamia e di viltà.” (atto II, scena XII)

Vi siete mai chiesti come avvengano le prove di preparazione di un’opera?
Di come si intreccino le vite delle persone coinvolte nell’allestimento di un’opera?

Il professionismo, ad esempio, impone di lavorare anche con chi magari, negli anni, ci siano stati screzi o amori interrotti e ormai sono lontani i tempi in cui un artista può imporre diktat sulla partecipazione di altri artisti. Ed ecco che quindi, due persone che fuori dalla sala prove non si scambierebbero neanche il più arido dei saluti, si trovano a dover ballare o amoreggiare come due giovani amanti. E devono essere anche credibili!

Se queste domande vi hanno incuriosito, allora la nuova produzione de l’ “Adelaide di Borgogna” a Pesaro fa per voi.

Il teatro racconta il teatro

Dopo la serata inaugurale con ‘Eduardo e Cristina’, c’era grande interesse per la seconda nuova produzione in programma alla 45° edizione del ROF, Rossini Opera Festival, sia per il debutto del regista Arnaud Bernard sia per il ritorno del direttore Francesco Lanzillotta.

Ma cosa accade sul palco? Il regista decide di mettere in scena la messa in scena stessa dell’Adelaide di Borgogna, accompagnandoci in un percorso in cui la vita dei protagonisti si sovrappone al filo drammaturgico dell’Adelaide stessa.

Il primo atto è dunque un brulicante susseguirsi di controscene che alzano il velo su cosa accada durante le prove di regia di un’opera, fra scene di tradimento (ovviamente fra tenore e soprano), ritardi e macchinisti in scena che creano e trasportano oggetti.

Si viene così a creare una seconda trama, sostanzialmente in forma muta, che va a riempire il vuoto laterale della messa in scena effettiva.

Il lavoro minuzioso del regista nei movimenti scenici e nelle intenzioni dei personaggi è puro meccanismo ad orologeria e ha il grande pregio di far trascorrere il tempo scenico, anche nei recitativi, con molta energia.

Una sola visione dello spettacolo, data anche la complessità dell’allestimento però solleva alcuni dubbi sull’effettiva resa di questa regia.

Il continuo utilizzo di inside joke o riferimenti strettamente musicali (il tenore che deve prendere la parte perché non ha ancora preparato uno dei recitativi, per dirne una) aliena leggermente il pubblico non strettamente dell’ambiente o che non ha mai vissuto situazioni del genere, sovraccaricando l’attenzione nel seguire il dipanarsi di entrambe le storie, appesantendo in alcuni punti la scena o discostando l’attenzione dai momenti clou.

Inoltre, l’opera, di per sé drammatica, viene filtrata da una continua resa tragicomica che, se sicuramente prossima al vero DNA di Rossini, forse la rende avulsa da quest’opera specifica.

Il secondo atto, sapientemente, scioglie questi meccanismi, riproducendo l’equivalente di una generale dello spettacolo stesso, con largo uso di costumi e fondali di estetica rimarchevole (un ammiccare ai puristi sul fatto che se si vuole si potrebbe fare anche così? In ogni caso complimenti alle scene di Alessandro Camera e ai costumi di Maria Carla Ricotti) e in cui il colpo di scena finale, che non sveleremo, appare leggermente prevedibile.

L’effetto finale è comunque quello di uno spettacolo complessivamente piacevole in cui rimane la sensazione di essersi persa qualche gag per strada perché concentrati sul lato sbagliato del palco.

Con un focus del pubblico così preponderante sul palco (e come si può notare anche dallo spazio che ha preso nella scrittura dell’articolo), la musica inevitabilmente è passata in terzo piano, nonostante l’ottima direzione di Francesco Lanzillotta alla testa dell’Orchestra Nazionale della Rai.

L’intera opera è fluita nel modo migliore e in cui il lavoro del direttore nei confronti delle esigenze dei cantanti ma nel rispetto della partitura, ha permesso al cast vocale, solisti e coro di potersi concentrare anche sul surplus di lavoro registico, senza però mai cedere alla tensione teatrale, ove necessaria.

Anche in quest’opera il focus canoro era sul triangolo di protagonista, al di là del nome dell’opera.

Olga Peretyatko (Adelaide), dipinge una prima donna vecchio stile in cui la possibilità di giocare sui cliché registici da soprano la aiutano nella caratterizzazione del personaggio. Sul lato canoro la prova è più che positiva, nonostante qualche vaghezza nel registro acuto.

Molto bene Varduji Abrahamyan (Ottone) cui giova il divenire motore della regia di Bernard e in cui le difficoltà della partitura vengono superate con scioltezza.

Pieni voti al risultato di René Barbera (Adalberto) sia vocalmente che scenicamente e a cui forse sarebbe stato più delicato lasciare libero campo registico sull’acuto finale della sua aria, liberandolo di controscene.

In un contesto in cui tutto il cast era sempre impegnato, in scena-scena o meno, la coppia formata da Riccardo Fassi (Berengario) ed Paola Leoci (Eunice) è stata estremamente valida, anche nelle arie di impegno, strappando applausi alla stregua dei protagonisti.

Congeniali le parti di Valery Makarov (Iroldo) e Antonio Mandrillo (Ernesto).

Bene il Coro del Teatro Ventidio Basso che si dimostra ben congeniale per la resa scenica.

Applausi convinti al di là di qualche mugugno più o meno spinto presto sopito.

La recensione si riferisce alla recita dell’13 Agosto

ADELAIDE DI BORGOGNA

Dramma per musica in due atti
Musica di Gioacchino Rossini

Ottone | Vardui Abrahamyan
Adelaide | Olga Peretyatko
Berengario | Riccardo Fassi
Adelberto | René Barbera
Eurice | Paola Leoci
Iroldo | Valery Makarov
Ernesto | Antonio Mandrillo

Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Direttore | Francesco Lanzillotta
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del Coro | Giovanni Farina

Regia | Arnaud Bernard
Scene | Alessandro Camera
Costumi | Maria Carla Ricotti
Luci | Fiammetta Baldisseri

Maestro al fortepiano | Michele D’Elia

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