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Le orchestre delle radio devono chiudere?

di Alessandro Tommasi - 21 Marzo 2023

Il 20 febbraio 2023 ha attirato l’attenzione internazionale la decisione dell’ORF (Österreichischer Rundfunk, la televisione di stato austriaca) di intraprendere pesanti tagli per risparmiare 300 milioni di euro su quattro anni. Tra questi tagli, figura anche la chiusura della Radio-Symphonieorchester (RSO), l’unica orchestra della radiotelevisione austriaca. L’equivalente italiano, per intenderci, sarebbe la chiusura della Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Due settimane dopo l’annuncio austriaco, il 7 marzo, la BBC ha annunciato la chiusura dei BBC Singers, il coro dell’emittente, oltre alla riduzione del 20% dell’organico di BBC Symphony, BBC Concert e BBC Philharmonic Orchestra e l’accorpamento delle strutture organizzative di BBC Symphony e BBC Concert. La motivazione prodotta, ovviamente, è sempre quella: non ci sono soldi.

Il taglio dell’ORF: un caso europeo.

L’Austria potrebbe dunque trovarsi presto sprovvista di un’orchestra radiofonica. Ma l’ORF Radio-Symphonieorchester non è solo l’orchestra dell’emittente austriaca. Protagonista di due diverse stagioni al Musikverein e al Konzerthaus di Vienna, dal 2007 anima la buca per le produzioni del Theater an der Wien, oltre a cimentarsi regolarmente nella musica da film e ad incidere colonne sonore. Mentre scrivo, la RSO è ospite della Philharmonie de Paris con Gabriela Montero al pianoforte e la direzione di Marin Alsop, che dell’orchestra è direttrice musicale, e l’orchestra è regolarmente invitata sui palchi di festival quali il Festival di Salisburgo e il Wien Modern. Tra i direttori solo di questa stagione troviamo Jakub Hruša, Elim Chan, Thomas Adès, Markus Poschner, Duncan Ward, Maxime Pascal, e vi risparmio l’elenco dei solisti. La presenza stabile all’abbadiano Wien Modern è naturale conseguenza dell’impegno profuso dalla RSO per la musica contemporanea, sempre ampiamente rappresentata nelle sue stagioni. A completare l’affresco, un’accademia orchestrale, diversi progetti didattici ben avviati e una florida associazione di Amici dell’Orchestra. Questo sintetico curriculum appartiene evidentemente ad un’orchestra in ottimo stato di salute, estremamente operosa e di richiamo internazionale, non certo ad una realtà di nicchia e che ha perso la sua funzione nel contesto della sua emittente. Eppure, l’ORF non sembra concordare.

Nel suo piano di tagli, ORF ha incluso la possibilità di cancellare completamente l’orchestra, nonostante questa incida per meno dell’1% sul bilancio complessivo dell’ente. La chiusura di una realtà così attiva in Austria, uno degli Stati che più di tutti hanno legato la propria identità culturale alla musica, è sintomo infatti di una crisi più generale, che è sicuramente economica ma anche culturale. Messa di fronte alle difficoltà economiche, all’aumento generale dei costi e ad una sostanziale riduzione delle risorse che prosegue dal 2007, l’ORF ha deciso di tagliare sulle spese ritenute fondamentalmente superflue o accessorie come, appunto, l’orchestra dell’emittente. Ma chiudere l’unica orchestra dell’ORF non sarebbe solo un enorme danno culturale per l’Austria, creerebbe un precedente molto pericoloso in tutta Europa. Non è un caso che tante realtà abbiano immediatamente preso posizione, dal Festival di Salisburgo all’Orchestre National de France, fino al messaggio arrivato oggi [le 20.03 del 20 marzo 2023, NdA] da parte dei Berliner Philharmoniker, che si esprimono molto marcatamente sulla necessità di preservare la RSO e il ruolo che si sono guadagnati in Austria e nel mondo. Tagli e riduzioni di budget non sono una novità negli ultimi anni, ma l’eliminazione di un’orchestra di tale portata nel silenzio generale lancerebbe un segnale molto chiaro e che si estende ben oltre i confini nazionali: chiudere le orchestre si può e in fin dei conti non importa a nessuno. Questo segnale, la Gran Bretagna sembra averlo perfettamente interpretato.

De-Coronation. La rinuncia inglese al trono della musica.

Che il Regno Unito dopo Brexit non stesse molto bene da un punto di vista artistico, lo si era capito dai maldestri tentativi dell’Arts Council di trasferire la English National Opera a Manchester, proposta rimodulata goffamente quando il consiglio è stato posto di fronte all’evidenza che trasferire l’intera ENO da una città all’altra non era cosa fattibile da gennaio ad aprile – e che forse andavano consultati in merito anche il Sindaco di Manchester, Opera North e le altre realtà già operative in città.  Il taglio operato dalla BBC si colloca in questo solco, ma supera ogni aspettativa.

I BBC Singer non sono solo il coro della radio, ma l’unico coro professionale e a tempo pieno d’Inghilterra (almeno, non legato ad un teatro). Come per l’ORF, anche in questo caso parliamo di una realtà di eccellenza, che si apprestava nel 2024 a festeggiare i 100 anni dalla sua fondazione. 100 anni in cui sul suo podio si sono dati il cambio Stravinskij, Schönberg, Klemperer, Elgar, Boulez, Enescu e von Karajan, con una lunga tradizione di impegno per la musica contemporanea. La cosa che rende ancora più incomprensibile la scelta della BBC è che i BBC Singers constano di appena 24 membri e la loro chiusura farebbe risparmiare all’emittente meno di un milione e mezzo di sterline: cifre contenute per un colosso come la BBC, che al contempo ne paga un milione e trecentomila per un solo suo commentatore sportivo. Al contempo, nelle linee guida per il futuro musicale dell’emittente si parla di creare ensemble agili e flessibili (un riferimento al taglio degli organici orchestrali, certo, ma rimane un mistero come un coro di 20 elementi e dall’ampio repertorio non conti come “ensemble agile e flessibile”) e soprattutto di un «imponente» programma di sviluppo corale per i nuovi talenti. Quale migliore modo per lavorare sui nuovi talenti che chiudere l’unica realtà professionale stabile e a tempo pieno?

Le reazioni della BBC alle proteste sono state scomposte e in alcuni casi al limite dell’assurdo, come quando – riporta Slippedisc – i quadri manageriali dell’emittente affermano che portare più freelance «alzerà gli standard delle orchestre». Considerando che in genere lo standard di un’orchestra sale quando l’organico lavora stabilmente e con regolarità, l’unica cosa ad alzarsi saranno i vertiginosi costi per gli aggiunti, se le orchestre non vorranno trovarsi confinate a fare sinfonie da camera tutto l’anno. La BBC definisce questa una strategia di tagli «audace, ambiziosa e buona per il settore e per il pubblico degli amanti della musica classica». Parole quanto mai vuote: a fronte dei tagli draconiani operati dall’emittente, non basta certo l’aumento delle risorse per la divulgazione musicale a compensare il bilancio per la musica in Inghilterra. Inghilterra che, dopo la questione ancora non risolta dell’English National Opera e il progressivo isolamento post-Brexit, sembra sempre più determinata ad abbandonare il ruolo di cuore pulsante nella vita artistica internazionale.

Ancora, una scelta in primo luogo culturale, prima che economica, di cui la crisi delle compagini radiotelevisive non è che un sintomo. Una crisi di cui ho ritenuto opportuno parlare con chi da ormai mezzo secolo ha dimestichezza con questo settore.

Uno Spini nel fianco.

Oggi Direttore artistico dell’Orchestra della Toscana, Daniele Spini è stato critico musicale, docente di storia della musica, Direttore artistico dell’Orchestra Haydn e, per l’appunto, Direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino dal 1999 al 2006, il secondo Direttore artistico dopo la fusione delle quattro orchestre RAI e la fondazione dell’OSNR nel 1993. Un posto in prima fila da cui poter osservare i problemi delle orchestre radiofoniche, che Daniele Spini affronta senza mezzi termini e andando subito al sodo.

«Le orchestre degli enti radiotelevisivi sono in crisi, ma non da oggi. Il loro sviluppo è avvenuto quando gli enti avevano bisogno di produrre la propria musica per alimentare le trasmissioni e in generale di orchestre ce n’erano gran poche. Prendendo come esempio l’Italia, la prima orchestra dell’EIAR è stata anche una delle prime orchestre sinfoniche del Paese». Oggi, anche se di lavoro da fare ce n’è molto, buona parte delle regioni è dotata di almeno una Istituzione Concertistico-Orchestrale e/o di una Fondazione Lirico-Sinfonica con relativa stagione orchestrale. Il sovraffollamento di compagini, dunque, parrebbe una prima motivazione della crisi in corso. I tagli alle compagini in Austria e in Inghilterra, forse non a caso, si concentrano soprattutto su realtà che fanno base a Vienna e Londra, città dalla vita culturale vivace e già ricche di orchestre. «Una città, un’area, non possono avere un’offerta eccedente rispetto al pubblico e alla realtà economica. I soldi hanno purtroppo le loro ragioni terribili e, in un bilancio in sofferenza, l’orchestra della radio rischia troppo spesso di essere un “di più”», un lusso che agli occhi di un dirigente deve sembrare tutto sommato tagliabile.

La spinosa questione, insomma, è questa: se un ente radiotelevisivo oggi non avesse un’orchestra, ne aprirebbe una? La risposta, evidentemente, è che no, non la aprirebbe. «Però dovrebbe», commenta Spini, «se volesse avere un ruolo nella cultura musicale di un Paese e non semplicemente appoggiarsi alle programmazioni altrui, per quanto auguste». Come capire però quale sia il ruolo di un’orchestra radiotelevisiva? «Me lo chiesi anche io, quando nel ’98 venni invitato come direttore artistico dell’OSNR. Mi sono dato due risposte. La prima è stata creare Rai Nuova Musica, per dare uno spazio serio e importante alla musica di oggi e costruire un archivio di cui c’era bisogno». Un bisogno cui, come abbiamo visto, l’ORF e la BBC soddisfano pienamente. «La seconda risposta», prosegue Spini, «è che oggi un’orchestra non può suonare solo per i microfoni, ha bisogno di una casa e di un pubblico. Dev’esserci nella sua realtà di riferimento il vero desiderio di tenere attiva questa realtà. Laddove queste condizioni sono soddisfatte, a prescindere dall’ente radiofonico l’orchestra ha assolutamente diritto di vivere. Tutto vive, finché serve e finché vale».

Finché serve e finché vale.

Se dovessimo valutare la situazione secondo i criteri presentati da Daniele Spini, le orchestre e i cori delle radiotelevisioni inglesi e austriache non dovrebbero chiudere. Il valore dei progetti, la rilevanza internazionale, la presenza di un pubblico affezionato, non lasciano grandi dubbi, i progetti meritano di vivere e avrebbero tutte le condizioni per farlo egregiamente. Ma la questione non è tanto il “finché vale”, quanto il “finché serve”. A cosa serve, oggi, un’orchestra sinfonica? A cosa serve, per un’emittente radiotelevisiva già in difficoltà «avere un ruolo nella cultura musicale di un paese»?

Il nocciolo della questione è a mio avviso questo: quella che viene è messa in stato d’accusa è la stessa ragione di esistere di una realtà culturale. Rifiutando l’aprioristico “perché sì” o “perché è bello”, alla musica e alla cultura in generale è chiesto sempre di più (a torto o a ragione, è argomento di altre riflessioni) di affrontare i problemi sociali, economici, ambientali, di salute, di farsi insomma mezzo per lo sviluppo delle nostre società, di trovare una nuova funzione in un nuovo mondo. Incapace di fare i grandi numeri dell’intrattenimento generalista, alla cultura viene posto questo bivio: trovare (e giustificare) il proprio posto nel mondo, oppure chiudere.

È per questo che i tagli di ORF e BBC non sono soltanto sintomo di una crisi economica e non basterà tener duro e stringere saldamente il timone in attesa di essere fuori dalla tempesta. La crisi identitaria di due Stati noti come baluardi della cultura tradisce l’aspetto del futuro prossimo che potrebbe assumere il nostro settore, a mio avviso perfettamente espresso da quelle confuse linee guida con cui la BCC vuole «rafforzare la finalità pubblica della musica classica», in un apparente decentramento che rischia di far avvizzire le piante che si proponeva solo di potare. Questa crisi non riguarda solo Austria e Inghilterra, riguarda tutta l’Europa. Se ORF e BBC possono chiudere le loro compagini, cosa impedirebbe alla Rai di fare lo stesso con la sua al prossimo giro di vite? E per estensione, cosa impedirebbe al Ministero della Cultura di chiudere un teatro o un orchestra che continuano ad accumulare debiti?

Passato un mese dall’annunciata chiusura dell’ORF Radio-Symphonieorchester, passate due settimane dai tagli della BBC al suo coro e alle sue orchestre, in Italia l’argomento è stato quasi completamente ignorato. Eppure, come hanno ben compreso tanti in Europa, sarebbe proprio questo il momento di serrare i ranghi e far sentire la propria voce, sfruttando quell’attenzione mediatica che nonostante tutto ancora si riesce a destare. Forse non si otterrà nulla, ma almeno potremo affermare che no, chiudere un’orchestra, chiudere un coro non è accettabile e che bisogna lottare perché queste realtà rimangano in vita e continuino a fare arte e cultura. A meno che, sotto sotto, non siamo noi i primi a non esserne convinti.

EDIT (28.03.23): In seguito alle critiche sollevatesi a livello internazionale, sia ORF sia BBC hanno deciso di sospendere la chiusura della Radio-Symphonieorchester e dei BBC Singers. Rimane la necessità di tagli e il futuro di queste due istituzioni non è ancora completamente garantito (soprattutto dalla BBC), ma le proteste, le petizioni e gli articoli sorti a livello nazionale e internazionale hanno dato un segnale che le emittenti non hanno potuto ignorare.

Alessandro Tommasi

Autore

Viaggiatore, organizzatore, giornalista e Pokémon Master, studia pianoforte a Bolzano, Padova e Roma e management culturale alla Rome Business School e alla Fondazione Fitzcarraldo. È Head of Artistic Administration della Gustav Mahler Jugendorchester e direttore artistico del Festival Cristofori e di Barco Teatro.

Nel 2021 è stato Host degli Chopin Talk al Concorso Chopin di Varsavia.

Nel 2020 ha pubblicato il suo primo libro, dedicato all'opera pianistica di Alfredo Casella.

Dal 2019 è membro dell'Associazione Nazionale Critici Musicali.

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