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Minaj dice sì a Trump

di Carlo Emilio Tortarolo - 2 Febbraio 2026

Quando la cultura smette di opporre resistenza

Dire sì, nel mondo della musica, non è mai un gesto neutro.

Non lo è quando riguarda un repertorio, una carriera, un’istituzione o una scelta di campo simbolica. E non lo è, a maggior ragione, quando riguarda il potere. Perché nella musica, come in ogni forma culturale, il sì non coincide semplicemente con un assenso individuale: diventa una presa di posizione pubblica, un atto che produce legittimazione, una forma di riconoscimento implicito e un segnale che circola ben oltre le intenzioni di chi lo pronuncia.

Negli ultimi mesi, il posizionamento pubblico di Nicki Minaj a favore del presidente Donald Trump ha attirato attenzione e reazioni contrastanti. Non tanto per l’atto in sé, quanto per ciò che rappresenta. Come ha ricostruito il Post in un recente articolo, Minaj era considerata fino al pre-Covid una figura culturalmente e simbolicamente più vicina all’area democratica, o quantomeno collocata dentro quell’orizzonte progressista che per lungo tempo ha costituito il campo gravitazionale dominante di gran parte dell’industria culturale statunitense.

Qui mi fermo brevemente a beneficio dei lettori di Quinte Parallele, che forse conoscono a memoria le date di nascita e morte di Bach, ma che possono legittimamente chiedersi chi sia Nicki Minaj e perché venga chiamata in causa dopo aver parlato, neppure una settimana fa, di Zubin Mehta.

Nicki Minaj non è una figura marginale del pop contemporaneo. È una delle artiste più influenti dell’hip hop globale dell’ultimo quindicennio, capace di costruire un immaginario potente, riconoscibile e trasversale, che ha inciso in modo profondo sul rapporto tra musica, identità femminile, cultura mainstream e rappresentazione del successo. La sua carriera si è sviluppata dentro un ecosistema storicamente vicino a posizioni progressiste, sia per composizione del pubblico sia per affinità simboliche, e per lungo tempo Minaj è stata percepita come parte integrante di quell’orizzonte.

Proprio per questo, il suo spostamento pubblico non può essere considerato neutro. Avviene dentro un immaginario che per anni è stato percepito come saldamente collocato altrove, e nasce dal suo nucleo più visibile e riconoscibile, anziché da una zona periferica o già ambigua.

Il punto su cui vale la pena soffermarsi non è il presunto “voltafaccia”, né la coerenza individuale di un’artista. Il punto è il movimento che si è palesato.

Quando una figura culturale con quella visibilità (ventisei milioni di follower su YouTube, per citare un solo dato), con quella storia simbolica e con quella biografia (nata a Trinidad e Tobago, arrivata negli Stati Uniti illegalmente insieme ai genitori quando aveva cinque anni) sceglie di sostenere in modo esplicito la campagna di Trump, ciò che conta non è tanto il contenuto della scelta. Conta il fatto che quella scelta oggi appare possibile, dicibile, socialmente sostenibile e forse persino conveniente. Cinque anni fa non lo era, o quantomeno comportava un costo molto più alto da pagare.

La cultura, soprattutto quella popolare e di massa, non si limita a riflettere la società, anticipandone spesso le soglie di accettabilità, segnalandone i cambiamenti latenti, rendendone visibili le torsioni e preparando il terreno simbolico su cui certi posizionamenti diventano praticabili

La cultura, soprattutto quella popolare e di massa, non si limita a riflettere la società, anticipandone spesso le soglie di accettabilità, segnalandone i cambiamenti latenti, rendendone visibili le torsioni e preparando il terreno simbolico su cui certi posizionamenti diventano praticabili. 

In questo senso, il sì di Minaj non va letto come un episodio isolato, ma come un indicatore di fase. Il punto decisivo riguarda il cambiamento di statuto del potere, che modifica il contesto entro cui la cultura prende posizione, rendendo possibili scelte che in precedenza apparivano marginali o costose.

Trump non è più soltanto l’eccezione rumorosa, il corpo estraneo o l’interregno da far passare alla svelta. È una figura che torna a presentarsi come centro possibile, come polo di attrazione legittimo e come riferimento stabile. E quando il potere appare stabile, o quantomeno vincente, la cultura tende ad avvicinarsi. Talvolta per convinzione, talvolta per adattamento, talvolta per sopravvivenza e talvolta per calcolo.

Non siamo davanti a un caso evidente di censura, né a una forma di intimidazione, né a una richiesta esplicita, né a un’imposizione diretta. C’è piuttosto una valutazione implicita: stare qui, oggi, su un determinato palco, parlando di determinati argomenti, non penalizza più e, anzi, in un contesto fortemente polarizzato, può rafforzare la propria posizione pubblica.

Ed è questo il passaggio cruciale. Quando il sì diventa un gesto normale, quasi amministrativo, privo di conseguenze simboliche percepite, e quando la cultura smette di considerare necessaria la distanza critica, allora smette anche di opporre resistenza.

Il potere, da sempre, cerca la cultura. La cerca soprattutto nei momenti in cui ha bisogno di essere normalizzato, reso familiare, reso accettabile e inserito dentro una cornice narrativa rassicurante. 

La cultura funziona allora come una camera di compensazione: attenua, rende abituale, abitua progressivamente, un po’ come nella metafora della rana bollita, spostando il discorso dal piano politico a quello identitario e producendo una forma di assuefazione emotiva.

In questo quadro, il sostegno di un’artista pop difficilmente serve a convincere l’elettore indeciso. 

Se così fosse, il supporto di Taylor Swift a Kamala Harris avrebbe probabilmente avuto un effetto ben diverso sulle ultime presidenziali. Serve invece a ridisegnare il perimetro del dicibile, a segnalare che non c’è più nulla di strano, di eccessivo, di incompatibile o di scandaloso tra quel potere e quell’immaginario.

La cultura smette così di fare attrito e diventa superficie di scorrimento.

Passando dalla fisica alla matematica, è utile chiarire che questo processo non è unidirezionale. Non c’è soltanto il potere che attrae la cultura. C’è anche una parte della cultura che cerca attivamente il potere, perché ne percepisce la forza, la centralità, la capacità di distribuire visibilità, protezione simbolica e riconoscimento.

Qui entra in gioco un fenomeno spesso sottovalutato: quello di chi sale sul carro del vincitore non per una convinzione politica profonda, ma per aspirazione personale. Talvolta anche solo per speranza di elevazione. Prossimità scambiata per statuto, accesso per autorevolezza, foto per ruolo e presenza per legittimazione.

Non si tratta, nemmeno in questo caso, di una questione di immoralità individuale. Si tratta di qualcosa di più strutturale: l’erosione del criterio critico. Non si giudica più ciò che si sostiene; si sostiene ciò che sembra garantire futuro, visibilità, centralità e protezione, arrivando a difendere con accanimento anche ciò che sarebbe difficile difendere sul piano argomentativo, diventando a volte più realisti del re.

Questo allineamento viene spesso giustificato, nei casi più onesti, come realismo e pragmatismo.
“Bisogna stare dove succedono le cose.”
“Il mondo è cambiato.”
“Restare fuori non serve a nulla.”
“Opporsi non produce effetti.”

Ma questo realismo ha un costo profondo: la rinuncia alla funzione critica della cultura

Quando il criterio diventa esclusivamente la convenienza simbolica, ciò che emerge non è pluralismo, ma mediocrità legittimata. Figure che parlano da posizioni elevate senza averle costruite, che sostituiscono l’analisi con l’adesione, il pensiero con la presenza e la complessità con la semplificazione.
Il paradosso è che queste figure non sono affatto centrali per il potere. Sono accessorie, intercambiabili e sostituibili. Utili finché funzionano come segnale, superflue quando smettono di esserlo ed eliminabili se diventano ingombranti. 

Il potere incassa prestigio simbolico; la cultura si accontenta dell’illusione di contare. Qui il confronto con i rari gesti di resistenza diventa inevitabile. 
Dire no, nella cultura, comporta ancora un costo, come abbiamo visto nell’episodio precedente di Diapason. Dire sì, invece, sempre meno, e quando il sì non comporta più un prezzo visibile, la responsabilità tende a dissolversi.

La responsabilità della cultura non sta nell’essere “contro” a prescindere. Dovrebbe stare nel mantenere uno spazio di attrito, una distanza che permetta di interrogare, problematizzare, distinguere e costruire senso. Quando quella distanza scompare, la cultura non viene sconfitta. 
Viene assorbita.

Questa racconta il gesto sempre più frequente di chi dice sì perché quel sì non pesa più.

La responsabilità della cultura non sta nell’essere “contro” a prescindere. Dovrebbe stare nel mantenere uno spazio di attrito, una distanza che permetta di interrogare, problematizzare, distinguere e costruire senso

La puntata precedente raccontava il gesto raro di chi dice no e accetta le conseguenze.

Il problema, in fondo, non è Nicki Minaj né le motivazioni personali che l’hanno portata a cambiare direzione. È il momento storico in cui quel sì diventa possibile senza scandalo, senza frizione, quasi senza prezzo.

Ed è in quel momento che la cultura smette di opporre resistenza.


Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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