Ultimo aggiornamento11 gennaio 2026, alle 23:49

La Prima della Scala vista dall’interno

di Carlo Emilio Tortarolo - 8 Dicembre 2025

Il rito, la città e lo sguardo di chi lo attraversa

C’è una soglia che si apre una sola volta l’anno, in un giorno ben specifico e iconico per una delle città più importanti d’Italia, e che ogni volta sembra chiedere alla città stessa, Milano, di guardarsi allo specchio.

Non è una soglia materiale, anche se la Scala pullula di soglie, gradini, foyers, porte che si aprono e si chiudono come sipari nascosti. È una soglia narrativa: un luogo di passaggio in cui Milano sospende il proprio ritmo industriale e aziendale, la propria corsa sovra e sotterranea, la propria identità di città che non si ferma mai e apparentemente non si stanca neppure, per assumere per qualche ora un ruolo diverso.

Un ruolo che nessun’altra città italiana, e ben poche al mondo, riescono a raggiungere con questa naturalezza. La Prima della Scala non inaugura soltanto una stagione operistica. Inaugura un modo di essere comunità.

La Prima della Scala non inaugura soltanto una stagione operistica. Inaugura un modo di essere comunità.

È un rito, a tutti gli effetti antropologico, che produce più significato di quello che consuma. Ogni volta che si accende, riorganizza gerarchie, rapporti di forza, aspettative, memorie e, inevitabilmente, narrazioni.

Nella puntata n.10 di Diapason avevamo ragionato sul peso dei riti operistici inaugurali italiani, sul loro essere più specchi che finestre o meglio, più strumenti per vedere sé stessi che per guardare oltre.

Ma questa volta la prospettiva è diversa (un invito ufficiale per la redazione di Quinte Parallele alla Primina del 4 dicembre e alla Prima del 7 dicembre, ndr), e, quando cambia il proprio punto di vista, è giusto chiedersi se qualcosa si sposti anche nel proprio giudizio. Se non si è più al margine esterno del rito, dove è facile giudicare e più difficile comprendere, e se si è questa volta all’interno del luogo in cui il rito si compone minuto per minuto, gesto per gesto, cosa cambierà?

E dentro, nell’universo della Prima della Scala, si percepisce subito che esistono due inaugurazioni. Due aperture. Due ‘prime’. La Prima ufficiale, quella del 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, saturata di decenni di rappresentazioni istituzionali, protocolli, emozioni codificate e dirette Rai. E poi c’è la Primina, la rappresentazione del 4 dicembre, che non è più soltanto una prova generale: è diventata un rito a sé, con un pubblico a sé, volutamente giovane, con un senso civico e culturale proprio.

Lorenzo Ottaviani, che ha vissuto la Primina dall’interno, ce lo racconta così:

“Io partirei dal parlare di come la Primina sia percepita come forma di pre-rito, una prova sociale. È interessante notare che il Teatro stesso definisca la Primina come ‘rappresentazione numero 1’ direttamente sulla locandina. Non una prova minore, non un evento parallelo: la numero uno. Questo ci dice molto del messaggio che la Scala vuole mandare. Sta dicendo: ‘vi vediamo, vi riconosciamo e vi mettiamo al centro.’ E lo fa anche con una politica di prezzi accessibili, che rende possibile a una generazione spesso esclusa di entrare in uno dei luoghi simbolo della musica cosiddetta colta.”

Questo ci dice molto del messaggio che la Scala vuole mandare. Sta dicendo: ‘vi vediamo, vi riconosciamo e vi mettiamo al centro.’

È un gesto che, per quanto sembri semplice, riorganizza profondamente l’identità e la mission del teatro. Perché ogni istituzione culturale vive (o muore) a seconda della capacità di generare pubblico.  E la Scala, anche nel 2025, ha scelto di raddoppiare il proprio rito inaugurale: uno dedicato alla città che verrà, uno dedicato alla città istituzionale.

Una differenza che si percepisce già nella piazza antistante il Teatro. Piazza della Scala, nelle sere della Prima, è un organismo multisensoriale, una scena urbana che respira al ritmo dei blindati, dei fotografi che si accalcano, dei curiosi che osservano da una distanza che non è solo fisica. È un luogo in cui l’identità della città si condensa come in un testo teatrale: forze dell’ordine che delimitano lo spazio, telecamere che lo amplificano, proteste immancabili che ricordano le fratture degli ultimi mesi e diverse forme di eleganza che ne rivendicano i fasti.

Camminare in quel perimetro significa percepire immediatamente che la Prima “accade” prima che la musica inizi. Eppure, mentre avanzavo verso l’ingresso, non riuscivo a non pensare al racconto di Lorenzo su quello stesso spazio appena tre giorni prima.

“È un altro tipo di pubblico, meno ritualizzato. Li vedi muoversi con curiosità, a volte con un po’ d’impaccio da ‘prima volta’, seguendo la massa o entrando dalla porta sbagliata… È significativo: è un pubblico nuovo, che non conosce ancora tutti i codici del teatro e che porta con sé una certa freschezza. E anche nel modo di vestirsi c’è un racconto: c’è chi sceglie l’abito elegante, chi arriva in modo più informale. E va bene così.”

Questa immagine è fondamentale. Perché la Scala, in questa doppia inaugurazione, mostra due volti che raramente convivono nella stessa narrazione: il volto dell’élite culturale, con tutto ciò che questo comporta in termini di capitale simbolico, e il volto di una comunità giovane, curiosa, disposta ad ascoltare senza aver ancora interiorizzato i codici del rito.

La Prima e la Primina come due camere anecoiche: una altamente protocollo, una altamente permeabile. Dentro, il foyer è il primo luogo in cui questa dualità si dissolve e riemerge sotto un’altra forma. Il foyer è sempre stato il luogo della rappresentazione sociale del teatro: un salotto ritualizzato in cui l’estetica si confonde con la politica, la postura con l’intenzione e la conversazione con il posizionamento sociale. Ma vederlo da dentro, in questa serata specifica, significa attraversare un territorio stratificato, superare per certi versi lo schermo televisivo, una membrana fra la realtà e il digitale, con tutto ciò che riguarda la geografia delle relazioni, delle appartenenze e delle assenze strategiche.

Il foyer è una stanza che ha memoria: ricorda chi c’è, chi c’era, chi dovrebbe esserci e soprattutto chi quell’anno non c’è. È il termometro più fedele di quanto la cultura conti ancora, o finga di contare, nel nostro sistema politico. Ed è proprio lì che si percepisce la peculiarità della Prima: non è solo un evento mondano, è un’assemblea simbolica.

La sala, invece, è il luogo in cui la tensione si trasforma in ascolto. Prima dell’inizio c’è quel brusio che non è davvero brusio, ma un insieme di microsegnali che preparano alla sospensione. Un rituale sottilissimo fatto di movimenti calibrati, aspettative, respiri trattenuti. Se è presente il Presidente della Repubblica (non in questo caso specifico), il suo ingresso è un punto di non ritorno: la cerimonia può cominciare, la città può ascoltare, l’opera può parlare. Negli altri casi, l’inno di Mameli sopperisce all’assenza della carica più alta dello Stato.

Una Lady Macbeth del distretto di Mtsensk non è solo un’opera: è un testo che porta con sé la memoria del potere, della censura, del rischio, del desiderio, della punizione. 

L’opera scelta per la Prima è comunque sempre una dichiarazione politica, anche quando non vuole esserlo. Nel caso di Šostakovič, poi, la dimensione politica è inscritta nel DNA stesso della partitura. Una Lady Macbeth del distretto di Mtsensk non è solo un’opera: è un testo che porta con sé la memoria del potere, della censura, del rischio, del desiderio, della punizione

Una scelta che non può essere neutrale, soprattutto in questo periodo storico e geopolitico. Ed è qui che il confronto con la Primina diventa prezioso. Perché mentre la Prima ufficiale tende a vivere la rappresentazione come un evento istituzionale prima che artistico, la Primina permette di osservare l’opera per ciò che è: un dispositivo teatrale complesso, un’immersione linguistica e sonora.

Lorenzo lo racconta così:

“La scenografia è stata l’elemento che ha riscosso il consenso più immediato. Anche per la sua espressività cinematografica. Lo si è visto negli stuntman del finale, nella struttura a flashback che regge tutta la rappresentazione. È come se la scena dialogasse con il linguaggio delle serie, dei film, dei thriller. Un modo intelligente per avvicinare un immaginario visivo contemporaneo a un’opera di non facile ascolto come la Lady Macbeth.”

È il punto perfetto per ricordare che le istituzioni culturali sopravvivono solo se riescono a parlare due lingue allo stesso tempo: quella della tradizione e quella del presente. E che questo dialogo è più necessario che mai ma che soprattutto non può essere solo di facciata.

L’intervallo è il momento in cui la Prima torna a mostrare il suo doppio volto. Nella Prima, l’intervallo è un teatro parallelo con personaggi reali: si stringono mani, si costruiscono reti, si consolidano equilibri, si brinda all’anno futuro e al passato. L’opera scompare per trenta minuti, sostituita dal gioco di specchi che caratterizza le grandi liturgie sociali. Ogni gesto diventa semiotico; ogni dialogo, dichiarazione. Fino quasi a dimenticarsi che l’opera stia per ripartire.

Nella Primina, invece, l’intervallo è un respiro: un momento di familiarità, di discussione spontanea, di scoperta. Ed è proprio qui che Lorenzo vede la funzione più profonda di questo rito alternativo:

“Al di là della ritualità, la Primina è utile perché è simbolo e sintomo. Simbolo di un teatro che si apre e si lascia scoprire; sintomo dell’urgenza di trovare e coltivare il pubblico del futuro. Un’urgenza che nel panorama italiano è sempre meno rinviabile.”

Il rientro in sala, nella Prima, ha qualcosa di sacrale. Finalmente la cerimonia scompare, e resta la musica. La seconda parte è quasi sempre il momento in cui il pubblico si concede davvero all’ascolto, libero dall’obbligo di farsi vedere o indebolito dalle bollicine.È allora che emerge la domanda più semplice e più feroce: quanto spazio ha ancora l’arte dentro i suoi stessi riti? Quanto la musica può sopravvivere ai protocolli?

La discesa delle scale, alla fine della recita, scioglie la tensione come un epilogo necessario. La città ricomincia (in appena mezz’ora) a parlare la sua lingua normale: quella del traffico, delle sirene lontane, delle conversazioni rapide. Non rimane praticamente traccia dell’inaugurazione e di quanto osservato appena 5 ore prima. Ma qualcosa resta sospeso nell’aria, come un’eco.

Ed è qui che torna la stessa identica domanda che chiudeva la puntata di Diapason sulle inaugurazioni, ma con un’intensità rinnovata, perché ora non la guardiamo da fuori, ma da dentro: che cosa inauguriamo davvero, quando inauguriamo una stagione? Un’immagine di noi? Un’idea di potere? O la possibilità che un teatro, ancora oggi, possa essere un luogo in cui una città o una comunità si interroga su sé stessa? E soprattutto: quanto tempo abbiamo, prima che i riti diventino solo un ricordo, se non impariamo a rimettere la cultura al centro della società?



Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

tutti gli articoli di Carlo Emilio Tortarolo