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Il Concerto per pianoforte e orchestra di Adès a Roma

di Valerio Sebastiani - 7 Febbraio 2022

Antonio Pappano e Kirill Gerstein propongono per la prima volta in Italia il Concerto per pianoforte e orchestra del compositore inglese Thomas Adès. Una serata incorniciata da due poemi sinfonici, L’apprenti sorcier di Paul DukasAlso sprach Zarathustra di Richard Strauss.

Talvolta le formule del passato, anche appena rielaborate, possono dare risultati clamorosi.

Questa asserzione potrà sembrare trita e banale, ma per chi scrive è fondamentale ricordare che, in sostanza, la storia delle musiche che ascoltiamo nelle sale da concerto è una storia di dialogo e di dialettica continui con il passato. Noi siamo costantemente dentro tradizioni di cui facciamo esperienza come qualcosa di vivo, che continua ancora a parlare e interpellare: passato e presente si sintetizzano, in un movimento di fusione continua tra diversi orizzonti.

Anche i rivoluzionari più incendiari e dinamitardi devono, giocoforza, relazionarsi con un passato per distillare un nuovo presente.

Ma oggi, che di avanguardie che pretendano di fare tabula rasa non è più il tempo (o per lo meno non occupano più, nella musica, lo stesso posto), ci entusiasmiamo spontaneamente per quei prodotti artistici che fanno dialogare i materiali del passato con grazia e inventiva, abbandonando le pose postmoderne del pastiche e dell’irriverenza, o dell’art pour l’art.

Posso affermare con sicurezza che questo sia il caso del Concerto per pianoforte e orchestra di Thomas Adès (inglese, classe 1971, tra i più significativi compositori della contemporaneità), eseguito in prima italiana, dopo cinque anni dalla sua premiere mondiale, nelle giornate del 3, 4 e 5 febbraio nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, con Sir Antonio Pappano sul podio e Kirill Gerstein al pianoforte.

L’occasione è certamente rara, e importante, ne è testimone il fatto che contemporaneamente sia stato eseguito dall’Orchestra Sinfonia Nazionale della Rai a Torino, con Michele Gamba direttore e Alessandro Taverna al pianoforte.

Fatto importante da segnalare: nemmeno due anni fa veniva eseguito, sempre a Torino, in prima assoluta, un altro Concerto per pianoforte e orchestra, del nostro Francesco Filidei, differente nella resa (i due compositori, pur della stessa generazione, partono da esperienze stilistiche completamente diverse), ma simile nei presupposti: la ricreazione progressiva della tradizione. Nemmeno due anni fa mi ritrovavo a scrivere sugli stessi temi.

Il Concerto, scritto appositamente per il pianista russo-statunitense, in forma classicamente tripartita, mantiene l’impostazione “drammaturgica” propria del concerto per solista orchestra. Anzi, ha proprio tutto quello che ci si aspetterebbe da un concerto per pianoforte: c’è il conflitto tra il personaggio-pianoforte e l’orchestra; c’è una cadenza; un movimento lento; c’è il virtuosismo pianistico.

C’è anche tutto il catalogo dei migliori riferimenti alla letteratura: da Beethoven a Rachmaninov, passando per Čajkovskij e Stravinskij; un insieme di suggestioni nelle quali trovano comodamente posto frizzanti suggestioni ritmiche che ormai vengono frequentemente paragonate a I got rythm di George Gershwin e a Prokofiev. Insomma ci sarebbe da perdere la testa per le vertigini.

Estetica da supermercato? Citazionismo irriverente postmodernista? Postromanticismo nostalgico? “Postvattelapesca”? Assolutamente no. I mondi sonori cui Adès fa riferimento nel suo Concerto sono integrati tutti perfettamente tra di loro con coerenza, originalità e pieno senso “narrativo”.

La cosa sbalorditiva è che, tra ammiccamenti tonali, e cupe sonorità da notturno, il tutto fluisce con spontaneità ed energia.

Gerstein stesso (che da dedicatario, ovviamente, non può che parlar bene della composizione), parlando di questo concerto, aveva avuto già l’occasione di notare come

“[Adès] riesca a stare perfettamente a suo agio nell’originalità, mantenendo un costante riferimento ai suoi predecessori, ma contemporaneamente senza risultare populista: tutto passa attraverso il prisma del suo stile”.

L’altra componente virtuosistica è sicuramente incarnata dall’orchestra, che durante la serata è riuscita a rendere con maestria il caleidoscopio musicale di Adès in colori trasparenti e ritmi sferzanti. Le arditezze timbriche date da alcuni impasti (come lo xilofono e l’ottavino combinati insieme che rimandano con felicità a Messiaen) sono sì audaci e impegnative per gli esecutori, ma la bravura degli orchestrali di Santa Cecilia è riuscita a trarne il meglio, facendoci comprendere come fossero ideate da Adès non solo per mero effetto.

Il compositore inglese, d’altra parte, ha sempre definito “perversi” i colleghi che scrivono musica quasi impossibile da eseguire. Ammette, tuttavia, di non riuscire “a resistere a ciò che sorprende”.

Questo Concerto riesce a esserlo in tutto e per tutto.

C’è chi ha scritto che il Concerto di Adès vada ridimensionato solo perché qualche capannello di nostalgici, durante l’intervallo, ha sciorinato qualche commento negativo. Lecito. Ma allora sentiamo tutte le campane, non solo quelle che suonano nella nostra città! La sera del concerto sono stati i molti giovani visibilmente entusiasti dalla performance di Gerstein (anche per la Berceuse da The Exterminating Angel, regalataci come bis), ma sinceramente colpiti ed elettrizzati dalla musica appena ascoltata. Quale fosse l’età media dei cosiddetti “perplessi” non ci è dato saperlo, ma un’idea ce l’avrei…

Non credo sia un caso, o peggio un architettato complotto (!), il fatto che questa composizione abbia avuto decine e decine di esecuzioni dopo la sua prima mondiale nel 2018, garantendogli un posto nel repertorio. Direi che, per una volta, possiamo essere felici se nel contesto della musica del presente riesce ad affermarsi un pezzo che sopravvive più della sua solita prima da “quota rosa della contemporanea”.

Qualche parola sul resto del programma, che abbracciava il pezzo di Adès, dialogando a distanza. Due poemi sinfonici piuttosto diversi l’uno dall’altro per stile, estetica e punti di riferimento: L’apprenti sorcier di Dukas e Also sprach Zarathustra di Richard Strauss. La prima, posta in apertura del concerto e divenuta mainstream anche grazie a Fantasia (1940) – anche se, va detto, che solo Santa Cecilia è stata eseguita, dal 1908, almeno 70 volte – è stata indirizzata da Pappano su tinte brillanti e spettacolari, tralasciando quegli aspetti più foschi e misteriosi propri del pezzo.

Ciononostante gli orchestrali di Santa Cecilia hanno confermato il grande livello che li ha sempre caratterizzati, soprattutto su composizioni del repertorio ottocentesco e tardo-romantiche. Anche Also sprach Zarathustra è stato riconsegnato in una veste letteralmente superba, con una grande attenzione ai dettagli, ma senza tralasciare quella veste spettacolare propria del pezzo.

Memorabili, in tal senso, il Tanzlied, la penultima sessione, con un Carlo Maria Parazzoli al violino straordinario protagonista nell’elegante e coinvolgente valzer e i. Canto del viandante notturno, l’ultima sezione, caratterizzata da una rarefazione sonora dove il tempo sembra congelarsi, difficilissima da gestire, in cui l’orchestra ha veramente dato il meglio di sé

L’unico rammarico, del tutto personale (che mestizia chiudere con una nota amara, ma il lettore può benissimo ignorarla), è di non aver avuto la possibilità di ascoltare, in questa cornice di poemi sinfonici, l’altro concerto per pianoforte e orchestra scritto dal compositore inglese, In Seven Days, un pezzo di literaturoper ispirato al libro della Genesi. Lavoro che avrebbe trovato una felice collocazione, all’interno di questo contesto.

Speriamo di ascoltarlo presto.

in foto di copertina Thomas Adès e Kirill Gerstein. 

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