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Drag, colori e Rossini: l’Italiana che parla al presente

di Carlo Emilio Tortarolo - 15 Agosto 2025

L’Italiana in Algeri sbarca al ROF con il trucco vistoso della modernità e la stoffa di Rossini

«Vedi per tutta Italia / rinascere gli esempi / d’ardir e di valor» (atto II, scena XI)

C’è un’Italiana in Algeri che quest’anno, a Pesaro, ha scelto di parlare al presente.
Non lo fa inseguendo l’originalità a tutti i costi, cifra spesso rischiosa, ma lavorando sull’energia di un testo già perfettamente congegnato, trovandogli nuove traiettorie e significati.
Rossini, con la sua precisione comica e il suo gusto per l’eccesso calibrato, la sua personale tempesta ordinata, offre terreno fertile a chiunque voglia misurarsi con il linguaggio teatrale di oggi; la regista Rosetta Cucchi accetta e vince questa sfida con una regia che mette il ritmo al centro e costruisce intorno a quel ritmo un universo scenico coerente.

L’inserimento delle drag queen, elemento che ha fatto parlare già prima del debutto, non è una provocazione accessoria, come potrebbe sembrare, ma un’espansione di un gioco teatrale che nell’opera è da sempre presente: il travestimento, lo scambio di ruoli, il ribaltamento delle gerarchie.
Così come Rossini si divertiva a moltiplicare gli scambi verbali e a incastrare i personaggi in situazioni assurde, la scena moltiplica i livelli di lettura, mescolando codici comici, citazioni pop e un’estetica visiva piena e satura.
Il lavoro del team creativo, Tiziano Santi alle scene, Claudia Pernigotti ai costumi, Nicolas Boni ai video e Daniele Naldi alle luci, è una macchina a orologeria che non smette mai di muoversi.
Ogni cambiamento di quadro, ogni entrata o uscita, ogni proiezione si integra in una sequenza ininterrotta, alimentando uno spettacolo che non perde mai di vista la partitura e la sostiene con rigore millimetrico.

Le scelte cromatiche spingono verso il brillante, senza paura di osare, illuminando costantemente il palco. Gli spazi scenici, pur carichi di elementi, sono organizzati in modo da permettere agli interpreti di muoversi liberamente, di creare gag fisiche e momenti d’insieme senza sacrificare la chiarezza.
Le proiezioni ampliano la narrazione e dialogano con i costumi, che diventano parte attiva del racconto. È un lavoro che richiede attenzione costante: le trovate si susseguono a un ritmo serrato, ma non tolgono respiro ai momenti in cui la musica chiede di rallentare e lasciare spazio alla voce.

Il cast vocale trova in questo ambiente scenico un alleato. La protagonista, Daniela Barcellona, porta in scena un’Isabella che è allo stesso tempo padrona di sé e flessibile nel gioco comico. La sua esperienza le consente di affrontare tempi e agilità con naturalezza, adattandosi alle variazioni di atmosfera senza mai perdere smalto. Il fraseggio è cesellato, l’emissione salda anche nei passaggi più complessi, e l’attorialità si integra senza attriti con la scrittura rossiniana.

Misha Kiria, nei panni di Taddeo, coniuga un materiale vocale opulento e proiettato con una mimica traboccante ma efficace, sempre al servizio della battuta. La sua presenza scenica è solida e il personaggio ne esce definito nei dettagli, con tempi comici impeccabili.

Giorgi Manoshvili costruisce un Mustafà dal profilo scenico convincente e dalla vocalità compatta: il suo è un buffo che conserva autorità, e proprio per questo funziona anche nei momenti più esagerati, mantenendo sempre il controllo del fraseggio.

Josh Lovell, Lindoro, è a suo agio nella recitazione e restituisce un personaggio credibile e partecipe; vocalmente porta a casa una prova con delle ombre, capace sì di momenti di grazia soprattutto nei cantabili ma, nel contesto esigente di Pesaro, affaticato nel registro superiore.

Gurgen Baveyan è un Haly centrato, preciso nell’aria e nella presenza scenica; Vittoriana De Amicis (Elvira) e Andrea Niño (Zulma) completano il quadro con puntualità, mantenendo viva la concentrazione anche nei brevi interventi, segno di un lavoro d’insieme che non trascura i ruoli secondari.

Se la regia e il cast vocale si muovono in un equilibrio ben calibrato, diverso è il discorso per la concertazione. Dmitry Korchak sceglie di privilegiare un suono fin troppo corposo e tempi mobili, ma per questo incerti, in cui il dialogo tra buca e palco non è saldo. Alcune scene d’insieme e i finali hanno mostrato scollamenti evidenti, inevitabili quando il gesto direttoriale non riesce a mantenere chiarezza di coordinamento. L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna resta comunque una formazione capace di garantire qualità timbrica e risposta immediata: archi fluidi, legni dal suono netto, ottoni controllati e ben integrati. Quando la direzione trova l’assetto giusto, il risultato è brillante e la precisione rossiniana emerge con nitidezza.

Quelli che invece sono di solito i punti deboli delle opere italiane, i recitativi secchi, sono pregevoli ceselli grazie al contributo, e il lavoro, al fortepiano di Giorgio D’Alonzo.

Il Coro del Teatro Ventidio Basso, preparato da Pasquale Veleno, si distingue per compattezza di suono e chiarezza di dizione. Anche nei momenti in cui la concertazione non offre un terreno del tutto stabile, il coro mantiene equilibrio e coerenza scenica, contribuendo in modo sostanziale alla riuscita dei grandi numeri d’assieme. Il lavoro di preparazione si sente nella sicurezza con cui affronta le entrate, così come nella naturalezza con cui si muove sulla scena integrandosi con l’azione drammatica.

Questa Italiana in Algeri non ha la pretesa di essere un’operazione di “rilettura radicale”, ma è costruita con la consapevolezza che un titolo così solido possa reggere un’intensificazione del linguaggio scenico. La macchina comica rossiniana è rispettata e potenziata: non si sottrae nulla, semmai si aggiunge un piano di lettura visivo e performativo che parla direttamente al pubblico di oggi, senza didascalismi. In sala, il coinvolgimento è palpabile: le risate arrivano nei punti giusti, i tempi comici reggono, e nei momenti più lirici si percepisce un’attenzione vigile e concentrata.

La sensazione che si porta via è quella di una serata viva, dove il teatro d’opera ha trovato una chiave per essere insieme festa e precisione artigianale. L’Italiana di Cucchi mostra che il buffo rossiniano può ancora essere attuale senza bisogno di tagliare ponti con la tradizione, e che l’attualità non è un’etichetta ma un equilibrio di ritmo, immagine e parola e in cui, quando l’opera buffa è costruita con intelligenza e cura, sa ancora conquistare platee di oggi con la stessa forza di due secoli fa.

ITALIANA IN ALGERI
Dramma giocoso in due atti di Gioachino Rossini
Libretto di Angelo Anelli
Edizione critica a cura della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi, Milano


Mustafà | Giorgi Manoshvili
Elvira | Vittoriana De Amicis
Zulma | Andrea Niño

Haly | Gurgen Baveyan
Lindoro | Josh Lovell
Isabella | Daniela Barcellona
Taddeo | Misha Kiria


Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Direttore | Dmitry Korchak
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del Coro | Pasquale Veleno
Regia | Rosetta Cucchi


Scene | Tiziano Santi
Costumi | Claudia Pernigotti
Video Designer | Nicolás Boni
Luci | Daniele Naldi

La recensione si riferisce alla recita del 14 Agosto

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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