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Dodici ore in compagnia di Rossini, cittadino del mondo

di Carlo Emilio Tortarolo - 17 Agosto 2025

Al ROF un Ferragosto cosmopolita tra giovani promesse e riferimenti del repertorio rossiniano

«Chi mai trova il dritto, il fondo / a cotesto mappamondo?»  (atto I, scena II)

Il giorno di Ferragosto a Pesaro, nel deserto di una città balneare che per una volta si concede un riposo, il Rossini Opera Festival ha voluto dare l’opportunità a tutti i melomani accorsi in città di una vera maratona transnazionale. In appena dodici ore Rossini è riuscito a trasformare la città in un mappamondo: al mattino un’Europa variopinta che si ritrova in un albergo improvvisato per Il viaggio a Reims, la sera una serie di cartoline da salotto con le Soirées musicales, e un contratto nuziale stipulato con le Americhe con La cambiale di matrimonio.

Per una volta, dimenticate valigie, passaporti e crisi internazionali, bastava affidarsi a un compositore che a diciott’anni già ironizzava sugli stereotipi nazionali e che, a trentatre, disegnava una geografia musicale che oggi sembra più attuale che mai.

Rossini come tour operator inconsapevole, capace di guidarci tra lingue, tic e culture con la leggerezza di chi non ha bisogno di slogan europeisti: gli basta una cadenza ben piazzata e un concertato travolgente.

Il rito inaugurale dei giovani dell’Accademia Rossiniana, come ogni anno, non è stato solo un saggio finale, ma un vero e proprio romanzo di formazione collettivo. Da quando Emilio Sagi nel 2001 ne firmò la produzione (e va detto che i cinque lustri questa produzione li sente tutti), Il viaggio a Reims è diventato il banco di prova per nuove generazioni: un’opera che per natura si presta a questo scopo, con la sua folla di personaggi, i caratteri grotteschi e le coloriture vocali pensate da Rossini proprio per moltiplicare le possibilità espressive. 

Ogni anno decine di ragazzi salgono sul palco con la stessa incoscienza dei personaggi rossiniani che rappresentano le nazioni europee radunate in un albergo. Alcuni di loro, col tempo, sono passati ai cast principali del Festival, e non è difficile riconoscere negli applausi di oggi i germogli delle star di domani. È un meccanismo virtuoso, quasi un reality musicale ante litteram, ma con spartiti invece di televoti e con un rigore che non concede scorciatoie.

La prima recita ha confermato questa regola: non si tratta, in questo contesto, di appuntare le singole sbavature, inevitabili e persino fisiologiche, quanto piuttosto di cogliere i talenti che già spiccano. 

La Corinna di Greta Doveri, più che a suo agio nel ruolo di musa, ha mostrato un controllo vocale e una sensibilità scenica notevoli. Valeria Gorbunova (Marchesa Melibea) si è distinta per un timbro personale e riconoscibile, mentre Aldo Sartori ha portato sul palco un Cavalier Belfiore di grande prestanza scenica, capace di riempire lo spazio anche nei momenti meno brillanti del libretto. Matteo Torcaso, nel ruolo del Barone di Trombonok, ha dimostrato una sicurezza che va ben oltre l’etichetta di giovane promessa, con una naturalezza gestuale e una capacità di proiezione vocale da professionista consumato. Maurizio Bove, nel ruolo di Don Alvaro, ha colpito per la compattezza del suono e la precisione tecnica. 

Tutti comunque hanno dato prova di impegno e vitalità, confermando che qui non si distribuiscono medaglie ma si coltivano prospettive e spetterà ad ognuno di loro, e alla sorte, costruirsi il futuro.

A meritare una menzione speciale è stato il direttore Alessandro Mazzocchetti, che ha guidato l’Orchestra Sinfonica Rossini con sorprendente maturità. Non solo precisione tecnica, ma anche un senso teatrale limpido, soprattutto nei concertati: chi lo ha visto dirigere non ha avuto l’impressione di un esordiente, ma di un musicista già pronto per titoli di cartellone. Nei passaggi più intricati, là dove la partitura sembra divertirsi a incastrare voci e strumenti in un gioco di specchi, Mazzocchetti ha mostrato un controllo assoluto, restituendo chiarezza anche nelle situazioni più complesse.  La sua concertazione ha avuto il merito di non coprire mai i cantanti, pur mantenendo un colore orchestrale vivido e variegato. 

Passata la canicola pomeridiana, rigorosamente di spiaggia o riposino, il viaggio continuava con le Soirées musicales, presentate nell’orchestrazione di Fabio Maestri che arricchisce questi piccoli gioielli pensati per il salotto, espandendoli in una veste sinfonica elegante; il rischio, però, è che dilatati in una cornice troppo ampia perdano un po’ di quella leggerezza e immediatezza che è la loro cifra più intima.

Così poi è stato: piacevoli quadri vocali affidati a Vittoriana De Amicis e Paolo Nevi, sostenuti da Andrea Niño e Gurgen Baveyan, hanno restituito la grazia della pagina rossiniana, ma l’insieme a tratti ha dato la sensazione di un mosaico senza collante, una successione di frammenti che non riusciva a diventare narrazione. 

Più che un viaggio organico, insomma, una serie di cartoline musicali: belle da guardare, ben colorate, ma che una volta riunite in un album rischiano di sembrare scollegate. Una curiosità intellettuale interessante, che tuttavia ha mostrato i propri limiti drammaturgici.

Il clima cambiava radicalmente con la Cambiale di matrimonio, eseguita nella fortunata regia di Laurence Dale già applaudita nel 2020.  Qui Rossini ha diciotto anni, eppure già la padronanza di un linguaggio teatrale universale. 

Lo spettacolo funziona perché non ha bisogno di attualizzazioni forzate: basta la partitura, qualche gag ben calibrata (a partire dall’orso canadese di Matteo Anselmi) e un cast capace di reggere il ritmo.  Il pubblico ride, sorride, si diverte (e che bello sentirglielo fare!): segno che l’ironia rossiniana, se trattata con intelligenza, può anche fare a meno di sottotitoli moderni.

Gran parte del merito va a Pietro Spagnoli, mattatore assoluto come Tobia Mill, capace di strappare applausi persino durante i recitativi, di solito il momento meno efficace di una farsa, qui trasformato in piccola scena comica. La sua capacità attoriale, la proiezione vocale e l’accompagnamento partecipe di Giulio Zappa hanno fatto il resto. 

Accanto a lui brillano i due giovani protagonisti: la Fannì di Paola Leoci e lo Slook di Mattia Olivieri. Entrambi convincono per freschezza, chiarezza vocale e naturalezza scenica, conquistano il pubblico senza esitazioni e confermano che quelle ancora considerate ‘nuove leve’ sono già dei professionisti rodati e trascinanti. Se Olivieri è già una voce conosciuta anche all’estero e una certezza in qualsiasi ruolo venga scritturato, per Leoci questo debutto speriamo diventi una ulteriore spinta decisiva per altre opportunità in Italia. 

Molto bene anche il Milfort di Jack Swanson, limitato più dalle pagine scritte per questo ruolo che dalle qualità personali, e le parti di contorno di Ramiro Maturana come Norton e Inés Lorans come Clarina: entrambi partecipi di un ensemble che respirava teatro in ogni gesto. 

Quando la scena funziona così coralmente, ogni interprete ne esce valorizzato, perché non è il singolo a brillare ma l’intero meccanismo che si accende.

E così, tra giovani promesse europee in partenza per Reims, cartoline da salotto e una farsa tutta ‘in Canadà’, Pesaro ha costruito davvero un giro del mondo in dodici ore. 

Quanto alla direzione di Christopher Franklin, l’uso della nuova edizione critica della Fondazione Rossini ha permesso di cesellare dettagli spesso trascurati: accenti, stacchi, piccole finezze che hanno dato corpo a una partitura giovanile ma già sorprendente. Nonostante qualche leggero disallineamento tra buca e palco, sempre recuperato con sicurezza, la sua concertazione si è rivelata precisa, teatrale e puntuale, sostenendo con equilibrio la leggerezza rossiniana e chiudendo la serata con applausi convinti e calorosi.

E così, tra giovani promesse europee in partenza per Reims, cartoline da salotto e una farsa tutta ‘in Canadà’, Pesaro ha costruito davvero un giro del mondo in dodici ore

Se ci fosse stato bisogno, Rossini si conferma autore meno ‘italiano’ di quanto ci piaccia credere: si divertiva già giovane a immaginare mercanti inglesi e contratti matrimoniali da operetta, e pochi anni dopo, organizzava summit di nazioni in musica. 

Per poi alla fine, permetterci di sentirci cittadini d’Europa, attraversare continenti con leggerezza e tornare a casa con un sorriso che non ha bisogno di traduzioni.

IL VIAGGIO A REIMS

Dramma giocoso in un atto di Gioachino Rossini

Libretto di Luigi Balochi

Edizione critica a cura della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi, Milano, 

Allievi dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”

Orchestra Sinfonica G. Rossini

Direttore | Alessandro Mazzocchetti

Regia ed elementi scenici | Emilio Sagi

Ripresa della regia | Matteo Anselmi

Costumi | Pepa Ojanguren

Luci | Fabio Rossi

SOIRÉES MUSICALE

Versione per voci e orchestra da camera a cura di Fabio Maestri

Interpreti | Vittoriana De Amicis, Andra Niño, Paolo Nevi, Gurgen Baveyan

LA CAMBIALE DI MATRIMONIO

Farsa comica di Gioachino Rossini

Libretto di Gaetano Rossi

Edizione critica a cura della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi, Milano, 

Tobia Mill | Pietro Spagnoli

Fannì | Paola Leoci

Edoardo Milfort | Jack Swanson

Slook | Mattia Olivieri

Norton | Ramiro Maturana

Clarina | Inés Lorans

Filarmonica Gioachino Rossini

Direttore | Christopher Franklin

Regia | Laurence Dale

Scene e costumi | Gary McCann

Luci | Ralph Kopp

La recensione si riferisce alla recite del 15 Agosto

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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