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Balázs Szokolay, il mutaforme

di Artin Bassiri Tabrizi - 2 Novembre 2021

Leggendo tra le pagine dei diari di Sviatoslav Richter in cui il celebre pianista accenna all’ambiente ungherese e, in particolare, a quello di Budapest, ci si può imbattere in queste righe:

“A Budapest, vi è sempre un flusso sterminato di visitatori che vengono a trovarmi nel mio camerino. […] Tra di questi vi è sempre un giovane insulso (pianista e figlio di un compositore) che – non c’è neanche bisogno di dirlo – mi innervosisce. Mi segue ovunque, anche al mio hotel e al ristorante. […] Mi ha dato una sua registrazione, che ho finalmente potuto ascoltare: mi ha lasciato assolutamente perplesso. Ero assolutamente estasiato dall’accuratezza tecnica e dal brio delle Tre Sonate di Scarlatti, per non dire nulla della bellezza delle stesse. La Fantasia (in Do Maggiore) di Haydn è stata una sorpresa incredibile: ho immediatamente deciso di includerla nel mio repertorio”.

Il pianista in questione è Balázs Szokolay, uno dei più misconosciuti del nostro tempo, che è, da due anni, affetto dalla malattia di Charcot e si trova dunque nella totale impossibilità di esibirsi.

Nato a Budapest in una famiglia di musicisti – il padre, Sándor Szokolay, è un noto compositore – studia inizialmente all’Accademia Ferenc Liszt, poi a Monaco e a Mosca. La peculiarità timbrica e tecnica di questa pianista sta racchiusa probabilmente nella diversità dei suoi didatti, tra cui spiccano Zoltán Kocsis (altro grande ungherese, troppo poco apprezzato), Yvonne Léfebure e György Kurtág.

Come interpretiamo la “perplessità” di Richter? Di certo, il pianismo di Szokolay non è adatto a tutti gli spiriti e il suo repertorio ne è da esempio. Szokolay è innanzitutto un antidivo: è il suo caro amico Bruno Monsaingeon ad averci raccontato del suo carattere schivo, dei suoi atteggiamenti che hanno delimitato una carriera al margine. Questo carattere umbratile, che assume anche – come dicevamo – una sfumatura ironica, emerge non solo dall’intonazione, dal suono stesso di Szokolay, ma anche dalla scelta del suo repertorio. Egli ha di fatto lavorato principalmente con la casa discografica Naxos con la quale ha inciso una serie di miscellanee (Romantic Piano Pieces) – che assumono, sotto uno sguardo contemporaneo, un carattere quasi kitsch – alcune Sonate di Scarlatti, una selezione del Mikrokosmos di Bartók, l’integrale dei Pezzi Lirici di Grieg, alcune Sonate di Clementi. Per Piano Classics ha poi inciso l’integrale dei Lieder Ohne Worte di Mendelssohn. Ne risulta una topografia musicale di autori minori, una disseminazione che rivela di un’estetica profondamente romantica – un’estetica del frammento. Il canale Youtube di Szokolay è ancora più bizzarro: come a completare il quadro, Szokolay ha caricato quasi duecentocinquanta video, in cui risaltano le incisioni di Debussy, Chopin, Mozart, Bach, Beethoven. Si tratta, per quasi tutte, di esecuzioni dal vivo – di una qualità e di un’ispirazione a tratti sconcertante, che, per l’appunto destano perplessità. Ma come mai di questo pianista si è parlato così poco?

Prendiamo, come esempio, la Sonata op. 58 n. 3 di Chopin. Szokolay è distante da qualsiasi esecuzione conosciuta. Si presti attenzione allo Sviluppo (I Movimento) pensato con una forza e un’urgenza inaudite, quasi come se egli si beffasse della densità armonica di questo passaggio. Si ha la costante impressione che Szokolay “contenga” la Sonata, che non gli sfugga mai dalle dita – come spesso accade invece, soprattutto per quanto riguarda l’Allegro Maestoso. I piani sonori, nettissimi, non lasciano spazio ad alcuna sdolcinatezza, il ritmo non è austero né tanto meno invadente. Come pianista, Szokolay non è alla ricerca di effetti “speciali”, egli si concede completamente, non gli è propria alcuna sprezzatura e non retrocede di fronte al rischio. Qual è l’esitazione che crea, in noi, questo pianista? Essenzialmente, il tocco, talvolta troppo “pesante”, troppo poco aggraziato. Di primo acchito, sembrerebbe che il pianoforte di Szokolay non sia accordato, tale è l’ombrosità con la quale canta il suo repertorio. Nel caso di Chopin, è uno Chopin selvaggio, di un lirismo epurato da ogni pathos ma che riflette una drammaticità difficilmente inquadrabile. Qui si gioca tutta la quidditas di Szokolay. Emblematico il Finale: Presto non tanto, che non cade nel tranello di trasformarsi in una canzoncina per infanti, né in un esercizio di astuzie biedermeier.

Certamente, è nelle 4 Ballate op. 10 di Brahms  che abbiamo l’esempio più autentico della sua capacità di mascherarsi, poiché questa sua abilità nell’impossessarsi dell’autore e nel lasciarsi al contempo attraversare dalla sua poetica, trova nelle Ballate un equilibrio particolare e finissimo. Né Richter, né Michelangeli, né Arrau, né Sokolov riescono in questa strana impresa. Solo l’esecuzione di Szokolay – anche questa registrata dal vivo, in occasione di un omaggio a Kurtág – ci consegna una visione compiuta, che fluidifica il passaggio da una Ballata all’altra ma che ne mantiene inalterata la relatività. È conseguenza di una coerenza tensiva e gestuale purissima, inaugurata dalla Prima Ballata, dal carattere esitante e bipolare, e viene sigillata dall’ultima, meditativa, di commiato. Il canto brahmsiano è mai stato così siderale? Ma Szokolay non lo proietta all’eternità, piuttosto da questa lo strappa, lo infanga, lo profana. Non c’è, anche qui, nessuna concessione all’ascoltatore, che non appena si riposa al termine di una frase, viene aggredito dal carattere strettamente contrastante che lo segue. La Seconda Ballata si spegne nel nulla cosmico – ma che solo negli ultimi istanti viene spalancato, poiché prima nulla poteva darne sentore. Ecco che, nella Terza, le prime ottave sono come degli spasmi viscerali, dei conati virulenti che Szokolay trasforma in matrici, dalle quali sgorga il “tema” e a partire dal quale si erge, di contraltare, la celestiale melodia in Fa# Maggiore.

Se leggiamo alcuni passaggi del meraviglioso testo di Ferenc Liszt – autore peraltro inciso, anch’esso, da Szokolay –, Des Bohémiens et de leur musique en Hongrie (1859), il compositore ungherese rileva di alcuni caratteri della musica tsigana che sono perfetti per descrivere il pianismo di Szokolay. Liszt parla, in effetti, del modo di essere dei boemi, incarnazione di assoluta indipendenza che esprimerebbero attraverso la loro arte. Si tratta di un “istinto audace”, che confonde le orecchie di chi non è avvezzo a questo tipo di musica:

“Per la maggior parte, i nostri musicisti, gente di mestiere e civile, inizialmente non comprende nulla di questo modo di immergerci improvvisamente in un fluido che all’istante ci gela o ci brucia […]”.

Ecco, forse, cos’aveva lasciato perplesso persino il grande Richter, questo istinto popolare e raffinatissimo, questo canto violento ma senza alcuno spargimento di sangue.

Questo carattere così indomito è percepibile in tutta la poetica di Szokolay, in ogni suo attacco. Fa ancora più dispiacere che non sia più capace di incantarci – a soli 60 anni appena compiuti. Ci auguriamo che si possa inaugurare un momento di riscoperta di questo grandissimo della tastiera – nonché dei suoi colleghi e maestri Zoltán Kocsis e Dezső Ránki, così simili e nonostante ciò così peculiari.

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