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2020 Anno Zero: Antonio Valentino e l’Unione Musicale

di Matteo Camogliano - 9 Febbraio 2021

Il 2020 ha portato innumerevoli cambiamenti nelle nostre vite, nelle nostre abitudini e nel mondo della musica. Non tutti sono stati necessariamente negativi, nonostante le difficoltà: molte istituzioni musicali hanno cambiato volto, si sono adattate per rispondere alla situazione e alcune di queste hanno rinnovato i propri vertici, riconfigurando il panorama artistico manageriale italiano. Per questo abbiamo scelto di incontrare i nuovi volti delle Sovrintendenze e delle Direzioni Artistiche e Generali di teatri, orchestre, istituzioni concertistiche, festival, e accademie italiane, per capire dove andrà la nostra musica nei prossimi giorni, nei prossimi mesi e nei prossimi anni, quali sono i progetti più a lungo termine e cosa possiamo imparare da questo periodo per risolvere problemi con cui conviviamo spesso da molto più tempo.
La nostra rubrica prosegue oggi con Antonio Valentino, fresco eletto al soglio torinese dell’Unione Musicale.

L’Unione Musicale di Torino è una delle Istituzioni più antiche e affermate della città sabauda, vantando una lunga tradizione di stagioni che hanno portato negli anni molti nomi importanti della musica classica ad esibirsi per la prima volta nel capoluogo piemontese. Musicisti di fama internazionale come Martha Argerich, Vladimir Ashkenazy, Sviatoslav Richter, Uto Ughi, Mischa Maisky, Friedrich Gulda, Krystian Zimerman e molti altri si sono avvicendati sul palco della splendida sala Verdi del Conservatorio, fin dal 1946, anno di fondazione della Società di Concerti. Dopo la lunga guida di Giorgio Pugliaro, lo scorso dicembre è stato nominato come nuovo direttore artistico Antonio Valentino, membro attivo dell’Unione Musicale, come pianista con il suo Trio Debussy, già ensemble residente dell’Istituzione torinese, e come divulgatore con particolare attenzione al pubblico più giovane.

Cosa si prova a diventare Direttore Artistico dell’Unione Musicale, essendo torinese di nascita e formazione e avendo fatto la trafila da uditore a interprete sul palcoscenico?

È sicuramente una grande emozione, l’Unione Musicale del resto è stata, come torinese e musicista, parte integrante della mia vita. Ricordo ancora da giovane le lunghe code al botteghino per accaparrarsi i pochi biglietti allora disponibili a prezzo scontato, a volte alzandosi nel cuor della notte per assicurarsi il posto migliore. Poi come diceva lei il passaggio dall’altra parte, sul palcoscenico, lo stesso calcato dai grandi del passato, che dunque suscita grande rispetto e senso di responsabilità. Infine questa chiamata per un ruolo così importante, che è stata motivo di grande orgoglio. Il mio primo grande ringraziamento va a Giorgio Pugliaro.

Qual è il lascito del Direttore uscente?

Giorgio è stato ed è tutt’ora un punto di riferimento per i colleghi della sua generazione e di quelle successive. È stato esempio di grande professionalità e competenza, inoltre ha insegnato a lungo Storia della Musica al Conservatorio di Torino, per cui mi unisce a lui un legame non solo professionale ma anche di solida amicizia. Tra i suoi meriti sicuramente quello di aver contribuito a rendere l’Unione Musicale la solida Istituzione che è oggi, continuando a invitare i grandi interpreti che si sono avvicendati sul palcoscenico e avendo il “fiuto” di lanciare talenti emergenti che poi si sono affermati e rivelati altrettanto grandi.

La domanda d’obbligo di questi tempi è sull’attuale situazione sanitaria e sulla conseguente crisi del mondo dello spettacolo dal vivo.

Ovviamente anche l’Unione Musicale ha dovuto ridimensionare le sue programmazioni e ricalibrare le stesse modalità di fruizione. Tuttavia le linee guida tracciate da Giorgio Pugliaro in questo senso sono state chiare ed efficaci, e su queste mi baserò per orientare l’immediato futuro dei nostri palinsesti, sperando chiaramente nel rabbonirsi dell’emergenza. Del resto alcuni progetti e modalità di contatto con il pubblico già iniziati in passato, a cui con l’incoraggiamento del Direttore mi sono dedicato io stesso, si sono rivelate molto ben adattabili all’attuale situazione.

Credo che faccia riferimento a format come Short Track, una serie di concerti di breve durata pensati per far avvicinare alla musica classica un pubblico più ampio.

Certamente, Short Track è stato un esperimento molto riuscito, che aveva dato i suoi frutti già prima dell’insorgere delle problematiche dell’ultimo anno. L’intenzione è proprio di coinvolgere il pubblico, rompendo quelle barriere di diffidenza che spesso intimidiscono chi vorrebbe avvicinarsi al mondo della classica ma non si sente all’altezza, o chi pensa di non poterne trarre alcun gradimento e vantaggio. In concreto ciò avveniva con guide all’ascolto e permetteva anche di far sedere gli spettatori sul palcoscenico, accanto ai musicisti, per aumentare questo senso di vicinanza e inclusione. Fortunatamente questa tipologia di concerto si è rivelata facilmente adattabile al nuovo contesto di fruizione online, infatti ci siamo attivati caricando una serie di video sul sito e sui canali social dell’Unione Musicale, proseguendo sulla linea di Short Track e cercando di stuzzicare la curiosità e invogliare all’approfondimento.

Nel futuro prossimo e sul lungo termine, qual è il destino di queste nuove modalità di streaming? È pensabile un ritorno immediato e totale alla sola modalità dal vivo?

La volontà di tutto il nostro staff, come si auspicano tutte le istituzioni dello spettacolo, è quella di tornare al più presto alle condizioni pregresse, ma alla luce anche delle ultime tendenze, è chiaro che non si possa prescindere nell’immediato futuro da queste nuove modalità di partecipazione da parte del pubblico. Non si tratta certo di una soluzione o di un esempio perpetrabile in maniera univoca, ma dev’essere semmai integrata in futuro con il ritorno alla fruizione dal vivo, per potenziarne anzi le possibilità. Credo che questa crisi dello spettacolo dal vivo, al di là della sua tragicità, sia in realtà l’occasione per sperimentare e innovarsi, cercando appunto di fare leva sui mezzi digitali per ricercare una maggiore e più efficace divulgazione che possa raggiungere anche un nuovo pubblico, oltre quello già affezionato. L’obbiettivo attuale deve essere l’inclusione, il tentativo di rendere appetibile il linguaggio musicale e dunque la nostra offerta anche a chi, per i tanto discussi deficit dell’istruzione musicale in Italia, non è in grado di recepirli, rendendo accessibili a tutti i capolavori della musica, già troppo a lungo misconosciuti dalle masse e relegati in quella sorta di “riserva indiana” che è il mondo degli intenditori e appassionati.

Il rischio che si corre per far leva sulle masse è forse quello di scendere a compromessi con una società e con lo stesso mondo musicale che ormai sono sempre più consumistici. Carlo Boccadoro, nel suo saggio Analfabeti Musicali, fa notare come con l’inarrestabile ascesa delle modalità di ascolto come Spotify o iTunes, l’ascoltatore medio sia ormai diventato incapace di prestare attenzione a brani più lunghi di una normale canzone, anzi “skippando” frequentemente tra una e l’altra. La musica pertanto, seppur onnipresente nelle nostre vite, viene sempre più spesso relegata al ruolo di semplice sottofondo ambientale. Ancor più quella classica, tollerata solo perché «non dà fastidio», privata del tutto della sua dignità e dell’attenzione che merita, la cui unica ragion d’essere diventa «paradossalmente, quella di non esserci», o la popolare e fuorviante idea secondo la quale aiuterebbe a rilassare i nervi o concentrarsi, come testimoniano centinaia di playlist dai titoli più improbabili. Come si può combattere questo analfabetismo e questa incapacità di concentrazione?

La realtà odierna è fortemente mutata rispetto anche solamente a una ventina d’anni fa. Come diceva lei, in un mondo che corre ed è diventato consumistico anche in ambito musicale, gli studi dei cognitivisti riportano che ormai la soglia di attenzione media di un individuo è al di sotto degli otto minuti. È altrettanto vero che non si può pensare di far presa su chi non conosce la musica classica ripartendo immediatamente con i grandi concerti e recital di due ore, insomma senza fare il minimo sforzo per avvicinare il diverso. A mio modo di vedere ribadisco come questo sia il tempo della formazione. Il mondo attuale ci dice che è fondamentale una forte componente drammaturgica e narrativa per coinvolgere le masse, come testimonia il crescente successo delle serie tv a discapito del cinema stesso. Se dunque si rende necessario seguire un approccio narrativo di fruizione ai concerti, credo che sia un compromesso accettabile per arrivare poi a un fine superiore che è la maggiore consapevolezza d’ascolto da parte del pubblico, e di conseguenza più gente a riempire le sale dei grandi concerti. In un primo tempo, tipologie di fruizione più brevi come Short Track, che prevedano anche una parte divulgativa per permettere di entrare dentro a ciò che si ascolta focalizzando l’attenzione, dunque più vicine alla sensibilità attuale del vasto pubblico, possono portare notevoli frutti, come sta già avvenendo. Questa è la missione che mi sono sempre prefisso nella realizzazione delle guide all’ascolto, così come nella carriera artistica di interprete e in quella di insegnante, dove cerco di trasmettere lo stesso spirito ai miei studenti.

La sua prima Stagione da Direttore Artistico sarà la prossima, 2021/22. Cosa vuol dire concretamente organizzare una stagione musicale?

Si parte da una linea editoriale e organizzativa ben precisa. Sicuramente nel nostro caso continueremo nel solco tracciato, a partire dalle due sale a nostra disposizione: quella del Conservatorio, dove da sempre si svolgono i grandi concerti di respiro internazionale, frequentata dal pubblico affezionato e più avvezzo all’ascolto di musica classica, e il Teatro Vittoria, ambiente più raccolto e “familiare”. Qui abbiamo intrapreso da alcuni anni un bel cammino che punta a farne una sorta di laboratorio musicale, volto proprio ad avvicinare il nuovo pubblico, quello più giovane e non abituato alla frequentazione di concerti. L’obbiettivo è poi che ci sia un travaso naturale tra le due sale, in modo che di fatto questa differenza nella tipologia di pubblico vada a annullarsi. Il Vittoria è stato usato infatti per progetti come Short Track e Camera delle Meraviglie, in cui si viene accompagnati all’ascolto di opere cameristiche anche poco eseguite, con un’introduzione che curavo io stesso, per un ascolto partecipato. Inoltre Camera delle Meraviglie vede la partecipazione in prima linea non solo di un pubblico giovane, ma anche di giovani interpreti, quasi tutti provenienti dal Conservatorio, con lo scopo non solo di introdurli nell’ambito lavorativo ma di renderli parte di un progetto, sempre con quella “missione” di tipo divulgativo, in modo che possano sentirsi protagonisti. Giovani che tra l’altro rappresentano una responsabilità importante in questo periodo, essendo come tutte le fasce d’età vittime anch’essi dell’attuale situazione.

Ricollegandomi alla sua riflessione sulla mancanza di concentrazione, sto cercando inoltre da un punto di vista programmatico di portare all’interno della Stagione un’attenzione al concetto di Tempo, che nella nostra contemporaneità viene spesso inteso come semplice scorrimento lineare e necessario di eventi, mentre vorrei dare in qualche modo rilievo anche alla sua dimensione estetica e musicale e al suo significato. Il tempo dell’ascolto, il suo modo differente di fluire, ha una sua unicità. Nel momento in cui si ascolta un’opera musicale si concretizza lo straordinario potenziale che ha quest’esperienza, che è sempre unica e non ritorna mai uguale a sé stessa, in grado anche di cambiare la vita. Non vado oltre perché ci sto ancora lavorando e non voglio svelare particolari.

L’anno appena concluso ha visto la fine dei festeggiamenti per il 250° anniversario della nascita di Beethoven, che ha occupato un posto di notevole importanza nei cartelloni cameristici e sinfonici di tutto il mondo nella stagione ancora in corso, nonostante gli ovvi tagli e riprogrammazioni. Michele dall’Ongaro, Direttore Artistico dell’Accademia di Santa Cecilia, ha recentemente dichiarato che anche nelle prossime stagioni sarà comunque impensabile prescindere da Beethoven e dagli altri grandi compositori in quanto pilastri della Storia della Musica.
Che ruolo potrà avere, accanto ai soliti noti, la musica contemporanea, che a detta del già citato Boccadoro non si può più ignorare all’interno delle stagioni e necessita di interpreti che si facciano «tramite indispensabile tra musica e pubblico», per aiutarlo a comprendere i cambiamenti in corso nel mondo della musica?

Io credo che non ci debbano essere “ghettizzazioni” tra generi musicali. È ovvio e importante che una stagione dei nostri giorni debba essere un giusto compromesso tra ciò che viene ritenuto classico e la musica contemporanea. Non credo invece nella separazione dei due generi o in una programmazione di concerti che proponga solamente un filone escludendo l’altro, perché il confronto e l’accostamento sono sempre molto proficui mentre non lo è un approccio monotematico, se si vuole coinvolgere il pubblico (e questo vale anche per la musica antica). Pure, la musica contemporanea non deve essere vista e vissuta come uno “spot”, una sorta di momento pubblicitario che prelude solamente alla parte classica del concerto, o una luce sporadica accesa e poi spenta. Tantomeno essere relegata al ristretto gruppo di addetti ai lavori. In questo senso è fondamentale che le esecuzioni di musica contemporanea non abbiano carattere occasionale, ma che piuttosto le stesse composizioni vengano riproposte evitando che rimangano solo prime (ed ultime) esecuzioni. Con il Trio Debussy ad esempio abbiamo sempre sostenuto la musica contemporanea e i compositori, specialmente i più giovani e promettenti, anche con diverse opere appositamente commissionate per il nostro ensemble, tenendo sempre a mente l’idea che l’unica distinzione di genere sia solo quella tra musica bella, dunque sempre degna di essere eseguita e conosciuta, e musica che non lo è.

Mi pare dunque di capire che la nuova carica di Direttore Artistico non andrà a inficiare la parallela attività concertistica di interprete, andando anzi a dare un valore aggiunto a quanto potrà apportare alla guida dell’Unione Musicale.

Certamente, la mia carriera artistica è un percorso di crescita continua da cui non posso prescindere, per cui ciò che continuo ad imparare come musicista va a concorrere con gli altri aspetti ed incarichi della vita musicale, come ovviamente anche il ruolo di insegnante, dal quale non si finisce di apprendere. Spero di poter mettere tutto ciò al servizio dei miei colleghi e del pubblico.

Matteo Camogliano

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