“E facciamo Jazz” con il Corno Francese
di Redazione - 7 Aprile 2026
QPArena è il primo spazio online pensato per dare ai professionisti della musica l’opportunità di esprimersi in prima persona: un intervento, sotto forma di lettera aperta, che permetta ad artisti di tutte le generazioni e le sensibilità di esprimersi e rivolgersi in prima persona al loro pubblico, che in questo caso è anche il nostro pubblico. Oggi possiamo contare sulle riflessioni di Giovanni Hoffer, musicista italiano attivo tra ambito classico, contemporaneo e jazz. Già membro dell’orchestra del Teatro alla Scala e per oltre vet’anni stabile presso il Teatro Comunale di Bologna, affianca all’attività orchestrale un percorso personale nell’improvvisazione. Considerato tra i principali interpreti del corno jazz in Europa, collabora con musicisti e festival internazionali, sviluppando una ricerca che unisce tradizione e sperimentazione. Ci parlerà del suo percorso artistico e del suo approccio moderno e contemporaneo a uno strumento tradizionalmente legato all’ambito classico, fino ad approdare al jazz.
Giovanni Hoffer
Trovo sempre grande stimolo quando mi chiedono del mio percorso professionale, o meglio artistico, legato ad una particolare visione ed utilizzo del mio strumento, il Corno Francese, forse uno degli strumenti musicale più versatili, capace di essere a proprio agio in ambito classico con la leggerezza degli archi, la liricità degli strumentini e la possenza degli ottoni e che attraversando le varie epoche musicali, gioca ruoli di prestigio dalla musica barocca al sinfonismo del 900.
Se a farlo poi è QP Arena, uno degli spazi più interessanti e ricco di contenuti che si possa trovare in rete, sono ancora più entusiasta. Serve a me per fare ordine tra i miei pensieri e progetti, alla mia direzione come musicista riflettendo su quello che è stato e quello che sarà. Spero sia di utilità a chi cerca strade nuove e personali senza tralasciare “l’accademia” (mi riferisco in particolare ai giovani musicisti).

Qualche cenno autobiografico al solo scopo di favorire il passaggio di informazioni rilevanti: ho sempre pensato che spesso siano gli strumenti a scegliere gli strumentisti. Così è stato per me, non conoscevo il corno ma per un caso fortuito conobbi il mio primo insegnante durante una vacanza estiva, a 1300 Km da casa, entrambi della stessa città, entrambi in vacanza nelle stesso paesino della Calabria, con gli appartamenti in affitto separati da una sola porta. Più che una coincidenza direi.
Non avevo grande interesse per quello strano strumento. Ero più attratto da strumenti moderni, la batteria, il basso, la chitarra elettrica, e non avevo nemmeno grande attrazione per la musica classica.
Nelle mie giovani vene scorreva volentieri il Blues ed il Rock and Roll di Elvis Presley, conosciuto attraverso i film che le reti nazionali durante l’estate proiettavano di continuo. Con diligenza ho seguito gli studi musicali fino al diploma al Conservatorio di Milano, dove all’epoca non si pensava minimamente che il Jazz potesse entrare di diritto in ambito accademico, anzi, ci si trovava di nascosto a sperimentare qualche Jam improvvisata. “Non suonare il Jazz che ti rovini l’impostazione!” era quello che spesso ci si sentiva dire dagli insegnanti. Con altrettanta diligenza ho perseguito il posto fisso in orchestra, studiando e partecipando a varie selezioni. E’ proprio quando ho raggiunto l’obbiettivo di una stabilità, forse più psicologica che economica a dire la verità, che ho iniziato da autodidatta ad avvicinarmi seriamente al Jazz.
Credo che la curiosità, la voglia di sperimentare, la voglia di rimettersi in gioco siano gli elementi che hanno maggiormente contribuito alla mia formazione e che ancora tengono viva la mia attrazione ed entusiasmo per la musica. Il Jazz è parte della mia vita, mi ha permesso di conoscere musicisti straordinari, un differente approccio mentale e una consapevolezza maggiore della musica. E’ stato un buon punto di partenza dover superare i preconcetti legati al mio strumento in ambito non classico, non avere molti riferimenti a cui ispirarsi ed affrontare difficoltà tecniche trovando soluzioni personali. Tutto questo mi ha dato la possibilità di capire che finché non ti metti in gioco non sai se una cosa è fattibile, se è possibile realizzarla e, a volte, i risultati superano le aspettative e ti possono sorprendere.
E’ stato un buon punto di partenza nel senso che conoscere l’armonia, conoscere le forme compositive, liberare la fantasia nell’improvvisazione mi hai poi permesso di esplorare molti altri ambiti: la musica contemporanea, ad esempio, dove è sempre più richiesto di improvvisare, la musica moderna intesa come grande contenitore Pop, la musica elettronica, che, dosata intelligentemente, offre possibilità creative infinite.
Ecco una cadenza improvvisata, come richiesto dal compositore, all’interno
del brano “Poseidon” di Hardy Mertens del 1995.
Mi chiedono spesso cosa mi ha spinto ad avvicinarmi al Jazz e più in generale alla conoscenza delle forme e dell’armonia. Credo si sia trattato di un processo naturale, di curiosità unita alle varie esperienze musicali della mia vita. L’approccio con l’armonia è avvenuto in giovane età. Chi, come me, è figlio degli anni ‘70, si ricorderà sicuramente di quelle meravigliose “pianole” in cui il suono era prodotto da ance dove l’aria veniva soffiata da un motore elettrico. Per la mano destra non più di 2 ottave e per la sinistra dei grossi tasti colorati che producevano bassi e bicordi tassativamente in Do maggiore. Così, assolutamente ad orecchio, ho imparato le prime melodie e sempre sperimentando ho capito come accompagnarle con le armonie (non esisteva ancora la Play Station!). Il passo successivo è stato quello di accompagnare le funzioni religiose dalle quali non potevo esimermi, e, per avere un po di libertà mi offersi di suonare l’organo della chiesa del paese. Era uno strumento fantastico, un glorioso Serassi, con il mantice a motore, due tastiere, i registri programmabili, la pedaliera per i bassi e un fantastico “tiratutti”.
Non essendo in grado di leggere tre pentagrammi contemporaneamente trovai un “mio” sistema: melodia alla destra, triadi alla sinistra e basso con i piedi, tutto sommato non distante da un sistema Jazz, anche se in forma più rudimentale. Appresi a leggere le sigle degli accordi per accompagnare la corale su quelle raccolte di testi di canzoni normalmente destinati alla chitarra, solo testo ed accordi. Abbandonata la chiesa, in una fase di ribellione adolescenziale, entrai in un gruppo Rock composto dai talenti musicali del mio paesino, veri talenti completamente a digiuno di qualsiasi nozione teorica ma con una grande passione e sensibilità per la musica. Fu così che mi avvicinai come tastierista alla musica di Jimi Hendrix, dei Doors, dei Rolling Stones e molti altri. In quell’occasione entrai a contatto con l’idea di forma. Non esisteva nessuno spartito, i brani si imparavano a memoria e per me fu una grande scuola. Suonare nei locali era molto diverso dal suonare al Conservatorio di Milano ma altrettanto soddisfacente ed entusiasmante, come due lati di una stessa medaglia.
Perché ho voluto raccontarvi tutto questo?
Perché credo fermamente che il Giovanni Hoffer di oggi sia la somma di tutte le esperienze del passato. Non rimpiango o rinnego nulla di ciò che ho vissuto ed ho imparato a cogliere e fare tesoro delle mie esperienze per arricchire il mio “vocabolario” musicale, siano esse di grande prestigio o semplicemente una Jam tra amici. Ho incontrato moltissimi musicisti di varie estrazioni ed da ognuno ho cercato di imparare qualcosa.
Ho incontrato moltissimi musicisti di varie estrazioni ed da ognuno ho cercato di imparare qualcosa.
Una delle esperienza che ancora mi piace rivivere è un concerto al Teatro Auditorium Manzoni di Bologna dove, per una serie fortuita di eventi, ho potuto godere di un brano di Jimi Hendrix accompagnato dalla fantastica Brass Band del Teatro Comunale di Bologna. L’arrangiatore, Massimo Morganti, mi chiese se volevo “Interpretare” il ruolo di Jimi con il corno ed io ho accettato con molto entusiasmo. Ho suonato la parte vocale con il suono pulito e la parte di chitarra con il distorsore. Per me era un sogno che si avverava, suonare nel “mio” Teatro, accompagnato dai miei colleghi, davanti a 1200 spettatori un brano di uno dei miei idoli con il Corno distorto era qualcosa che andava al di là delle mie aspettative.
Ora sono principalmente un docente e quando gli alunni mi dicono “io non so improvvisare” chiedo sempre di parlarmi di loro, dei loro gusti, della loro famiglia, poi li interrompo e chiedo: “stavi leggendo o hai improvvisato un discorso?”
Credo questo sia l’approccio migliore. Improvvisare è a tutti gli effetti una forma compositiva estemporanea in cui si mettono in ordine dei concetti rispettando una grammatica che può variare a seconda dei contesti. Normalmente non so cosa suonerò e poi non mi ricordo cosa ho suonato se non a grandi linee, come quando facciamo un discorso e ci ricordiamo i concetti ma non esattamente tutte le parole. Credo non ci sia molta differenza fra una tela bianca ed il silenzio davanti a noi. Immagino le forme in relazione al ritmo e i colori in relazione alla scelta delle note. Per utilizzare una scala, ad esempio, invece di un’altra, come scelta consapevole, bisogna conoscere cosa produrrà in termini estetici o emotivi. Questo è possibile solo praticando, sperimentando e facendo proprie le varie tecniche. Penso che la musica sia una e una sola e spesso porto elementi classici nell’improvvisazione così come elementi del Jazz nella Classica. Qualche esempio:
- la cura del suono, dell’intonazione e una certa liricità se riportati in ambito Jazz possono solo arricchire il linguaggio;
- il concetto di Interplay o un beat ferreo, trascinante, possono migliorare le esecuzioni classiche;
- conoscere l’armonia mi ha dato grandi vantaggi interpretando brani classici, sapere che “ruolo” ha la nota che sto suonando offre spunti interpretativi concreti;
- Una certa flessibilità del tempo in ambito Jazz può rendere una Ballad più emotivamente coinvolgente.
Riguardo al futuro non ho progetti ma desideri. Vorrei non smettere di imparare ed entrare in connessione con più forme di espressione artistica possibili: la danza ad esempio, con cui la musica ha una forte connessione, le arti figurative e qualsiasi altra espressione che possa portarmi ad una crescita personale.
Vi lascio con un ultimo link di uno dei progetti più interessanti a cui ho mai partecipato. Si tratta di un quintetto di ottoni “sbagliato”, con un Sax Alto (Cristiano Arcelli, che è anche l’arrangiatore dei brani) in sostituzione della seconda tromba: il KORO ALMOST BRASS, formato da musicisti ben noti nel panorama jazzistico italiano che, come me, hanno una formazione classica, consente di spaziare da sonorità cameristiche a sonorità ispirate alla Big Band, con ampi spazi per l’improvvisazione.
Buon ascolto