Requiem senza folla: Rocco Filippini

Il nostro ultimo saluto al Maestro Filippini, il gentiluomo del violoncello

 

Un requiem senza folla, il profondo lutto improvviso che ha coinvolto il mondo della musica con la triste scomparsa del prestigioso violoncellista Rocco Filippini, un altro posto vuoto lasciatoci dal Covid.

Eloquente esponente tra i musicisti che hanno saputo far parlare di sé, ha fatto notare la sua figura di abile strumentista, calcando negli anni palcoscenici tra i più importanti non solo in Europa, ma anche oltreoceano, regalandoci memorabili esecuzioni.

Quando pensiamo alle interpretazioni di Rocco Filippini percepiamo il sapore squisitamente lirico delle sue linee melodiche, incastrato sapientemente nel suo attento rigore tecnico ed esecutivo. Il profondo vibrato, la ricerca cristallina della precisione esecutiva, quel suo scavare tra le note dello spartito sembrano quasi cozzare con il suo minimalismo posturale. Ed è proprio questo uno dei tratti distintivi che rimarrà impresso nel suo ricordo. L’essenzialità del suo approccio fisico con lo strumento sembra quasi permettergli di canalizzare tutta la sua energia esecutiva, senza sprecare neanche un movimento.

Questo suo punto di forza gli ha permesso un’incredibile facilità di fluttuazione nel repertorio, consentendogli di approcciarsi con maestria a pagine appartenenti ad una forbice temporale altamente estesa, che senza dubbio richiede all’esecutore una grande competenza musicale, ricchezza di suono e molteplicità di approcci con lo strumento. Il timbro che caratterizza le sue esecuzioni è così vicino a quello della voce umana, così ricco di inflessioni, fraseggi e sfumature, senza lasciare mai niente al caso, eviscerando tutto quello che c’è da sapere dietro ogni nota, dietro ogni colpo d’arco, dando un’importanza quasi maniacale ad ogni dito della mano e movimento, rendendo se stesso un instancabile ricercatore di qualsiasi elemento coinvolto nel processo musicale. In un’intervista raccontò dell’importanza degli insegnamenti che ebbe la fortuna di ricevere, ricordando della forza didattica di Navarra, dell’unicità di Cassadò, dell’immenso fascino di Fournier, della musicalità maniacale di Tortellier, ma sopratutto del Maestro che a suo parere è stato fondamentale nella sua crescita, Corrado Romano, violinista, che gli ha permesso di approcciarsi al violoncello in modo più naturale e dal quale, come afferma lui stesso, ha potuto “rubare” la tecnica violinistica e trasferirla sul violoncello.

Personalità poliedricamente attiva, amici e colleghi musicisti raccontano che Rocco Filippini durante i suoi viaggi tra una tournée e l’altra, portava sempre con se un piccolo tallone d’arco, che gli permetteva di esercitarsi anche in macchina o in treno, creando anche senza lo strumento la sua manualità d’arco che tanto lo ha contraddistinto. Inoltre il Maestro, alla continua ricerca di soluzioni sonore sempre più accattivanti, aveva progettato un puntale molto particolare, poggiato su una sorta di piramide piatta di legno che permettava una proiezione del suono ancora più marcata oltre ad ampliare l’effetto di risonanza del violoncello, usando un puntale curvo.

In un viaggio che parte dal Barocco e arriva ai nostri giorni, la sua discografia comprende grandi capolavori, e rimangono oggi una ricca testimonianza del suo formidabile talento, come la sua magistrale esecuzione delle Suites di Bach, incise per la Dynamic e in seguito per Fonè.

Violoncello amore e passione sono stati un connubio indissolubile nella sua vita. Chi ha avuto il privilegio di averlo come insegnante o compagno cameristico lo ricorda con profondo affetto, tessendo le lodi di un violoncellista ma soprattutto un uomo amabile, estremamente colto, elegante e con una capacità di grande genitorialità nel suo ruolo di maestro del violoncello. La sua personalità di capace provocatore intellettuale, lo portava spesso a giocare sull’aneddoto che riguardava i suoi inizi nello studio del violoncello: nonostante avesse dimostrato le sue indubbie doti violoncellistiche già in tenera età, gli piaceva ricordare che in realtà avesse iniziato a “studiare” solo dopo il suo diploma, facendo nascere l’equivoco che si fosse invece approcciato allo strumento in età adulta, rendendosi cosi artefice della mole di violoncellisti che, seguendo il suo presunto esempio, hanno intrapreso lo studio dello strumento in età non più giovanissima.

Il suo essere certosino e abile ricercatore lo ha portato non solo a fare un profondo lavoro tecnico e interpretativo su se stesso, ma di incamerare una grande conoscenza dello strumento, tali da permettergli di poter regalare al singolo allievo, una chiave di lettura e soluzione personalizzata ad ogni problema tecnico, offrendo  al contempo mezzi di espressione sempre più risolutivi.

Nato in una famiglia di grandi artisti, cresciuto sulle note al pianoforte della mamma, fin da bambino entrò nel mondo della musica con grande naturalezza, diplomandosi giovanissimo. Determinante nella sua vita fu l’incontro con il suo Maestro Pierre Fournier che assunse la sua guida musicale insieme al Maestro Franz Walter del Conservatorio di Ginevra, dove si diplomò giovanissimo all’età di soli diciassette anni, ottenendo il Prix de Virtuosité, che non veniva assegnato da ben trentasei anni.

Dopo aver vinto il Concorso Internazionale di Ginevra nel 1964, la carriera di Rocco Filippini decollò, e lo portò ad esibirsi in centinaia di concerti nei principali centri musicali del mondo: Royal Albert Hall di Londra, Konzerthaus di Vienna, La Scala di Milano, Concertgebouw di Amsterdam, Lincoln Center di New York, Opera House di Sydney e molte altre ancora.

Numerosi sono i concerti che lo vedono solista, ricordiamo la sua brillante esecuzione del Concerto per violoncello e orchestra di Édouard Lalo, ma sicuramente la sua figura rimane strettamente legata alla musica cameristica, che gli ha permesso largamente di ampliare il suo ventaglio interpretativo, aggiungendo raffinatezze sonore alle sue già ricche capacità. Numerose sono state le sue collaborazioni musicali con artisti di grande calibro come Maurizio Pollini, Michele Campanella, e Angelo Stefanato, e memorabili sono le esecuzioni con Bruno Canino e Cesare Ferraresi, con i quali fondò il Trio di Milano nel 1968.

Con altri illustri nomi del panorama musicale come Salvatore Accardo, Bruno Giuranna, e Franco Petracchi, fondò il celebre Quartetto Accardo, con il quale non solo regalò stupende esecuzioni, ma diede vita anche nel 1985 all’Accademia Walter Stauffer di  Cremona, un’altissima scuola per strumenti ad arco che è stata onorata del Premio Abbiati della critica musicale italiana nel 2000. La sua attività di straordinario didatta infatti lo ha visto occuparsi con profonda dedizione all’insegnamento, ricoprendo cattedre di violoncello tra le più grandi e prestigiose istituzioni. Già docente di strumento al Conservatorio prima di Cremona e poi di Milano, ricevette l’invito da parte di Luciano Berio ad insegnare ai corsi di perfezionamento dell’Accademia Santa Cecilia.

Alcuni fra i massimi compositori gli hanno dedicato delle opere, ricordiamo Ala di Franco Donatoni, l’elaborazione per violoncello e contrabbasso dei Duetti per due violini di Luciano Berio, The Songlines di Giovanni Sollima e il Paese senz’alba di Salvatore Sciarrino.

E così, terribilmente rammaricati della sua improvvisa e triste dipartita, vogliamo così ricordare un gentiluomo del violoncello, che tanto ci ha regalato e grazie alle sue innumerevoli incisioni tanto ancora continuerà a regalarci.

 

 

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