Cosa ci ha lasciato Ezio Bosso

Uno sguardo all’eredità del M° Bosso

Autore: Alessandro Tommasi

17 Maggio 2020

Scrivere un articolo lucido e analitico su Ezio Bosso in questo momento non è facile, in mezzo ai molti, splendidi ricordi che anche su queste pagine gli sono stati dedicati. Non sono stato così fortunato da poter suonare sotto la sua bacchetta, da poter scrivere programmi insieme, da poter approfondire la sua conoscenza. Il mio contatto con Ezio Bosso si limita al trovarmelo lì, a pochi metri di distanza, in quell’enorme calderone di sogni fatti festival che è Trame Sonore a Mantova. Serbo gelosamente il ricordo della sorprendente Incompiuta che inaugurò il festival nel 2017 e le altre iniziative in cui si trovò coinvolto, come l’intervista di Luca Ciammarughi in Piazza Alberti, in quella Mantova che già l’aveva accolto come contrabbassista in tempi non sospetti.

Ma questo mio articolo non è un ricordo, non è una testimonianza, né il desiderio di riportare qualche sua illuminante citazione. Ciò che vorrei fare, forse prematuramente, è capire cosa ci abbia lasciato Ezio Bosso. Non è certo da venerdì che ci penso, ma da molto, molto prima. Per scrivere questo articolo ho dovuto recuperare un mio post su Facebook di ormai quasi un anno fa, il 10 giugno 2019, all’indomani della prima puntata di Che storia è la musica!, una puntata che aveva sollevato molti sopraccigli e riscaldato molti animi. Quello che faceva Bosso era spesso così: polarizzante. O da una parte o dall’altra, come se bisognasse schierarsi. Quel primo esperimento, cui ne seguì uno natalizio assai meglio realizzato, fu un piccolo fulmine a ciel sereno. Un programma in cui si parlava di Beethoven in prima serata, su Rai3. Quasi inaudito! Eppure ci fu e fu un successo. Certo, molte cose erano da sistemare, la conduzione degli ospiti era goffa, ci fu qualche strafalcione (ci ricorderemo in molti la confusione sull’Allegretto dalla Settima di Beethoven, incautamente trasformato da indicazione agogica a ricerca di un carattere ambiguo), insomma sembrava il pulcino un po’ arruffato di un programma di divulgazione. Eppure funzionò. Perché?

Bosso

Qualche settimana fa, nella puntata de Il Circolo delle Quinte dedicato alla divulgazione online, Luca Ciammarughi (sempre eo) ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere: «Il fine della divulgazione dev’essere sempre portare la musica al centro. Il rischio a volte è che invece il divulgatore possa mettere al centro se stesso». E se invece l’accentramento non fosse un rischio, ma una barriera da superare? Mi permetto di collegare questa frase a Ezio Bosso: perché Bosso poté presentare un programma di ore, in prima serata e interamente dedicato alla musica classica, notoriamente relegata nell’immaginario collettivo ad una nicchia polverosa e, in questi mesi di coronavirus, vista spesso come un parassita intellettuale che si pasce di risorse pubbliche, e in barba a tutto portare a casa sorprendenti risultati di share? Perché Ezio Bosso era un personaggio, era carismatico, era popolare, e ha fatto un programma in cui lui era il centro. Contornato da ospiti, certo, parlando sempre di musica e quasi mai di sé, certo. Ma era il suo nome, il suo personaggio ad attirare milioni di persone verso Rai3, non Beethoven né Čajkovskij. Qui si sono fermati molti degli aspri criticatori, che l’hanno visto come una manifestazione di ego, un’esaltazione di sé. Ma qui hanno mancato, secondo me, il bersaglio.

Ciò che Ezio Bosso ha fatto, sempre e in ogni occasione, è stato rispondere ad un’esigenza egocentrica e al contempo meravigliosa: condividere la propria emotività, portare agli altri ciò che esondava in modo anche confuso e turbolento dal suo modo di vivere e di essere. L’attenzione che Bosso attirava su di sé, sul proprio personaggio, la defletteva istantaneamente verso il suo amore per la musica. Non era «Ezio Bosso» il messaggio, ma «Ezio Bosso che viveva solo per la musica». Il suo messaggio era l’immedesimazione che generava nel pubblico, era diventare l’incarnazione di che cosa potesse fare la musica, quale fosse la sua forza trascinante, capace di dare vita anche ad un uomo che avrebbe avuto tutto il diritto di disperarsi e di richiudersi in se stesso, ma che invece sceglieva di reagire prendendo la bacchetta in mano e componendo. Vorrei sapere quante delle persone che hanno visto quei due episodi di Che storia è la musica! ricordano fatti, informazioni o anche solo frammenti delle sinfonie di Beethoven e Čajkovskij. E poi vorrei sapere quante di quelle persone hanno spento la televisione, dopo ore, pensando quanto fosse bella la musica, quanto fosse importante nelle nostre vite. E forse è questo ciò di cui c’è più bisogno adesso. Non conoscere la musica, ma amarla. Non a livello intellettuale ma empatico, epidermico, di pancia. Assistiamo da anni a questo rivolgersi al basso ventre dei cittadini per i fini più meschini, perché non poterlo fare per un fine nobile?

Bosso

È da quel giugno che continuo a pensare, spesso correndo a vuoto come un criceto nella ruota, cosa mi era rimasto di ciò che avevo osservato. Ezio Bosso aveva fatto il salto: parlare di musica non era più un trasmettere nozioni, ma trasmettere emozioni, attraverso sé e la propria storia. In molti potranno trovare melenso questo approccio e storcere il naso; io stesso l’ho pensato. Ma mi chiedo se non sia quella la strada da percorrere oggi, in questo mondo profondamente centrato sull’individuo e al contempo bisognoso di storie, inconsapevole dei propri bisogni emotivi perché stordito da un consumismo che è arrivato a pervadere anche il contatto con se stessi, che è una delle anime più profonde dell’arte e della cultura. Bosso forse l’aveva capito, forse l’aveva intuito, forse ha cercato di dare una propria risposta ad un’esigenza più ampia, forse ha cercato di esprimere una propria pulsione interiore, forse tutte queste cose, un po’ alla rinfusa. Cosa ci ha lasciato Ezio Bosso, dunque? Un seme, un seme di qualcosa di diverso, che sta a noi saper curare, come nel secondo movimento della sua Seconda Sinfonia, perché possa crescere come un albero.

Alessandro Tommasi

Written by Alessandro Tommasi

Instancabile viaggiatore e improvvido organizzatore, studia pianoforte a Bolzano, Padova e Roma con Andrea Bonatta, Adriana Silva e Konstantin Bogino e frequenta i corsi della Fondazione Fitzcarraldo per la progettazione culturale. Dal 2015 scrive per numerose riviste e nel 2020 pubblica il suo primo libro sull'opera pianistica di Alfredo Casella. È Tour Manager della Mahler Jugendorchester, Direttore Artistico del Festival Cristofori, Assistant du Jurie per il Concours d'Orléans, Consulente per la Regione Veneto sul Turismo Musicale e Ufficio Promozione e Internazionalizzazione per l'Accademia di Pinerolo. Dal 2019 è membro dell'Associazione Nazionale Critici Musicali.

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