Parlare di tutto, tranne che di cultura
di Carlo Emilio Tortarolo - 14 Settembre 2025
Dal welfare alla diplomazia: un motore lasciato spento
C’è un silenzio che pesa più di tante parole: quello delle istituzioni politiche quando si tratta di cultura.
Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni, nei programmi elettorali, nei discorsi ufficiali, nei titoli dei giornali dopo le conferenze stampa dei ministri, quante volte si parlerà di cultura?
Scuola, sanità, sicurezza, difesa, pensioni, talvolta ambiente sono temi più ricorrenti.
Ma la cultura raramente viene citata come parte della soluzione, come una leva di trasformazione sociale ed economica e, quando compare, è spesso confinata a un inciso, a una frase di circostanza, a un ‘valorizzare il nostro patrimonio’ che suona più come slogan che come proposta concreta.
La cultura raramente viene citata come parte della soluzione, come una leva di trasformazione sociale ed economica.
Eppure la cultura è un’infrastruttura essenziale, anche se invisibile.
Sostenere che non serva parlarne equivale a dire che l’aria non conta perché non si vede, ma se viene a mancare, ci si accorge subito delle conseguenze.
I territori privi di politiche culturali diventano più fragili, più poveri di relazioni, meno attrattivi per giovani e imprese. Un teatro chiuso non è solo una sala vuota, ma anche un pezzo di comunità che smette di riconoscersi e un luogo che perde la capacità di raccontarsi.
Il silenzio istituzionale non è mai neutro perché è il segnale di una scala di priorità in cui la cultura non trova il proprio gradino rimanendo a terra. Ad esempio, quante giunte comunali non hanno un assessore alla Cultura o, se lo hanno, spesso è accorpato a politiche giovanili, università o pari opportunità? (ndr se corrisponde alla vostra situazione comunale, lasciatelo scritto nei commenti!)
Oppure si pensi al fatto che nei piani di rigenerazione urbana si parli spesso di edilizia e infrastrutture, trascurando la programmazione culturale che rimane ai margini dei piani strategici nazionali.
Le conseguenze sono concrete. Se la cultura non viene riconosciuta come settore produttivo, i suoi lavoratori non hanno tutele. Se non viene considerata nei progetti di coesione sociale, le comunità restano senza strumenti di partecipazione e se non entra nei programmi di sostenibilità, si perde la possibilità di educare attraverso linguaggi artistici che aiutano a cambiare abitudini.
In altre parole: il silenzio diventa una sottrazione di futuro.
Non è però solo questione di investimenti, ma anche di immaginario.
Non è solo questione di investimenti, ma anche di immaginario.
Parlare di cultura, spesso relegato a vuoto vociare, significa in realtà riconoscere che non è un lusso, ma un bisogno primario.
Significa inserirla nella stessa frase con sanità e scuola, senza trattarla come un orpello, significa affermare che un Paese si giudica anche da quanto ascolta i suoi artisti, i suoi ricercatori, i suoi operatori culturali. Il silenzio istituzionale su questi temi non è assenza casuale: è scelta politica, e come tale va smascherata.
Però, questa responsabilità, non ricade solo sulla politica.
Il mondo della cultura, spesso frammentato e dipendente da sussidi a breve termine, ha faticato a presentarsi con una voce unica e decisa: questa debolezza ha favorito la sua marginalizzazione nel dibattito politico. La risposta a questo vuoto non può essere né il silenzio né il lamento, ma la costruzione di un linguaggio nuovo, capace di spiegare perché la cultura serve a tutti e non a pochi.
La sfida è trasformare il silenzio in parola, e la parola in azione.
Una voce che manca
La domanda non è se la cultura debba entrare nel dibattito pubblico, ma come sia stato possibile che ne sia uscita.
Quando un primo ministro presenta un piano nazionale e non nomina mai la cultura, non è solo un dettaglio: è una vera e propria dichiarazione di disinteresse. Quando una campagna elettorale parla di futuro senza menzionare la scuola d’arte, il teatro o le biblioteche, si sta decidendo che quel futuro non avrà spazio per immaginare. La domanda allora non è se la cultura debba entrare nel dibattito pubblico, ma come sia stato possibile che ne sia uscita.
A forza di silenzi, la cultura rischia di diventare un linguaggio minoritario, conosciuto solo da chi la frequenta e la vive. Ma un Paese che rinuncia a parlarne rinuncia a sé stesso: perché la cultura non è un settore come gli altri, è la grammatica con cui si scrive la vita collettiva.
Il paradosso è che, mentre le istituzioni tacciono, i cittadini continuano a vivere di cultura, anche senza chiamarla così e, soprattutto nel caso italiano, vivendola quotidianamente e dandola puntualmente per scontata. La musica che accompagna i momenti privati, le serie tv che diventano linguaggio comune, i libri che alimentano dibattiti nelle scuole, le architetture secolari delle nostre città: tutto questo, e molto altro, è cultura.
Il vuoto istituzionale non corrisponde a un vuoto sociale, ma rischia di produrlo nel lungo periodo (o forse lo ha già prodotto?). Perché senza politiche pubbliche la cultura diventa consumo individuale, non esperienza collettiva.
Un altro effetto del silenzio istituzionale è la frammentazione.
Senza un coordinamento centrale, i territori si arrangiano come possono. Se alcune città investono in biblioteche di quartiere, altre chiudono sale di lettura. Se alcune regioni sostengono i festival, altre li lasciano privi di sostegno pubblico.
Il risultato è un’Italia a macchia di leopardo, dove nascere in un luogo piuttosto che in un altro può determinare l’accesso o meno ad una determinata offerta culturale o il rimanerne del tutto privi.
Un diritto che dovrebbe essere universale si trasforma, così, in privilegio.
Diplomazia culturale
Non bisogna dimenticare, poi, il ruolo internazionale. Quando un Paese tace sulla propria cultura, rinuncia anche a usarla come strumento di diplomazia e di presenza nel mondo.
Quando un Paese tace sulla propria cultura, rinuncia anche a usarla come strumento di diplomazia e di presenza nel mondo.
Non si tratta di marketing, ma di identità che va ben al di là della ormai vuota formula ‘Made in Italy’.
Ogni volta che si tagliano i fondi agli Istituti italiani di cultura, ogni volta che non si investe nell’insegnamento della lingua o nell’export dei nostri artisti contemporanei, si compie una scelta di arretramento e il silenzio diventa invisibilità internazionale.
Esistono esempi che dimostrano quanto sia possibile invertire la rotta e da cui, magari con un po’ di umiltà, potremmo trarre ispirazione. Se nei paesi del Nord Europa come Svezia e Danimarca, i piani urbanistici non si limitano a costruire case, ma includono centri culturali di quartiere e spazi per le arti, in Francia, la cultura è parte integrante dei programmi scolastici fin dall’infanzia, con un investimento con la stessa dignità delle materie scientifiche.
Non perché la cultura ‘faccia bene all’anima’, ma perché produce cittadini più consapevoli, capaci di partecipare alla vita pubblica.
Veniamo alle notizie positive.
In Italia, esempi virtuosi non mancano: città hanno rigenerato interi quartieri attraverso biblioteche e spazi artistici, festival hanno trasformato piccoli centri in poli attrattivi, progetti hanno intrecciato cultura e welfare con effetti concreti su salute mentale e inclusione sociale.
Ma se restano isole, per quanto felici, senza un riconoscimento istituzionale o con il rischio che il cambio di governo li inserisca nella lista dei ‘cattivi’, la loro forza si esaurisce.
Per rompere il silenzio, serve una presa di parola collettiva.
Sono anacronistici i comunicati stampa indignati e le giornate celebrative in cui raccontarsi dei bei tempi andati. Occorre, invece, un discorso politico che riconosca la cultura come parte integrante delle politiche economiche, sociali e ambientali. Non attraverso frasi retoriche, ma con pratiche reali: senza capitale culturale, nessuna riforma può dirsi completa, perché mancherà sempre la dimensione che tiene insieme le altre.
E allora la domanda da porre oggi non è solo alla politica, ma a ciascuno di noi: quanto siamo disposti ad accettare questo silenzio, e quanto invece siamo pronti a romperlo?
