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La crisi invisibile dei cantanti lirici – pt.2

di Carlo Emilio Tortarolo - 28 Settembre 2025

La generazione sospesa: gli esclusi dal sistema lirico

Nella scorsa puntata siamo partiti dalla composizione tipica dei cast di una programmazione lirica, polarizzata principalmente in due estremi: da una parte i giovanissimi delle accademie, inseriti in ruoli marginali e sostituibili a rotazione, dall’altra le star internazionali, garanzia di biglietteria e visibilità. 

In mezzo, un vuoto non soltanto organizzativo, ma sociale e culturale in cui si allarga una crisi silenziosa e drammatica: quella di una generazione di cantanti lirici che non sono più emergenti e non sono ancora celebrità, sospesi in una terra di nessuno priva di stabilità che rischia di erodere il cuore stesso del teatro d’opera.

L’età di mezzo priva di spazio

Fino a pochi decenni fa la carriera di un cantante si costruiva a strati, con tappe quasi naturali: il debutto in un piccolo teatro di provincia (Pavarotti a Reggio Emilia, Tebaldi a Rovigo, Scotto a Savona, Gobbi addirittura a Gubbio, per dirne quattro dalla carriera straordinaria), il repertorio rodato anche attraverso ruoli di secondo piano ma centrali per la formazione teatrale e drammaturgica, la progressiva conquista delle scene maggiori. Era un percorso lungo e non privo di rischi, a partire da quelli vocali, ma che consentiva loro di formarsi completamente in itinere. 



Oggi quella gradualità sembra un lusso perduto. Non c’è più il tempo di crescere passo dopo passo, di cadere e rialzarsi. La corsa al successo immediato ha trasformato il percorso in una scommessa ad altissima posta, dove chi non vince subito rischia di sparire.

La corsa al successo immediato ha trasformato il percorso in una scommessa ad altissima posta, dove chi non vince subito rischia di sparire.



Le prime esperienze non erano destinate a fare notizia, in quel preciso momento, ma a consolidare strumenti tecnici e interpretativi. La lentezza era quindi un valore che permetteva di crescere, di sbagliare e di maturare la voce nel tempo.

Oggi, invece, nel mondo del tutto e subito, questa scala è stata spezzata. 

I passaggi intermedi quasi non esistono più, e i giovani si trovano catapultati, se riescono, dai conservatori o dalle accademie direttamente sul grande palcoscenico, spesso a fianco di star internazionali, già con un agente pronto a promettergli la carriera. 

Un salto enorme, che offre visibilità immediata ma che aumenta ancora di più l’instabilità sul loro futuro. Se funziona, lo slancio è dalla loro parte e dovranno confermarsi ad ogni possibilità. Se invece crollano, nessun problema: per il sistema ci sarà già un nuovo giovane a cui far fare lo stesso percorso, per un articolo in più. Ma loro che fine fanno?

Chi si trova nella fascia tra i venticinque e i quarantacinque anni rischia di non avere più collocazione: non abbastanza giovane per essere presentato come scoperta, non abbastanza noto per sostenere da solo la biglietteria, magari sfortunato nel proprio debutto, magari anche vincitore dell’esperienza ma limitato nelle scelte di repertorio o di contatti

È un limbo che logora lentamente e che priva il sistema lirico della sua naturale continuità.

In un sistema così fragile, le direzioni artistiche non sempre hanno il coraggio di rischiare se il pubblico chiede continue garanzie di qualità e gli sponsor pretendono nomi riconoscibili, e così si preferisce investire su poche figure sicure. Se questo avviene nei principali teatri, è naturale. Se avviene anche nel teatro di provincia, allora è l’inizio di un piano inclinato e allora la precarietà diventa strutturale e non episodica: persino cantanti con curriculum consolidato possono trovarsi improvvisamente senza lavoro, per svariati mesi di fila.

Questa precarietà, però, non si limita al piano materiale. Un articolo a firma di Norman Lebrecht, pubblicato pochi mesi fa su SlippedDisc, parla di una vera e propria “crisi di salute mentale” nel settore, legata all’insicurezza cronica, alla competizione esasperata e alla sensazione di essere facilmente sostituibili, che ha portato, purtroppo, anche a casi di suicidio

Non si tratta di un malessere marginale e l’invito è sempre a prendere con molta attenzione le avvisaglie simili: diversi artisti hanno raccontato di aver abbandonato la carriera o scelto strade parallele più stabili, proprio negli anni in cui la voce e l’interpretazione raggiungono la piena maturità.

Diversi artisti hanno raccontato di aver abbandonato la carriera o scelto strade parallele più stabili, proprio negli anni in cui la voce e l’interpretazione raggiungono la piena maturità.

È una perdita doppia: personale e collettiva. L’opera perde professionalità, memoria, competenze che non possono essere rimpiazzate da un giorno all’altro.

La lirica, che per secoli è stata luogo di bellezza e di resilienza collettiva, rischia di diventare invece un moltiplicatore di fragilità. Non possiamo ignorare il grido silenzioso di chi, dietro le quinte, paga sulla propria pelle la precarietà di un sistema incapace di proteggere.

Un patrimonio che si sta perdendo

Alla radice di questa fragilità c’è anche un problema di formazione, come si accennava nel precedente articolo. 

I conservatori italiani offrono una preparazione musicale più che valida, ma restano deboli su ciò che riguarda la vita professionale: come negoziare un contratto, come costruire una rete di contatti, come affrontare le pause di lavoro, come vincere il rifiuto.

Sono lacune che emergono con forza nella ricerca di Daniel C. Strobbe dedicata a questo tema. 

I giovani musicisti escono dalle istituzioni formati artisticamente, ma privi di strumenti manageriali e di competenze utili a resistere nel tempo e se poi l’accademia ti seduce per poco tempo per poi interrompere il sostegno al termine, il crollo può essere verticale

La formazione non basta più, la carriera non è ancora decollata e il sistema non offre protezioni.

Le conseguenze vanno oltre la dimensione individuale perché, come già accennato, si sta erodendo un patrimonio collettivo che un tempo costituiva la spina dorsale della lirica nazionale. 

I cantanti di mezzo erano quelli che tornavano stagione dopo stagione, che diventavano volti familiari per il pubblico e che garantivano continuità alle produzioni

I cantanti di mezzo erano quelli che tornavano stagione dopo stagione, che diventavano volti familiari per il pubblico e che garantivano continuità alle produzioni. 

Non erano nomi da prima pagina, spesso non erano neanche interessati ad esserlo, ma davano identità a un teatro, costruivano una memoria condivisa. 

Oggi, invece, i cartelloni rischiano di ridursi a una sequenza di eventi isolati, quasi un album delle figurine ma privi di filo conduttore e incapaci di radicarsi nella comunità.

Si potrebbe prendere in prestito il termine di “memoria interrotta”: senza interpreti che restino a lungo, che tramandino un certo modo di fare opera, che si sentano parte di un progetto a lungo termine, i teatri faticheranno sempre a mantenere una coerenza artistica e gli spettatori a sentirsi parte di una storia comune.

E mentre le ultime generazioni che ancora trovano qualche spazio per i ruoli secondari si avvicinano alla fine del loro percorso artistico, la perdita di questa generazione intermedia significa anche la perdita di una dimensione pedagogica perché i giovani non avranno più modelli diretti con cui confrontarsi. La trasmissione di tradizioni interpretative, la possibilità di apprendere dal contatto quotidiano con colleghi più esperti, rischiano definitivamente di svanire.

Un lento impoverimento artistico, culturale e civile, che lascia spazio a dinamiche effimere su cui si avrà sempre meno controllo. Solo la continuità, il senso di appartenenza, la costruzione di un pubblico fedele possono salvare l’opera dall’essere un prodotto da consumo rapido, disancorato dal suo contesto.

Questa generazione sospesa è la cartina (non l’unica) di tornasole della crisi lirica contemporanea in Italia. Possiamo certo celebrare le promesse o esaltare le stelle, ma senza una fascia intermedia che tenga insieme il sistema, l’edificio rischia di crollare. Senza di loro, l’opera non è solo più povera artisticamente, ma smette di essere quel rito collettivo che ha formato comunità intere.

Non volendo lasciarvi con il rammarico, nella prossima puntata guarderemo a quei modelli diversi, europei principalmente, che sono stati o sono capaci di sostenere meglio i professionisti nella transizione tra studio e carriera, cercando assieme se non delle soluzioni almeno delle speranze, per capire se davvero un futuro diverso sia possibile.






Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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