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La crisi invisibile dei cantanti lirici – pt.1

di Carlo Emilio Tortarolo - 21 Settembre 2025

Promesse e stelle: la nuova geografia dei cast lirici

C’è un’immagine ricorrente che chiunque frequenti molti dei teatri d’opera del Belpaese sta imparando a far sua: in alto sul cartellone dell’opera in programma campeggia il nome di una o più star dalla carriera internazionale, quel volto noto che garantisce incassi di biglietteria e titoli sui giornali; in basso, una lunga fila di giovanissimi, appena usciti dal conservatorio o più spesso da un’accademia collegata al teatro, chiamati a coprire tutti i ruoli secondari e terziari. 

E in mezzo? Quasi il vuoto, una frattura generazionale che sta ridisegnando l’intero sistema dei cast lirici e che racconta molto della crisi che attraversa oggi il settore.

La logica che alimenta questo scenario è chiara. 

Da una parte i teatri, grandi e piccoli, hanno bisogno di nomi di richiamo: la competizione per convincere un pubblico sempre più ridotto e sempre meno invogliato a mettersi le scarpe per andare in sala, impone di affidarsi a chi possa garantire visibilità immediata. 

Dall’altra parte, il proliferare recente delle accademie, spesso indispensabili per intercettare ulteriori finanziamenti pubblici e privati, fornisce ogni anno un serbatoio di nuove voci da inserire nei cast. 

Per i ragazzi coinvolti è una possibilità di esordio, certo, ma anche un vincolo: ruoli marginali, contratti brevi e mal pagati, con pochi spazi di crescita autonoma a scadenza, perché sotto la spada di Damocle di un turnover costante che si ripete stagione dopo stagione, ci sono pochissime prospettive oltre il periodo accademico.

Tra accademie e riflettori accesi

Non me ne vogliano i creatori e gli operatori che ogni giorno animano il mondo delle accademie e chiarisco subito la mia posizione: il problema non sta nell’esistenza delle accademie in sé perché, se ben gestite, sono una risorsa formativa preziosa, creano comunità e permettono di avvicinare i giovani al mondo del lavoro

Ma il loro ruolo è cambiato profondamente rispetto a quello che furono perché non sono più un passaggio intermedio, bensì un canale di reclutamento diretto che, paradossalmente, rischia di far bruciare loro le tappe. Impossibilitati per vincoli di bilancio a fare opere di formazione con una certa costanza, si pretende che cantanti appena ventenni reggano il peso della scena accanto a grandi professionisti, senza che abbiano avuto modo di costruire con gradualità repertorio, tecnica e consapevolezza.

Impossibilitati per vincoli di bilancio a fare opere di formazione con una certa costanza, si pretende che cantanti appena ventenni reggano il peso della scena accanto a grandi professionisti, senza che abbiano avuto modo di costruire con gradualità repertorio, tecnica e consapevolezza.

Il giovane interprete si trova così a debuttare in condizioni spesso proibitive: senza la gavetta, senza il tempo per costruire il mestiere che dà sicurezza sul palco, ogni occasione diventa una prova di sopravvivenza

È come scalare una montagna senza allenamento: qualcuno ha il fiato innato per arrivare subito in cima, ma la maggior parte avrebbe bisogno di salire per gradi. Bruciare le tappe significa rischiare di cadere al primo ostacolo. E dopo l’accademia, se non arriva il colpo di fortuna, si ritorna esattamente al punto di partenza e si pensa ad iscriversi ad un’altra accademia.

Un interessante studio accademico di Chanda VanderHart di recentissima pubblicazione ha analizzato i programmi per giovani artisti americani e ne ha messo a nudo tutti i limiti: dietro la retorica della formazione si nascondono spesso dinamiche che sfiorano lo sfruttamento, dove gli allievi garantiscono la sostenibilità economica delle produzioni senza ricevere in cambio reali opportunità di crescita professionale.

Se questo vi giunge completamente nuovo, è perché a livello comunicativo, il racconto ufficiale prende strade completamente diverse. Le fotografie istituzionali, sui canali social, mostrano ragazzi sorridenti accanto a direttori d’orchestra e registi celebri, i comunicati parlano di ‘nuove generazioni di talenti’ e le istituzioni rivendicano il successo delle proprie accademie. Ma se si guarda alle traiettorie individuali, emergono carriere interrotte, cantanti che dopo due o tre stagioni tornano a cercare strade alternative, professionisti che non riescono a trasformare il proprio debutto in una carriera stabile. 

È il rovescio della medaglia di un modello che alimenta continuamente aspettative senza predisporre strumenti adeguati a trasformarle in futuro.

In questa cornice, il rapporto tra conservatori e accademie meriterebbe una piccola digressione.

I conservatori italiani continuano a formare centinaia di cantanti ogni anno, ma faticano a offrire un ponte concreto verso la professione perché non offrono realmente opportunità lavorative. 

Una volta diplomati, quelle sono le audizioni e in bocca al lupo. 

Le accademie, dal canto loro, hanno assunto proprio questo ruolo, ma lo hanno fatto con logiche di programmazione che rispondono, come visto, più ai bandi di finanziamento che a una strategia concreta di inserimento nel mercato del lavoro.

Se Atene piange, Sparta di certo non ride ed è evidente come i giovani preferiscono sempre di più le accademie, rispetto a un percorso di studi confinato all’aula di canto, nella speranza di giocarsi al meglio quelle possibilità sul palco.

Purtroppo per gli interpreti si è anche perso quell’universo in provincia che tanto faceva bene agli interpreti. Esordire in ruoli centrali su palchi meno esposti, facendo questo tipo di esperienza in un teatro più raccolto e per questo meno esposto alla pressione ha sempre garantito risultati a lungo termine.

Oggi quella palestra si è molto ridotta: la crisi e la malagestione con i conseguenti tagli di bilancio, la contrazione delle stagioni e un pubblico sempre più indirizzato verso i grandi centri hanno eroso il calendario dei teatri minori che costituiva la spina dorsale della lirica italiana. 

Non si può dire che siano del tutto scomparsi, ma la loro capacità di offrire ruoli protagonisti a giovani promesse si è drasticamente assottigliata e quella che una volta era un’abitudine, ora viene annunciata, a mezzo stampa, come un’eccezione.

Se dunque i cartelloni presentano cast divisi in due blocchi con esordienti “a rotazione” e stelle consolidate che, spesso gestite da grandi agenzie internazionali, percorrono il circuito globale andando anche nei teatri di provincia, quel tessuto di professionisti solidi, i cosiddetti caratteristi, che per decenni hanno garantito qualità e continuità, dove è finito? 

Sembra essersi assottigliato fino quasi a sparire e l’assenza di questi spazi intermedi si traduce in una polarizzazione che rende il settore fragile. 

Il vuoto tra esordi e celebrità

A confermare questa impressione di fragilità non sono solo gli spettatori più attenti, ma gli stessi artisti. 

Assolirica, l’associazione nata per rappresentare i professionisti italiani dell’opera, ha più volte denunciato in questi anni l’assenza di tutele e di opportunità sempre più ristrette, chiedendo che gli interpreti raggiungessero stabilità e riconoscimento di diritti ormai consolidati in altri compartimenti lavorativi. Un tassello in più nel mosaico dell’essere funzionali a un sistema che ha bisogno di rinnovarsi e non solo in superficie.

Questa precarietà strutturale è stata resa ancora più evidente, ovviamente, dalla pandemia. 

Le molte cancellazioni di recite e contratti hanno mostrato con veemenza un lato della lirica a cui nessuno era abituato: la sensazione di essere rimpiazzabili da un momento all’altro. 

La successiva rincorsa a recuperare il pubblico, abbandonato per due anni, ha invece accentuato la dipendenza dai ‘grandi nomi’, riducendo gli ingaggi per molti altri interpreti.

E allora il nostro sistema si regge su due estremi e tutto ciò che sta nel mezzo rischia di non avere più cittadinanza, ci viene restituita una fotografia che dovrebbe preoccupare non solo chi lavora nel settore, ma anche il pubblico e le istituzioni: perché senza una generazione intermedia di artisti capaci di portare avanti ruoli, tradizioni e rapporti con le comunità locali, la lirica perde la sua spina dorsale.

Senza una generazione intermedia di artisti capaci di portare avanti ruoli, tradizioni e rapporti con le comunità locali, la lirica perde la sua spina dorsale.



Questa è l’immagine con cui apriamo il nostro percorso e nel prossimo editoriale parleremo proprio di quella “generazione sospesa”, i cantanti tra i 25 e i 45 anni che non sono più considerati esordienti e non sono ancora celebri, e che rischiano di essere i veri esclusi del sistema lirico contemporaneo.







Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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