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Il festival di Sanremo come termometro dell’Italia

di Carlo Emilio Tortarolo - 23 Febbraio 2026

L’era post pandemica in cinque canzoni

Dal post-pandemia in poi, quando arriva la proclamazione a tarda notte, il vincitore di Sanremo spesso sembra inevitabile.
Lo si capisce prima ancora che venga detto. Né perché sia “la canzone migliore” in senso assoluto, dato che lì si ricade nel gusto personale, nemmeno perché sia destinata a dominare le classifiche per mesi. Sembra inevitabile perché, in quel preciso momento, quella scelta coincide con l’umore collettivo della settimana del Festival.

E qui sta il paradosso. Le canzoni di Sanremo vengono scritte e confezionate mesi prima quindi dentro un altro clima, con altre urgenze nell’aria, con un contesto che può cambiare drasticamente in poco tempo. Poi arrivano sul palco e, come per una coincidenza che coincide troppo, sembrano aver “letto” il Paese. In realtà accade l’opposto, è il Paese, in quei giorni, che legge sé stesso attraverso quelle canzoni.

La tesi che voglio esporvi è semplice. Dal 2021 in poi Sanremo funziona sempre meno come fabbrica di identità nazionale e sempre più come sismografo emotivo. Comprimi cinque serate e ottieni una forma di sincronizzazione: milioni di persone esposte alle stesse canzoni, negli stessi giorni, dentro lo stesso clima mediatico. Sanremo rende visibile ciò che, in quel preciso momento, l’Italia riconosce come proprio.

Per capire perché questa faccenda è politica e culturale, prima ancora che musicale, basta guardare cosa Sanremo è davvero.
È un evento collettivo che sincronizza persone e attenzione nello stesso tempo. È un rituale mediatico ripetitivo, riconoscibile, capace di creare abitudini, attese e linguaggi condivisi. È una conversazione nazionale che produce commento, interpretazione, schieramento, identificazione. Anche chi lo detesta spesso finisce per parlarne, e parlare è già un modo di stare dentro un rito. In una società frammentata, Sanremo resta uno dei pochi luoghi in cui il Paese si vede mentre si guarda.

Poi c’è la sua temporalità particolare. I brani arrivano al Festival dopo mesi di lavoro e decisioni industriali, autoriali, discografiche, artistiche. Nel frattempo il contesto sociale e geopolitico cambia con una velocità ormai strutturale: crisi, guerre, inflazione, ansie diffuse, linguaggi che mutano nel giro di settimane. Nasce così un’asincronia: il prodotto viene preparato “prima”, l’interpretazione collettiva esplode “dopo”. Proprio questa distanza rende possibile la lettura retrospettiva. La canzone, esposta al clima di quei giorni, viene risignificata e diventa un contenitore che il pubblico riempie di senso con ciò che sta vivendo adesso.
Per non cadere nel misticismo dell’“avevano previsto tutto”, serve un secondo strumento che distingua le misure del consenso che oggi convivono e spesso si contraddicono.

Nasce così un’asincronia: il prodotto viene preparato “prima”, l’interpretazione collettiva esplode “dopo” […] che il pubblico riempie di senso con ciò che sta vivendo adesso.

La prima è il gusto critico. È la narrazione degli esperti e dei commentatori, la reputazione, l’autorevolezza, la qualità percepita della performance, l’idea di ciò che “merita”. È un consenso argomentato, spesso coerente, spesso minoritario.

La seconda è il consumo algoritmico. Algoritmo, qui, significa regole automatiche con cui piattaforme e radio favoriscono ciò che circola di più: playlist, raccomandazioni, ripetizione, facilità di ascolto, adattabilità al formato breve. Misura la circolazione. Non misura per forza il significato.

La terza è il voto popolare inteso in senso ampio quella forma con cui, durante la settimana del Festival, una platea vastissima decide con chi identificarsi. Non coincide solo con un click o con un televoto. È un clima emotivo. È l’idea che “questa canzone, oggi, ci rappresenta” e rappresenta spesso uno stato d’animo più che un programma.
Negli ultimi anni il vincitore si colloca spesso nell’incrocio di questi tre grafici: abbastanza credibile per reggere la narrazione pubblica, abbastanza comunicabile per circolare, abbastanza “giusto per adesso” da catalizzare identificazione. È qui che nasce quello che si può chiamare consenso simbolico, una forma di legittimazione pubblica che non coincide automaticamente con vendite, streaming o giudizi tecnici. Si vede come gesto collettivo.

Per questo il 2020 va messo tra parentesi. Diodato con “Fai rumore” resta un anno-soglia perchè troppo vicino alla frattura che sarebbe arrivata subito dopo, e fin troppo profetico rispetto a rumore, distanza, voce e silenzio che la pandemia avrebbe trasformato in materia quotidiana. Ha senso dirlo chiaramente e lasciarlo fuori dal ragionamento 2021–2025, che riguarda la fase post-pandemica vera e propria.
Ecco allora cinque micro-casi, come piccole lastre sismiche.

2021, Måneskin, “Zitti e buoni”. Band rodata dal vivo, estetica di rottura, energia fisica, canto come sfida. Il brano procede per strappi e accelerazioni, con una postura che dice “basta”. Letto a posteriori, suona come liberazione di energia compressa: dopo mesi di restrizioni e frustrazione vince un’esplosione controllata, una rabbia trasformata in ritmo condivisibile. Vince perché restituisce il corpo alla scena e alza il volume dell’aria trattenuta.

2022, Mahmood & Blanco, “Brividi”. Due voci, due fragilità esposte, bisogno di contatto, paura di non essere all’altezza dell’amore. La parola chiave, guardando indietro, è vulnerabilità normalizzata: non più eccezione da giustificare, lingua comune. In un Paese che usciva dalla fase più dura della crisi sanitaria senza ritrovare un equilibrio semplice, la vulnerabilità diventa dicibile anche in prima serata. Vince perché rende ordinaria la fragilità, la toglie dal confessionale e la porta in piazza.

2023, Marco Mengoni, “Due vite”. Artista già centrale, canzone che lavora sull’identità che si sdoppia: chi sei fuori e chi sei dentro, vita pubblica e vita privata, pressione quotidiana di reggere entrambe. La lettura retrospettiva parla di introspezione stabilizzata dove l’intimità non è un picco, è una condizione durevole. Vince perché offre una forma di equilibrio: nominare la fatica senza trasformarla in tragedia, farne una postura adulta.

2024, Angelina Mango, “La noia”. Profilo giovane, grande presenza scenica, linguaggio contemporaneo. Il brano porta ritmo, scatto, ironia, inquietudine in movimento. A posteriori si incastra con la sensazione di saturazione e iperstimolo: troppi input, troppe aspettative, troppo rumore di fondo. “Noia” qui non è vuoto, è il sovraccarico della mente che chiede una via d’uscita dal troppo pieno. Vince perché trasforma il sovraccarico in energia danzabile, una strategia collettiva per stare a galla.

2025, Olly, “Balorda nostalgia”. Un sentimento antico filtrato in chiave contemporanea: nostalgia senza epopea, disincantata, quasi domestica. Il rifugio emotivo non promette ritorni gloriosi, promette tregua. Letto a posteriori, suona come bisogno di passato “gestibile”, di memorie che scaldano senza illudere. In una stanchezza lunga, la nostalgia diventa un anestetico gentile che fa respirare ma di certo non risolve. Vince perché certifica un bisogno emotivo condiviso, più che una direzione collettiva.

Mettendo in fila rottura, fragilità, introspezione, saturazione, nostalgia, emerge un disegno affascinante e inquietante. Sanremo sta registrando un’Italia sempre più psicologizzata? Un Paese che cerca legittimazione popolare attraverso stati d’animo privati, più che attraverso narrazioni comuni e progettuali?

E questo apre la questione della prossima edizione, perché un termometro serve soprattutto quando si vuole capire cosa sta arrivando. Quale emozione collettiva cercherà il pubblico per riconoscersi? Quale tipo di canzone riuscirà a diventare “giusta per adesso” pur essendo stata scritta mesi prima? L’incrocio fra gusto critico, circolazione algoritmica e identificazione popolare resterà il luogo della vittoria, o vedremo una frattura più netta tra ciò che gira e ciò che viene legittimato? E se l’umore dominante dovesse spostarsi dai sentimenti privati a una tensione pubblica, un desiderio di futuro più esplicito, Sanremo riuscirà ancora a misurarlo, o finirà per inseguirlo in ritardo?

Sanremo continuerà a misurare l’Italia. La domanda è: cosa comparirà sul display.

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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