Ultimo aggiornamento 8 febbraio 2026, alle 22:57

Generazione Ansia

di Carlo Emilio Tortarolo - 23 Novembre 2025

I giovani musicisti e il peso dell’ipercompetizione

C’è un’immagine che ritorna spesso quando si parla dei giovani musicisti di oggi. 

Non è un palcoscenico, non è una sala da concerto. È una stanza. Una stanza qualunque, con alcuni fogli sopra ad un leggio, un computer aperto e un telefono che lampeggia a pochi centimetri dal metronomo. 

È lì che avviene la parte più consistente della loro vita musicale.  Ed è lì che si addensa quell’energia strana, a metà tra dedizione e vertigine, che oggi chiamiamo ansia da performance ma che, sempre più spesso, non riguarda più soltanto la performance.

Se ci si ferma un momento, si capisce perché. L’idea romantica della sala prove come spazio di isolamento è saltata. Lo studio non è più un luogo protetto, è una stanza con più porte: una porta che dà sui concorsi, una porta che dà sul conservatorio, una porta che dà sui social, e una porta, sempre aperta, che dà sul confronto permanente con gli altri. 

Non occorre volerlo: entra da sé. Uno scroll sul telefono: qualcuno ha vinto un premio. Una storia: un amico debutta. Un concerto: ‘sold out’ in dodici minuti. 

Nulla di male, se non fosse che questo mondo parallelo, sempre acceso, sempre accessibile e sempre tossicamente in competizione, ha sostituito quel silenzio prezioso in cui una generazione lasciava sedimentare le proprie fragilità. Il risultato è un rumore di fondo che non smette mai di risuonare. 

Questo mondo parallelo, sempre acceso, sempre accessibile e sempre tossicamente in competizione, ha sostituito quel silenzio prezioso in cui una generazione lasciava sedimentare le proprie fragilità.

È come vivere sotto luci che non si spengono e quando si vive sotto luci che non si spengono, il corpo comincia a reagire anche quando non c’è un palco. Mani tese, respiro corto, difficoltà a concentrarsi davvero, attesa vissuta come allarme.  Si studia come se ci fosse sempre qualcuno a guardare, anche quando non c’è nessuno. Si suona come se il microfono fosse sempre acceso, anche quando si è soli.

È qui che introduciamo la nostra esperta, la dott.ssa Silvia Bontempi (@lapsicologadeimusicisti) che lavora da anni con musicisti di tutte le età e che sa leggere ciò che accade dentro quel corpo iperattivato.


“Studiare immaginando qualcuno che ti ascolta non è di per sé un’abitudine disfunzionale: anzi, può essere un valido esercizio mentale. Il problema nasce quando quel pubblico immaginario smette di essere un alleato, una voce guida, e diventa un giudice critico. Questa tensione si amplifica se ad esempio nel percorso del musicista, ci sono state critiche svalutanti da parte di qualche insegnante o momenti di frustrazione vissuti sul palco. In questi casi infatti il cervello finisce per associare lo strumento alla parte più fragile di sé e la riattiva ogni volta, anche quando si studia. A quel punto non è più l’errore a ferire, ma ciò che sembra dimostrare: “se sbaglio, non valgo”. E così la performance smette di essere un gesto creativo e diventa una verifica continua del sentirsi “non abbastanza” con ripercussioni dannose sulla fiducia nel proprio talento e sull’autostima.”

La sua spiegazione aiuta a capire che il problema non è il concorso in sé, non è nemmeno il giudizio: è la continuità del giudizio; è la sensazione di essere sempre sulla soglia di qualcosa, sempre in un pre-esame, sempre in una finale che non finisce mai; è l’attesa che diventa identità

E quando l’attesa diventa identità, ogni pausa somiglia a un fallimento. In questo orizzonte si vive una contraddizione curiosa. Mai come oggi i giovani musicisti hanno possibilità di emergere fra festival, accademie, masterclass, borse e residenze, in tutto il mondo. Mai come oggi si sono trovati a gestire strumenti potentissimi per costruire una carriera. 

Eppure mai come oggi sentono di essere terribilmente in ritardo. A vent’anni ci si percepisce già ‘fuori tempo massimo’. A venticinque si teme di essere ‘già vecchi’. A trenta si vive la sensazione di ‘non aver combinato nulla’. 

Non è una statistica, è una condizione emotiva comune, quasi una scrittura collettiva. Questa pressione non resta nell’aria: scende nel corpo. Si incastra nei muscoli delle spalle, irrigidisce la mandibola, altera il ritmo del sonno. Il corpo, che dovrebbe essere l’alleato nella musica, diventa un antagonista e più il corpo si difende irrigidendosi, più il gesto musicale perde fluidità. 

È un paradosso crudele: per ridurre l’ansia si controlla il movimento, ma il controllo esasperato genera altra ansia e così via. Su questo nodo, la nostra esperta ci offre un secondo sguardo, essenziale.

“Uno dei segnali più chiari del sovraccarico è quando lo studio smette di nutrire e inizia a consumare, … e allora si studia tanto, ma senza più ricavare senso. È il primo passo verso il burn-out da studio, dove la quantità sostituisce la qualità e la stessa performance diventa tossica: non suoni per crescere, ma per dimostrare qualcosa — a te stesso o agli altri. In questo stato, confondere la tua identità personale con quella artistica è facilissimo: se la musica va bene, tu vai bene; se inciampi, crolla tutto e tu smetti di valere. Riconoscere questi segnali naturalmente non è debolezza, anzi…  la consapevolezza è il primo passo per ricostruire un rapporto sereno con la musica e con il proprio strumento.

E poi c’è il palco. Il luogo che dovrebbe liberare, e che invece a volte cristallizza. 

Non tanto perché si suona davanti a un pubblico, ma perché quel palco non finisce più quando si scende. La performance, come dicevo, continua online, continua nei commenti, continua nei numeri, continua nei confronti. 

Il palco è diventato un ecosistema esteso e la domanda non è più ‘come hai suonato?’, ma ‘come è andata online?’

Il palco è diventato un ecosistema esteso e la domanda non è più ‘come hai suonato?’, ma ‘come è andata online?’ 

È un cambiamento silenzioso, eppure radicale. E allora si torna alla domanda iniziale: come si può ricostruire un rapporto sano con la musica dentro un ambiente che chiede di essere sempre presenti, sempre performanti e sempre visibili?

Forse la risposta non è nell’eliminare la competizione, e nemmeno nel negare il bisogno di riconoscimento. È nel ritrovare una sorta di pace e spiritualità con il proprio corpo. Nel tornare a quella sensazione di essere vivi mentre si suona, non valutati. Nel riappropriarsi di quel micro-secondo in cui si respira prima dell’attacco. Perché in quel micro-secondo c’è ancora la possibilità di scegliere.

E qui lasciamo l’ultimo spazio all’esperta, non come messaggio consolatorio, ma come proposta concreta.

“Prima della performance, ma anche dello studio quotidiano, è fondamentale praticare rituali che riportino il corpo in uno stato di sicurezza, allontanandolo dallo stato di allerta o minaccia. Gli esercizi di respiro consapevole, le tecniche di grounding e gli esercizi di body cognition agiscono direttamente sulla chimica del cervello: abbassano cortisolo e adrenalina, aumentano serotonina e favoriscono uno stato di focus attentivo, centratura e regolazione emotiva. Non dobbiamo cadere nella trappola di pensare che un buon allenamento mentale escluda il corpo: tutt’altro. È il corpo stesso, attraverso postura, rilascio muscolare e ritmo del respiro, a inviare all’amigdala il segnale per passare dalla minaccia alla presenza. Bastano dieci minuti al giorno dedicati a gesti brevi ma scientificamente efficaci per trasformare la qualità della performance, a casa come sul palcoscenico.”

La domanda finale allora è inevitabile, e non riguarda solo i giovani musicisti. Se il mondo della musica vive sotto luci che non si spengono più, chi dovrebbe spegnerle per primo? Le istituzioni? I docenti? I concorsi? I social? O noi stessi, quando smettiamo di confondere la musica con il suo riflesso?

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

tutti gli articoli di Carlo Emilio Tortarolo