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La Tosca delle campane romane

di Carlo Emilio Tortarolo - 2 Settembre 2025

Il rientro dalle vacanze estive in Fenice si apre con l’opera di Puccini, sospesa tra fragore e smarrimento

“L’alba vindice appar / che fa gli empi tremar!” (Atto II, scena IV)

C’è sempre qualcosa di paradossale nella produzione di un nuovo allestimento di Tosca. 

È un titolo che tutti conoscono a memoria: il pubblico, i critici, gli orchestrali, perfino le maschere in sala. Proprio per questo, ogni nuova produzione sembra sottoposta a un microscopio che amplifica ogni dettaglio fuori posto. È la maledizione delle opere di repertorio: da un lato il conforto del conosciuto, dall’altro la trappola di dover sembrare nuove senza mai riuscire davvero a esserlo. 

Al Teatro La Fenice, il 29 agosto, l’impressione è stata esattamente questa: un tentativo di rinnovamento che ha cercato una via personale, senza riuscire però a mantenere intatto quel legame profondo con l’essenza più romana della Tosca.

La regia di Joan Anton Rechi non è stata da fischi (anzi molto applaudita a fine recita), ma nemmeno capace di imprimere un segno forte. L’ambientazione anni Cinquanta, in un generico clima da dittatura mediterranea, avrebbe potuto restituire attualità al dramma di Puccini e quanto questo servirebbe, oggi, al mondo dell’Opera; invece si è fermata a metà strada, togliendo radici senza dare nuova linfa. 

Alcune soluzioni visive come le atmosfere cupe (luci di Andrea Benetello), le spie in borghese (costumi di Giuseppe Palella), gli echi quasi spagnoleggianti delle scene (a cura di Gabriel Insignares), creavano suggestioni cinematografiche interessanti, ma alla fine restituivano l’impressione di una Tosca che sembrava scritta da un ipotetico Puccini andaluso. 

Non un delitto, certo, ma una deviazione che allontanava dal cuore stesso dell’opera, nata dal sangue e dalle campane di Roma. Quelle stesse campane che Puccini come segno sonoro di una città e di un potere. Qui, invece, l’impressione è stata di un’eco più lontana e quando un regista sceglie di spostare le coordinate in modo così netto, la responsabilità non può che ricadere sulla coerenza mancante tra testo e palcoscenico.

A controbilanciare alcune incertezze sceniche è arrivata la direzione musicale di Daniele Rustioni, bacchetta di casa alla Fenice. L’orchestra ha suonato con compattezza, con slanci travolgenti che a tratti ricordavano più una colonna sonora hollywoodiana che il cesello pucciniano. 

Ma è proprio nelle campane che la direzione ha trovato un’identità precisa: Rustioni le ha rese riconoscibili, possenti, scandite con un’attenzione che non lasciava dubbi sulla volontà di riportare in sala l’atmosfera papalina di Roma, con quel misto di sacralità e minaccia che appartiene all’opera. La scelta di privilegiare l’impatto sull’articolazione dinamica ha avuto conseguenze evidenti: i fortissimi scuotevano la platea, mentre le sfumature tra mezzoforte e forte restavano sacrificate. 

Una direzione efficace, senza inciampi e con grande sicurezza, ma che ha lasciato più il ricordo di un muro sonoro che di un affresco sottile. Fortunatamente, il cast ha saputo reggere questa pressione orchestrale senza andare in frantumi.

Chiara Isotton è stata la protagonista assoluta, e non solo per il nome sulla locandina. 

La sua Tosca si è imposta con un canto pieno e vibrante, capace di resistere al peso dell’orchestra e di emergere in tutta la sua intensità. “Vissi d’arte” è stato il momento più alto, accolto da applausi scroscianti, quasi a voler ribadire che, nonostante tutto, la vera emozione della serata passava dalle sue corde vocali. 

Meno convincente Riccardo Massi nel ruolo di Cavaradossi: la voce non mancava di smalto, ma appariva legnosa in alcuni punti e soprattutto non riusciva a generare quella scintilla di partecipazione emotiva che in Tosca è indispensabile. I due momenti solitamente premiati dal pubblico con applausi a scena aperta sono passati sotto silenzio, segnale di un rapporto con la platea mai davvero innescato. 

Roberto Frontali, nei panni di Scarpia, ha mostrato la solidità del mestiere e una presenza scenica innegabile, ma l’indisposizione vocale annunciata e una caratterizzazione non pienamente sadica hanno smussato gli angoli del personaggio, rendendolo meno inquietante di quanto la partitura richiederebbe.

Nei ruoli secondari si sono distinti lo Spoletta di Cristiano Olivieri, puntuale nella sua funzione di sicario servile, e il Sagrestano di Matteo Peirone, che ha offerto una caratterizzazione vivace senza eccessi caricaturali. Corretta anche la prova di Mattia Denti come Angelotti, incisivo nei pochi momenti a disposizione. Il pubblico, caloroso e numeroso, ha seguito con attenzione, premiando con entusiasmo soprattutto Isotton e l’orchestra. 

Nessun dissenso plateale: segno che, pur con i limiti descritti, lo spettacolo è stato percepito come riuscito. Più che fischi o contestazioni, sono stati i silenzi a marcare le zone d’ombra della serata: quegli applausi mancati nei momenti chiave, che rivelano più di mille recensioni la distanza tra scena e platea.

Tra il fragore dell’orchestra e l’incertezza della regia, la produzione non fallisce, ma non convince del tutto. Forse un titolo come Tosca meriterebbe qualche anno di turnover per alimentare maggiori aspettative? 

E allora, in questo equilibrio imperfetto, si torna al suono delle campane: non solo quelle di Roma, ma quelle veneziane che, per una sera, hanno provato a risuonare con la stessa forza papalina.

Perché la musica, per fortuna, ha il vizio di ritrovare sempre la sua misura, anche quando la scena prova a portarla altrove.

TOSCA

Melodramma in tre atti di Giacomo Puccini

Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Direttore | Daniele Rustioni

Maestro del coro | Alfonso Caiani

Piccoli Cantori Veneziani

Maestro del coro voci bianche | Diana D’Alessio

Regia | Joan Anton Rechi

Scene | Gabriel Insignares

Costumi | Giuseppe Palella

Light designer | Andrea Benetello

Tosca | Chiara Isotton

Mario Cavaradossi | Riccardo Massi

Il barone Scarpia | Roberto Frontali

Cesare Angelotti | Mattia Denti

Il sagrestano | Matteo Peirone

Spoletta | Cristiano Olivieri

Sciarrone | Matteo Ferrara

Un carceriere | Emanuele Pedrini 

Un pastore | solista del Coro dei Piccoli Cantori Veneziani

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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