Ultimo aggiornamento24 maggio 2024, alle 02:29

La rinascita cinematografica dell’opera: il Barbiere di Martone

di Enrico Truffi - 14 Dicembre 2020

La versione cinematografica di Martone del Barbiere apre (speriamo) una nuova via nella rappresentazione delle opere in televisione

La versione “cinematografica” del Barbiere di Siviglia realizzata da Martone al Costanzi di Roma è definitivamente un evento che speriamo segni l’inizio di un nuovo modo di rendere sul piccolo – e magari anche sul grande – schermo le grandi opere. L’eccezionalità di questa produzione è stato ciò che ha spinto a rompere la ritrosia di chi scrive a buttarsi in recensioni di rappresentazioni di opere di repertorio.

 

Infatti, le recensioni di Opere e di concerti, specialmente quelle che vendiamo pubblicate nelle sezioni “Cultura” dei quotidiani, risultano il più delle volte commenti sterili e poco argomentati, e, in questi casi, suonano solo come litanie di morte di un genere musicale che già di per sé sembra essere seguito soltanto una nicchia di appassionati (anche se viene tuttora utilizzato, anche più delle stagioni concertistiche, per tener fede alle aspettative legate alle abitudini di una classe sociale più “elevata”). Per di più sono spesso affette da quella che si potrebbe definire una “sindrome del catalogo dei vini”, ossia la tendenza a giudicare un’esecuzione con l’aiuto di termini come “solido”, “delicato” o “vivace”, così come si descriverebbero le qualità di un vino: qualità a cui è difficile attribuire un senso musicale (tanto varrebbe aggiungere “spumeggiante” e “fruttato” alla lista degli epiteti – e non siamo così sicuri che qualcuno non l’abbia già fatto). Certo, data la impalpabilità di certe caratteristiche in questo campo è comprensibile la necessità di ricorrere a delle formule metaforiche o sinestetiche, ma il più delle volte sono stilemi linguistici dietro a cui si nasconde una inconsistenza contenutistica o un legittimo, ma personalissimo, opinare, che non suscita nel lettore il benché minimo interesse e, cosa più importante, curiosità, sentimento essenziale da evocare se l’obiettivo è davvero riportare la gente a interessarsi di Opera.

Il lettore è poi il più delle volte vittima dell’impossibilità di condividere l’esperienza dello spettacolo con chi scrive, un limite invalicabile che rende la forma della recensione quasi frustrante. Per quest’ultimo problema, siamo avvantaggiati, tanto che non ci sentiamo in colpa a rilasciare questa non-recensione a ben una settimana di distanza dalla messa in onda dello spettacolo di Mario Martone: infatti, la produzione del Costanzi è stavolta letteralmente a un click di distanza, e può essere visionata da tutti nella sua interezza, siate voi a Roma oppure a Bassano del Grappa (Quinte parallele saluta il suo pubblico di BdG, grazie per la vostra grande affluenza su queste pagine).

Ora, proprio per questo vantaggio, possiamo prescindere dalla descrizione dello spettacolo e dall’elogio (meritatissimo) di cantanti, musicisti e compagnia, che è la parte della recensione che tutti saltano  (salvo poi non esserci altro e trovarsi a fine articolo). Confidando, pertanto, che la maggior parte dei nostri lettori abbia già visionato la performance, passiamo subito a parlare del perché secondo noi questo Barbiere è stato l’evento più degno di nota di questa intera stagione operistica, e, forse, un punto di svolta nella modalità di proposizione del teatro musicale italiano. 

Martone, nella sua messinscena, ha deciso di sfruttare ogni risorsa che lo strumento cinematografico gli poteva fornire per regalarci un Barbiere che veramente potesse rispecchiare, ai giorni nostri, il tipo di esperienza che poteva essere andare all’opera ai tempi di Rossini. C’è sempre stata, infatti, una certa qualità “cinematografica” nelle arie rossiniane, nel loro presentare numerosi eventi simultanei con la massima naturalezza (basti pensare all’intero finale del primo atto, con il suo impressionante dinamismo delle scene). Martone si è limitato ad evidenziare quello che era già là e che ha reso il Barbiere una delle produzioni dal successo più incontestabile e duraturo del mondo dell’Opera. Infatti, approcciandosi alla materia operistica in maniera completamente cinematografica, ha rivoluzionato il linguaggio del film-opera e del teatro filmato per ottenendo un ibrido funzionale alla drammaturgia musicale in ogni sua parte. 

Andando nello specifico, l’esplorazione di tutto il Costanzi apre la rappresentazione a moltissime possibilità in termini di inquadrature e messinscena, rompendo così quella frontalità inevitabile di gran parte del teatro filmato (e anche di numerosi film-opera, basti vedere il pur meraviglioso film sulla Cenerentola di Abbado degli anni ’80). Ciò permette a Martone di utilizzare il montaggio al servizio della drammaturgia, e non più in una maniera rigidamente legata alla casualità obbligata del montaggio live come nel caso dell’Otello del Maggio Fiorentino. Il montaggio, infatti, sottolinea le reazioni dei personaggi, mostrandone le vere intenzioni e i veri sentimenti, grazie a primi piani finalmente davvero espressivi – e per questo va anche dato merito alle straordinarie capacità recitative di tutto il cast, con Corbelli in testa.

La facilità comunicativa di un’inquadratura come questa qui sopra, ad esempio, sarebbe difficilissima da replicare utilizzando solamente il medium del teatro: è qualcosa che appartiene unicamente al linguaggio cinematografico e che consente di leggere l’opera più approfonditamente, evidenziando sfumature e situazioni che a teatro non è sempre facile cogliere. 

La potenza di questo tipo di montaggio permette anche di evidenziare quella simultaneità di eventi insita nelle arie più complesse di Rossini, e allo stesso tempo ne fa cogliere la complessità in maniera immediata senza bisogno di grigie lezioni analitiche; inoltre aiuta a comprendere con semplicità la stratificazione emotiva di ogni determinata scena (come nell’episodio, verso la fine dell’opera, in cui Il Conte e Rosina cantano, lieti di aver sciolto ogni incomprensione, mentre Figaro ha fretta per paura di essere scoperto). Inoltre, la possibilità di seguire i personaggi da vicino, con delle riprese a volte in piano sequenza effettuate con la steadycam crea un effetto di “realtà virtuale”, di vicinanza ai personaggi, che quasi sentiamo di poter toccare con mano: una sensazione certamente più vicina alla sensibilità percettiva di uno spettatore “moderno”.

Il dinamismo dello spettacolo di Martone è finora insuperato, rispetto ad altre rappresentazioni di questo tipo, nel trasportarci veramente in mezzo alla vicenda, poiché ha a cuore l’efficacia della drammaturgia e poco altro (come anche la musica di Rossini), e cerca di rendere questa efficacia con gli strumenti che la tecnica gli può prestare . Abbiamo già citato altri esempi di ”Opera in streaming” di questo ultimo periodo, i quali però sembrano spesso soffrire di una stasi e di un imbarazzo che hanno origine in quella che viene percepita come una costrizione, una limitazione. Ma come si è visto in questo caso, in arte occorre sempre fare delle limitazioni i propri punti di forza, e utilizzare al pieno le piattaforme nelle diverse possibilità che esse offrono. 

C’è da dire che l’operazione di Martone si trova in una situazione paradossale: la regia è intenzionalmente prona alla filosofia del “tutto tornerà come prima”, e sembra chinarsi deferente a celebrare la maestosità del Costanzi e l’esperienza della sala, anche con espedienti che, a nostro giudizio, ci si poteva anche risparmiare, come ad esempio il montaggio a fine primo atto di momenti “cafonal” del Costanzi del passato (come se i fasti di questo teatro fossero stati determinati dalle personalità che assistevano alle rappresentazioni più che da chi cantasse sul palco); nonostante ciò, ad un occhio attento, questa produzione ci induce a riflettere su come siano cambiati i nostri gusti, e di quanto una proposta di questo tipo sia più vicina all’idea di “spettacolo” che abbiamo oggi. La forza del Barbiere di Martone sta proprio nel suo manifestare senza vergogna la sua alterità dall’esperienza della sala, presentando un caso convincente che un tale modello possa essere altrettanto efficace, seppure in maniera differente.

In questo anno il mondo è cambiato radicalmente, e le industrie dello spettacolo hanno subito una delle batoste più clamorose degli ultimi anni. Il discorso intorno a tali questioni è straordinariamente variegato e complesso, ma in sostanza non siamo sicuri che un ritorno alla vecchia normalità sarà possibile, non senza una seria riconsiderazione di come l’Opera possa sopravvivere in futuro. 

La regia di Martone ha mostrato come elementi del linguaggio cinematografico si sposino benissimo con l’opera, e finiscano per valorizzarla in tutta la sua tridimensionalità, esaltando tutti quegli aspetti che l’esperienza della sala spesso rende più difficili da cogliere. Per questo, noi speriamo vivamente che questo tipo di proposte non finisca per rappresentare un’eccezione, ma che serva di esempio per come sia possibile riadattare intelligentemente una forma così antica per renderla più vitale e comunicativa.

Francesco Bianchi e Enrico Truffi

Articoli correlati

tutti gli articoli di Enrico Truffi