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Dalla canzone al dramma musicale: Annette al Festival di Cannes

di Margherita Succio - 18 Novembre 2021

Leos Carax torna a Cannes dopo un lungo silenzio con una pellicola inaspettata, potente ed emozionante: Annette, dramma musicale su soggetto di Carax e Sparks, è il film d’apertura di un Festival impaziente e affamato di cinema, dopo l’annullamento della scorsa edizione causa pandemia.

Dopo il suo esordio sempre a Cannes nel 1984 con Boy meets Girl, Carax presenta al Festival un altro film esordio (è la sua prima pellicola in lingua inglese) nato dall’incontro proprio sulla Croisette con i fratelli Maels, firmatari non solo delle colonne sonore ma anche della sceneggiatura. Questo incontro fortuito vale la Palma d’oro alla regia.

Sparks dal glam rock alla musica da film

 Il 2021 è sicuramente un anno di celebrazione per Ron e Russel Mael, i volti di SPARKS: dall’anniversario dei cinquant’anni dal loro primo album all’uscita del documentario The Sparks Brothers, diretto di Edgar Wright. Il progetto monumentale di Annette è ancora una volta coerente alla stravaganza e imprevedibilità di due grandi artisti che in cinquant’anni di carriera hanno dimostrato notevole flessibilità e modernità, dall’intelligenza dei testi, la presenza scenica, la capacità di proiettare coerentemente un concetto musicale su progetti più ampi come Indiscreet (1975), prodotto da Tony Visconti e Gratuitous Sax & Senseless Violins (1994).

In “When I get to sing “my way”” il testo della veicola il dialogo direttamente e viceversa: la canzone si confonde con la parola e diventa pura narrazione, aspetto fondamentale nella pellicola di Annette.

Vedere i fratelli Maels alle prese con una sceneggiatura non è però così inaspettato: fin dagli esordi affiancano l’elemento musicale a quello visivo e cinematografico. Trasformano da subito il concetto di videoclip come semplice esecuzione e registrazione di un brano in valvola di sfogo artistica, nella quale dare spazio a volti, colori, storie già protagonisti delle loro canzoni.

I fratelli Sparks raccontano i sentimenti umani nella loro più onesta violenza e chiarezza. Sono artisti in grado di non limitarsi a un’unica forma di comunicazione, bensì capaci di far straripare un flusso di immagini ed espressioni (musicali e non) al di fuori di ogni limitazione convenzionale.

Nel loro ultimo album Hippopotamus uscito nel 2017, anno in cui il progetto di Annette stava già iniziando a prendere forma sul set si trova grande ecletticità tra le vari canzoni – e rispettivi videoclip – in termini di stile, forme, contenuti, diversità; dopo aver visto il film, è impossibile non percepire profumo di Annette nell’aria.

In “Edith Piaf (Said it better than me)”, diretto da Joseph Wallace, troviamo grandi richiami (o anticipazioni) stilistici alla colonna sonora di Annette, sia nell’evoluzione nel testo, sia nell’arrangiamento. A dire la verità, anche nella cinematografia… Ma non farò spoiler.

L’incontro e la nascita di Annette

Come ogni grande pellicola, Annette nasce dal sogno di una vita. Nel 2009 i Maels lavorano su un progetto ambizioso,The Seduction of Ingmar Bergman, un’opera rock destinata a girare il mondo, diventata poi irrealizzabile (tredici parti parlanti erano forse un po’ troppe per un budget limitato). A distanza di pochi anni si fa strada l’idea di un dramma musicale intorno a tre personaggi, due dei quali interpretati dagli stessi Maels: uno stand-up comedian, una cantante lirica e un direttore d’orchestra.

Idea poi trasformatasi in un possibile album, nel 2012 avviene l’incontro che cambia per sempre le sorti dell’intero progetto. Proprio sotto le palme del Festival i fratelli Maels incontrano Leos Carax, che aveva usato una loro canzone nel suo film Holy Motors. L’incontro è fulminante, come racconta lo stesso Russell. Di ritorno da Cannes,  i due decidono di mandare il progetto a Carax, che si dice pronto a dirigere il film.

In questa intervista di Kyle Meredith l’aneddoto di come sia nata la sceneggiatura di Annette, davvero concepita a sei mani fianco a fianco con Carax.

Perché Annette è molto più di un musical

Per anni, fino alla fine delle riprese nel 2019, Carax e Sparks non lavorano quasi a nient’altro. La reazione dei Maels sul set è commovente. Carax era riuscito a espandere l’idea di Annette e a costruire l’evoluzione dei personaggi in un modo del tutto inaspettato: aveva compreso l’importanza di proiettare l’elemento musicale non come intermezzo, e nemmeno come atto pre-registrato in studio, ma come metodo di comunicazione autentico e reale.

Una richiesta inderogabile di Carax è la registrazione di grandissima parte delle musiche direttamente sul set. L’obiettivo ultimo è dissolvere al minimo l’aspetto artificiale e artificioso spesso accostato (non per forza negativamente) ai musical. In questo modo la linea musicale e il testo sono veicolati e influenzati direttamente da ciò che succede nella scena, da come si muovono i personaggi e dalle loro reazioni.

Anche per questo motivo risulta difficile e quasi improprio definirlo musical: Annette rompe diverse regole e consuetudini di questo genere (Carax nella direzione e nella cinematografia, Sparks nella composizione e nella sceneggiatura), soprattutto nella sua tipica distinzione tra momento musicale, sempre introdotto e sempre concluso, e cinema. I fratelli Maels invece non usano alcuna preparazione, o sfumatura. Grande parte della narrazione si sviluppa attraverso il canto ed è difficile prevederne l’arrivo o l’intervento. Lo spettatore è immerso fin dall’inizio in un tipo di cinema che non ha il desiderio, o l’esigenza, di affiancarsi o avvicinarsi a un genere distinto. Gli Sparks e Carax vogliono rappresentare una storia che racconta se stessa, e nient’altro. Ogni nuova interazione è completamente diversa da tutto ciò che è stato detto e raccontato prima; cinema in continua evoluzione, pronto a infrangere muri all’interno di se stesso e a saltare addosso al pubblico, emozionante e commovente. Annette è l’ennesima dimostrazione di come musica e cinema possano essere arti codipendenti, pur mantenendo la loro singola bellezza e potenza, ed è una sincera celebrazione dell’art pour l’art che non fa storcere il naso ma al contrario paralizza lo spettatore in sala per più di due ore.

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