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“A riveder le stelle”, che la necessità diventi virtù

di Gioia Bertuccini - 8 Dicembre 2020

Tra i tanti che ieri hanno assistito alla Prima virtuale della Scala c’eravamo anche noi. Ecco la nostra cronaca e le nostre riflessioni.

“Se affermo che il giradischi è il maggior nemico della musica,
non voglio dire che non gli sia grato della sua funzione di mezzo di educazione o studio
o come evocatore di memorie.”

Benjamin Britten.

Cronache di una prima a porte chiuse

“A riveder le stelle”, questo il titolo del concerto inaugurale con cui il Teatro La Scala ha confermato il suo Sant’Ambrogio, decidendo di non fermarsi. Nella storia del teatro, solamente i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale riuscirono a cancellare la Prima del 1943; quest’anno l’emergenza sanitaria ha obbligato a un cambio di programma improvviso, con il rinvio dell’attesa Lucia di Lammermoor di Donizetti. Il soprano Lisette Oropesa e il tenore Juan Diego Flórez, che avrebbero dovuto interpretare le parte dei protagonisti nell’opera donizettiana, si sono esibiti insieme a un cast d’eccezione all’interno di un concerto di arie liriche trasmesso in diretta televisiva.

A dirigere Riccardo Chailly, ormai direttore stabile dell’orchestra scaligera, che per la prima volta si è ritrovato ad alzare la bacchetta in un teatro senza pubblico in sala. Ci voleva una figura del suo calibro per garantire, nonostante le regole del distanziamento, un perfetto equilibrio fra le parti e una fusione sonora di estrema qualità. Con gesti puliti e misurati il Maestro Chailly ha coordinato un’orchestra che riempiva l’intera platea, e i cantanti che spesso si trovavano anche molto lontano dalla sua vista; eppure, mai una sbavatura o un’imperfezione, a conferma dell’altissimo livello di preparazione.

Il concerto è cominciato con il Preludio del Rigoletto di Verdi, seguito dalla voce baritonale di Luca Salsi e dalla celeberrima aria La donna è mobile cantata dal tenore Vittorio Grigolo; ma a catturare in modo quasi ipnotico l’attenzione è il basso Idlar Abdrazakov, che ha aperto le arie del Don Carlo di Verdi con una varietà timbrica perfettamente amalgamata ai soli del violoncello di Laffranchini. Arie che si sono concluse con un O don fatale molto ben interpretato del mezzosoprano Elīna Garanča. Dopo Verdi, Lisette Oropesa ha finalmente intonato Regnava nel silenzio dall’attesa e disattesa Lucia di Lammermoor, del cui autore si sono cantate anche arie del Don Pasquale e dell’Elisir d’amore. Dopo la commovente supplica di Signore, ascolta da Turandot di Puccini, senza soluzione di continuità, un energico, forse anche troppo, preludio della Carmen; una Carmen magistralmente interpretata dal mezzosoprano francese Marianne Crebassa, che attraverso un’indovinata gestualità nell’Habanera, è riuscita a mettere in luce i contrasti e l’animo volubile del personaggio. Dopodiché, sono tornati a emozionare i soli orchestrali tratti da Un ballo in maschera di Verdi.

Lo spettacolo è poi passato al balletto, introdotto da un assolo di Bolle che concertava i suoi movimenti con la nuova tecnologia del laser, realizzando un passo a due tra l’umano e il computerizzato, bellissimo se non fosse stata per la pessima scelta musicale: per quanto aggraziata, Gymnopédie n.1 di Satie, è stata inserita all’interno di troppe colonne sonore cinematografiche, diventando così un brano blasonato e commerciale, forse sarebbe stato più interessante ballare sulla versione del pezzo orchestrata da Debussy.

Via via che la serata giungeva al termine, i brani d’opera si sono caricati sempre più di luce e di speranza: da E lucevan le stelle tratto da Tosca, a Nessun dorma e Un bel dì vedremo di Madama Butterfly, fino ad arrivare al famoso Finale del Guglielmo Tell di Rossini, tipico epilogo strappa applausi.

A collegare i trentun brani d’opera, diversi fra loro sia per stile che per contenuto drammaturgico, la lettura di testi, che vanno da Pavese a Montale, dalle lettere di Verdi a Bergman, con l’intento di delineare un tragitto tematico-emotivo che dall’oscurità del Preludio del Rigoletto, tende alla brillantezza del Finale del Guglielmo Tell. Forse la recitazione avrebbe meritato una miglior cura dato che, nella maggior parte dei casi, si trattava di estratti registrati e inseriti all’interno della diretta.

Firma la regia Davide Livermore, che dopo i successi delle ultime due inaugurazioni, Attila e Tosca, ritorna alla Scala con una messinscena opulenta, che ha dato l’impressione di essere guidata più dalle possibilità di poter creare qualcosa di eccezionale che da un’idea precisa. L’allestimento della serata sembrava più il sogno di un impresario barocco che la proposta di uno dei teatri più importanti al mondo nel 2020: un pastiche di arie con interpreti d’eccezione. Forse, visti i mezzi a disposizione, è mancato un allestimento capace di legare, anziché frammentare, un concerto di arie già molto diverse fra loro, con molteplici scene talmente “faraoniche” da sembrare inutili.

Grandi perplessità desta la scelta dei presentatori della serata; siamo consapevoli di quanto la “prima” della Scala sia un evento anche mondano, ma ciò non significa che si debba scadere in commenti banali che portano a un evidente imbarazzo.

Tuttavia, questa “prima” ha dato voce a un’operazione culturale di ampio respiro, che è riuscita a unire nel segno di un’unica rappresentazione quei i settori dello spettacolo che stanno vivendo un momento drammatico. Il concerto, trasmesso in collaborazione con Rai Cultura, su Rai 1, Radio 3 e Raiplay, ha cercato di reinterpretare la natura intima dell’opera stessa, restituendone con gli unici mezzi fruibili le articolazioni drammaturgiche e il dialogo tra le arti. Nel connubio tra suono e danza il Teatro ha voluto ribadire queste discipline come centrali e identitarie per la nostra cultura, intrecciandole anche alla letteratura ed alla grande industria tessile italiana.

L’evocativo titolo dantesco della serata coincide con le parole dell’ultimo verso dell’Inferno, “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, che letto in epoca di Coronavirus, alle porte dell’anno dantesco, ci spinge a formulare un messaggio di speranza.

 

Riflessioni a margine

“A riveder le stelle” è il risultato dell’ennesima corsa ai ripari che i direttori dei teatri sono stati obbligati a percorrere per ovviare alla loro chiusura; per farlo, hanno dovuto ripensare all’idea stessa di fruizione musicale e al concetto di concerto. Lo streaming è la soluzione più diffusa adottata da molte fondazioni che hanno rifiutato di fermarsi. Questo strumento, già da molto tempo un importante canale divulgativo per gran parte dei teatri, ha ora dato piena prova delle sue potenzialità e dei suoi limiti. Il Teatro La Scala lo ha utilizzato fin dalla sua prima chiusura del 23 Febbraio 2020, spostando buona parte della sua programmazione via etere con lo scopo di non lasciare nel silenzio il mondo della musica. Questo slancio verso l’esterno con il nuovo ed il tecnologico, non ha però minato la consapevolezza di tutti, direttori, musicisti e pubblico, che lo streaming, per quanto possa essere utile, perde enormemente di efficacia nell’ambito della fruizione musicale: l’esperienza multisensoriale dello spettacolo dal vivo è insostituibile. Il concerto dal vivo ha una dimensione di sacralità e ritualità: per andare a teatro ci si organizza e ci si prepara, lo spettacolo non è disponibile quando a noi fa comodo e certo nessuno ha mai visto a teatro spettatori in pigiama e pantofole, magari con una tazza di tè in mano. C’è poi l’ingresso nel foyer, un luogo di ampio respiro nei teatri moderni o con quel caratteristico odore di tappezzeria un po’ polverosa che invece avvolge i luoghi più antichi, insieme al colore rosso vivo della stoffa che si raccoglie voluminosa in pesanti tendaggi. Qui, molte persone si ritrovano, si salutano; amici, conoscenti, colleghi, qualche orchestrale in frac che fa un cenno frettoloso a qualcuno prima dell’inizio del concerto. Le luci si abbassano gradualmente, si entra nel teatro, ci si siede al proprio posto e vicino a noi non percepiamo gli altri come dei totali sconosciuti, ma come persone legate a noi dalla stessa passione: la signora impellicciata con troppo profumo, il signore anziano che scarta la caramella, una giovane coppia che si è regalata una serata all’opera, i gruppi di studenti che parlottano a bassa voce. Il concerto inizia: via le luci, entra il maestro, applausi, poi silenzio, religioso silenzio che non è solo esteriore ma soprattutto interiore. Dobbiamo essere pronti ad accogliere l’arte per poterla vivere propriamente, senza distrazioni o pensieri e preoccupazioni superflue. Il concerto prosegue, il tempo passa ma molto di ciò che sentiamo resta, permane nella memoria uditiva, visiva, gestuale ed emotiva.

Indubbiamente, dunque, lo streaming toglie all’esperienza del concerto dal vivo tutti questi aspetti essenziali; tuttavia, non è escluso che un domani, quando torneremo a varcare le soglie di un teatro, potremo continuare ad utilizzarlo al fine non di sostituire, ma di ampliare l’offerta artistica dello spettacolo in presenza. Potrebbe diventare il fondamento per ripensare non solo la fruizione dell’arte, ma anche la stessa produzione e creazione artistica, un altro modo per alimentare la voglia di fare arte con sincerità verso noi stessi e verso gli altri, che oggi sono lontani e per qualcuno, purtroppo, non ci sono più. Prepariamo il terreno, con calma e pazienza, per ritrovarci pronti, quando sarà il momento, a sostenere il risveglio economico, lavorativo, sociale ma, soprattutto, il risveglio umano.

Ringrazio Clarissa Annunziata e Francesco Canfailla per avermi offerto i dati essenziali per comprendere meglio la situazione che avvolge i teatri in questo particolare periodo storico e per aver suscitato in me buoni spunti di riflessione.

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