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Musica della realtà: intervista a Guido Barbieri

di Marco Surace - 8 Settembre 2021

In queste settimane, nella splendida città di Orvieto, si sta svolgendo la V edizione del Festival della Piana del Cavaliere. Numerosi e variegati sono gli eventi che compongono il programma di “Coincidenze” ­­­– questa è la tematica che la direttrice artistica Anna Leonardi ha scelto per il 2021, con l’intenzione di dar forma a tutte le possibili declinazioni di questo termine (incontri tra più piani artistici e realtà espressive ma anche accadimenti legati all’anno corrente, anniversari ecc.) – alcuni dei quali di ritengo siano di particolare rilievo.
Tra questi l’evento del 10 settembre (ore 21): all’interno del Teatro Mancinelli i solisti dell’Orchestra Filarmonica Calamani accompagneranno la voce narrante di Guido Barbieri ­­­– celebre musicologo, critico musicale e drammaturgo ­­­– e il flauto di Massimo Mercelli dando vita a “Storia di un Gesù”, Enrique Irazoqui e il Vangelo secondo Matteo di Pasolini.
Noi “paralleli” saremo presenti alla rappresentazione (che sarà una prima assoluta) e per l’occasione abbiamo pensato di incontrare Guido Barbieri che, oltre ricoprire il ruolo di voce narrante, è anche autore di “Storia di un Gesù” insieme a Fabiana Piersanti.

L’incontro tra Pasolini e Irazoqui avvenne per una coincidenza (rimaniamo pienamente nello spirito della V edizione del Festival della Piana del Cavaliere). Il vostro incontro (suo e di Fabiana Piersanti) con la figura di Irazoqui è anch’esso frutto di una coincidenza? Cosa vi ha spinto a raccontare la sua storia?

Tutto è nato con la richiesta di Anna [Leonardi] di pensare a qualcosa che fosse legato all’anniversario di Pier Paolo Pasolini, che cade in realtà il prossimo anno. Io mi ero inizialmente ritratto: Pasolini come uomo, poeta, cineasta, polemista, uomo politico è intoccabile. Qualsiasi cosa si faccia su di lui ha il rischio della celebrazione o dell’equivoco, se fossimo in termini processuali “della falsa testimonianza” [Ride]. È un terreno molto delicato…
Poi invece ripensando a ciò che circonda il ‘pianeta Pasolini’ – intorno a lui c’è una costellazione di uomini, donne, incontri, passioni, studi e tanto altro – mi è venuto in mente che, qualche anno fa, la mia cara amica Fabiana Piersanti mi aveva molto parlato della sua amicizia con Enrique Irazoqui. Era epistolare, non si era mai tradotta in un incontro autentico, ma è stata molto intensa ed è durata molti anni.
A quel punto ho intravisto una piccola luce perché da un lato c’era l’idea, la storia di Irazoqui, dall’altro la possibilità di accedere a una fonte di documentazione privilegiata: non solo le interviste e i documenti ma proprio una conoscenza diretta, a un grado di distanza (dei famosi sei gradi di separazione). Allora sì, con questo metodo di avvicinamento mi ero deciso che forse era possibile raccontare qualcosa di e su Pasolini, attraverso una chiave di accesso laterale: la storia del suo Gesù.

Chi è il suo Gesù, qual è la storia di Enrique Irazoqui?

La storia di Enrique è straordinariamente ricca, prima dell’esperienza che ha avuto con Pasolini per “Il Vangelo secondo Matteo”, durante le riprese del film e dopo la conclusione di questa esperienza. È una vita che è andata avanti per altri quaranta/cinquant’anni in maniera totalmente indipendente sia da Pasolini (anche perché, come sappiamo, pochi anni dopo è morto) che dalla cerchia degli amici di Pasolini, dai quali Enrique ha ricevuto molto ma dai quali si è poi distaccato.
Irazoqui era un diciottenne appena iscritto all’Università di Barcellona, fortemente impegnato in campo politico – ricordiamoci che nel ’63 c’era ancora il regime di Francisco Franco, ogni organizzazione sindacale e studentesca era clandestina e tutti i suoi membri potevano essere perseguitati, incarcerati e a volte torturati – che era entrato a far parte del sindacato clandestino degli universitari della sua città. In questa veste venne in Italia, accompagnato dal suo coetaneo Giorgio Manacorda, il quale gli disse che avrebbero incontrato molte persone che avrebbero potuto aiutare il sindacato dal punto di vista economico (elargizioni per tenere in vita le sue attività, per stampare giornali e manifesti), ma anche per poter richiamare personalità politiche e culturali italiane a Barcellona. Arriva dunque in Italia – tra l’altro il padre era catalano, di origini basche, ma la madre era italiana – e a Firenze Giorgio Manacorda gli presenta personaggi come Giorgio Bassani e Giorgio La Pira. Negli ultimi giorni del suo viaggio va a Roma, dove incontra Natalia Ginzburg e altri personaggi. A quattro ore dalla partenza del treno per tornare a Barcellona, Manacorda dice ad Irazoqui che avrebbero potuto incontrare Pier Paolo Pasolini (che Enrique non conosceva). Arrivati a casa sua, come racconta spesso Enrique, bussano alla porta e Pasolini, appena vede Enrique, fa una faccia quasi estasiata. Pasolini lo fa sedere sul divano di casa sua, Enrique comincia a parlargli del socialismo, della dittatura, del suo sindacato ecc., chiedendogli poi: «Verresti anche tu a fare una conferenza sulla democrazia a Barcellona?». Irazoqui racconta che Pasolini, a differenza degli altri, non lo aveva interrotto mai ma aveva cominciato a girargli intorno e questo lo aveva fatto innervosire. Ad un certo punto Pasolini va di là ed Enrique sente che sta chiamando qualcuno al telefono (si sarebbe capito poi che era Ninetto Davoli) dicendo: «Ho trovato Gesù! Gesù è a casa mia». Pasolini torna e si mostra disposto a fare la conferenza, a patto che Irazoqui interpreti il ruolo di Gesù nel film che il regista sta preparando (che sarebbe stato poi “Il Vangelo secondo Matteo”).
Inizialmente Irazoqui, per tutta risposta, dice di no (non sapeva cosa fosse il cinema, era anarchico, comunista, marxista, anticlericale). Sta di fatto, però, che Enrique non prende il treno quella sera e rimane a Roma per tre mesi, un periodo in cui conosce tutti gli amici di Pasolini: si incontravano tutte le sere alle otto in Piazza del Popolo da Rosati con Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Giorgio Agamben e tutti gli altri componenti della cerchia. Lega soprattutto con Elsa Morante, che gli fa un po’ da pigmalione: quei tre mesi sono, in un certo senso, la sua “università”.
Poi naturalmente ci sono state le riprese del film, a Matera e in altre parti del Sud Italia, nel ’64 è uscito e ha vinto il premio della giuria al Festival di Venezia e ad un certo punto Enrique è ripartito, finita la sua “missione”. Pasolini era ovviamente uomo d’onore: finite le riprese è andato effettivamente a Barcellona a tenere la conferenza. Da lì in poi l’amicizia tra i due si è rafforzata ed è andata avanti (per via epistolare) fino al ’75, quando Pasolini morì.


In “Storia di un Gesù” si parla anche del loro rapporto dopo l’uscita del film? Cosa accade dopo?

Sì, racconto tutta la vita di Enrique dai vent’anni fino al settembre dello scorso anno, quando ci ha lasciato anche lui. Quando Irazoqui torna a Barcellona viene espulso dall’università, perché ha partecipato ad un film che, nonostante la tematica, era ritenuto dal Ministero della Cultura franchista un prodotto di stampo marxista/comunista, incompatibile con l’ideologia del momento. Gli ritirano poi il passaporto e solo dopo una campagna di persuasione gli viene restituito. Irazoqui viene poi a conoscenza di un bando per l’insegnamento della letteratura spagnola in un’università americana e chiede allora a Pasolini e ai suoi amici delle lettere di presentazione. Per tutta risposta riceve le lettere dello stesso Pasolini, della Ginzburg e addirittura di Sartre; anche grazie a loro riesce ad accedere a questa cattedra e per molto tempo vive negli Stati Uniti dove nel frattempo continua a coltivare la sua passione prediletta: gli scacchi.
Sappiamo che Pasolini era un calciatore di grande bravura ma era scarsissimo a scacchi [ride], e siccome era competitivo non voleva mai giocare con Enrique a scacchi perché sapeva che avrebbe perso miserevolmente. Quella dello scacchista diventa quasi una professione per Irazoqui, che entra nella nazionale scacchistica spagnola e disputa numerosi incontri, arrivando addirittura a sfidare la nazionale francese. Lui è il terzo uomo della nazionale spagnola e il terzo uomo di quella francese è niente meno che Marcel Duchamp, il quale si batte onorevolmente ma perde.
Un’altra sua grande passione era la fotografia: fotografava anche in maniera professionale ma amava soprattutto fissare volti (in questo c’è anche una relazione abbastanza stretta con “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, all’inizio del quale sono solo volti, quelli dei contadini di Matera che interpretavano i contadini di Galilea).
Naturalmente sono tanti gli eventi della vita di Enrique Irazoqui, alcuni dei quali racconterò in “Storia di un Gesù”, ma la fine della sua storia sarà taciuta. Nell’ultimo periodo si è ritirato a Cadaquès, sulla Costa Brava, per altro dove è nato Salvador Dalì ma anche dove sono passati Picasso e Hemingway. Enrique aveva l’abitudine di passare tutte le mattine al Bar Maritim, che è sempre stato il ritrovo di scrittori e intellettuali, e a partire da questo luogo è nato il pretesto per azionare un meccanismo narrativo abbastanza semplice: io immagino che ci sia un avventore che nota la presenza quotidiana di questo strano signore alto, elegante, vestito sempre di bianco, con un cane al guinzaglio, la moglie, un sorriso accattivante, che passa buona parte della mattinata con la sua macchina fotografica sul tavolo, che legge, conversa con gli altri avventori e fa fotografie. Dopo un po’ Enrique, entrando in confidenza con questo sconosciuto, si aprirà e racconterà la sua storia.

Raccontare la storia di Irazoqui è il pretesto per portare delle riflessioni di qualche tipo o per far emergere qualche lato meno conosciuto di Pasolini?

In realtà non ci sono altri intenti nascosti perché alla fine le storie, quando sono autentiche, in fondo parlano di sé stesse, sono storie di vita che rimangono tali. Nel caso specifico una storia di vita anomala e sorprendente, per tanti aspetti, che ha avuto questo turning point inatteso e del tutto casuale, rimanendo nell’ottica delle “Coincidenze” intorno alle quali ruota il Festival.

Spostandoci sull’elemento musicale, che naturalmente è centrale nel Festival della Piana del Cavaliere così come nella rappresentazione di “Storia di un Gesù”: come interagisce la sua voce recitante con il flauto di Massimo Mercelli e con i solisti dell’orchestra Calamani? È tutto rigorosamente scritto o c’è spazio per delle “coincidenze musicali”, per esempio di natura improvvisativa?

La parte musicale e quella narrativa sono nate un po’ indipendentemente l’una dall’altra, non c’è stato un lavoro di ricerca sulla loro intersezione. C’era un versante musicale già definito, a grandi linee, che prevedeva la presenza di Massimo e dell’Orchestra Calamani oltre che una serie di brani già stabiliti. Il tutto dettato da una scelta importante: che ci fosse una presenza centrale di Bach (in questo c’è grande corrispondenza con Pasolini, visto che tutta la colonna sonora del Vangelo secondo Matteo è composta da brani della Passione secondo Matteo di Bach, oltre che da estratti della Missa Luba e da canti spiritual). Il cuore è la Suite n.2 per orchestra e io interverrò tra le singole danze della Suite, che sarà quindi disarticolata.
Testa e coda sono affidati invece a due brani scelti da Massimo Mercelli, che sono un solo di Michael Nyman (Yamamoto Perpetuo) e un pezzo di Giovanni Sollima, Contrafactus per flauto e archi.

“Storia di un Gesù”, come tanti altri suoi lavori (dal naufragio di Portopalo al terremoto de L’Aquila fino ad arrivare alla Shoah), trae ispirazione da eventi realmente accaduti, in questo caso appartenenti della storia contemporanea. Quando e come è nata in lei la volontà di servirsi della musica come mezzo di espressione del suo impegno politico e sociale?

Questa riflessione sul ruolo della musica è nata molto tempo fa (ormai dieci anni) insieme a un gruppo di amici e compagni di strada (Alessio Allegrini, Luca Franzetti, Paolo Marzocchi e altri), quando ci siamo messi in testa di fondare un’orchestra: la “Human Rights Orchestra”. L’obiettivo era di riunire le migliori parti delle orchestre italiane, da Santa Cecilia al Maggio Fiorentino e all’Orchestra della RAI, per formare un’orchestra non stabile che avesse come compito quello di promuovere la cultura dei diritti umani, così come sono usciti fuori dalla Carta Universale dei diritti dell’uomo nel 1948. È un documento straordinario, poco letto perché viene dato quasi per scontato, e contiene dei principi talmente rivoluzionari che se ne venissero applicati anche solo dieci avverrebbe una radicale trasformazione del mondo. L’orchestra, e quindi la musica, è un veicolo di comunicazione.
Quest’impostazione l’ho adottata dieci anni fa perché già da tempo mi occupavo di una questione fondamentale: la responsabilità dei musicisti. Attraverso il loro lavoro, i musicisti entrano in comunicazione con il mondo e la funzione che possono svolgere è straordinariamente preziosa, perché è una funzione pubblica, che mette in costante relazione con la sensibilità e con il pensiero di pianeti interi. Se il musicista sente questa responsabilità può scegliere di applicare questo criterio a mille parametri diversi: può rendere nella maniera più fedele possibile il pensiero musicale dell’autore e si ferma lì (il che è legittimo), ma può anche rendersi conto che, in un mondo pieno di conflitti come il nostro, ci si può buttare dentro. “Sporcarsi le mani” col presente è una di quelle funzioni che la musica non ‘deve’ avere, ma ‘può’ avere.

E in questo momento si sta “sporcando le mani”, lavorando ad altre opere di “musica della realtà”?
Quali altri progetti ha in cantiere sia nell’ambito della drammaturgia che in quello della ricerca e della divulgazione musicale?

Quello che a me preme sempre è la verità delle vite degli altri, che contengono sorprese, impegno, passioni. Tra i prossimi progetti c’è il racconto della storia della morte di Cartesio – che andrà in scena a Terni e poi a Roma – e tra pochi giorni (il 15 settembre) a Bologna andrà in scena la storia sconosciuta, per certi versi, di Dafne, dal punto di osservazione (il suo) di una persona che nessuno ha mai assurto al ruolo di protagonista. Almeno così si ridà un posto alla povera Dafne…
Poi c’è ancora tutta una serie di progetti ma non faccio la lista, perché poi risulto noioso. [Ride]
Un progetto più piccolo, invece, riguarda una strana sindrome infantile che è stata denominata resignation syndrome (sindrome della rassegnazione), che ha cominciato a colpire un anno fa i figli di alcune famiglie emigrate dalla Siria in Svezia. I bambini di queste famiglie immigrate, che non hanno ancora trovato una sistemazione logistica o lavorativa, ad un certo punto smettono di mangiare, di parlare e cadono in un sonno profondissimo. È un sonno che dura due, tre, cinque, nove mesi, addirittura un anno, durante il quale bambini mantengono le loro attività fisiologiche ma sono totalmente incoscienti. Poi di colpo si risvegliano, per cause totalmente inspiegabili, e ritornano più o meno come prima. Mi ha molto colpito questa vicenda e quindi, con Paolo Marzocchi, stiamo lavorando a questo progetto.

È veramente scioccante…si tratta di un progetto musicale?

Più un’installazione multimediale, naturalmente anche con la musica. Stiamo lavorando con una regista specializzata in storie di migrazioni a questa che è una delle conseguenze meno appariscenti dei flussi migratori. Anche questa è la realtà.

Marco Surace

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