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Mazzoleni: «La cultura è una gallina dalle uova d’oro»

di Alessandro Tommasi - 29 Novembre 2021

Marco Mazzoleni è una figura decisamente molto nota nel mondo della musica classica, non fosse altro che per i lunghi post di approfondimento che condivide su Facebook prima di ogni viaggio in giro per l’Europa, a caccia di una nuova opera, di una nuova sinfonia, di un nuovo autore che ancora non conosce abbastanza. Imprenditore del settore edile, Mazzoleni è poi salito all’attenzione nazionale con la nomina di Classic Voice tra i personaggi musicali dell’anno, in seguito alle sue opere di mecenatismo per il Festival Donizetti di Bergamo, di cui è Ambasciatore. Non capita spesso di poter dialogare intensamente con chi la cultura la finanzia. Approfittando della mia permanenza a Bergamo per il Festival, incontro Mazzoleni al Caffè del Tasso.

Lei è imprenditore, ma ha una seconda vita nella musica, come mecenate e come instancabile viaggiatore. Com’è nata questa sua passione?

Prima di dedicarmi all’impresa, ho studiato percussioni e mi dedicavo anche ad un repertorio piuttosto complicato. Poi quando ho iniziato il lavoro imprenditoriale questo interesse è rimasto. Non si tratta però di un hobby, ma di un vero impegno: il mio tempo libero lo dedico in gran parte allo studio e all’approfondimento di compositori e tematiche. Mi piace avere un quadro completo, conoscere l’intera produzione, la biografia, gli epistolari degli autori che vado ad ascoltare. E dopo che mi sono formato, vado ad ascoltarmi ciò che ho studiato, soprattutto quello che in Italia non arriva spesso come Berg, Schreker, Henze. Poi sono molto appassionato di musica contemporanea, che ricerco soprattutto viaggiando per festival.

È l’influenza degli studi da percussionista a spingerla verso il repertorio contemporaneo?

Mah, diciamo che la capisco meglio. Ho fatto più fatica ad avvicinarmi a Verdi e Donizetti che a Rihm. Ma forse sì, è proprio per i miei studi.

Ha parlato di impegno. Da persona che viaggia e con una visione ampia su ciò che accade non solo in Italia ma anche all’estero, che tipo di impegno dovrebbe assumersi oggi il settore musicale italiano?

Questo argomento si avvicina alle ragioni del mio sostegno al Festival Donizetti. Io non supporto il Festival per la mia passione, lo faccio da imprenditore. Non per un interesse specifico della mia azienda, ma perché sono convinto che la cultura, per l’economia di un Paese come l’Italia, sia una gallina dalle uova d’oro. L’impegno che infatti in Italia mi manca e che all’estero vedo molto pronunciato è quello a rendere il fare musica, il fare cultura, un lavoro come tutti gli altri, con i suoi costi e i suoi benefici, inserito in un tessuto economico. Non è un caso che quando entro alla Bayerische Staatsoper tutti, dalla biglietteria al sovrintendente, hanno un modo non solo professionale, ma proprio aziendale di porsi.

E questo è necessario?

È indispensabile. In Italia i professionisti della cultura si barcamenano. Ma non perché non siano formati, è perché è tutto il sistema a non funzionare. Non si sa se arrivano i soldi, quando arrivano, quanti ne arrivano. Il teatro in pandemia si chiude, riapriamo? Boh, chi lo sa. Non so se mi spiego. E poi manca un approccio strategico, con obiettivi di risultato chiari e misurabili. La sala è piena? Bene. La sala è vuota? Eh, vabbè, bene uguale. Non può funzionare così. Il prodotto culturale va veicolato, va venduto, bisogna raggiungere il pubblico. Io ricevo promozioni da tantissimi teatri. Perché da Vienna devono arrivarmi promozioni, pacchetti e offerte e dall’Italia no? Perché da Monaco devono vendermi il loro prodotto e da Roma no?

Forse perché siamo sempre restii a trattare la cultura commercialmente, inserirsi in logiche di mercato sembra quasi svilire il contenuto artistico, che ha un obiettivo più alto rispetto a generare profitti.

Ma cosa vuol dire? Se girano dei soldi, i soldi van gestiti. Questo vale per una famiglia, vale per un’azienda e vale per la cultura. Le regole, con tutte le distinzioni del caso, sono quelle. E si vede chi sa gestire veramente le istituzioni e chi invece ci porta verso casi di malagestione disastrosi. Poi, penso che questa retorica del rifiutarsi di trattare la cultura come un fattore anche economico sia troppo spesso un modo di nascondere e rifiutarsi di affrontare il problema.

In che senso?

Che se un teatro non è capace di gestirsi adeguatamente da un punto di vista economico e finanziario, sposta l’attenzione sul fatto che, essendo una realtà culturale, non si deve occupare dei ritorni economici sul territorio e così via. Ne parla spesso anche Muti. Io però non concordo: devi fare un discorso economico e contestualmente un discorso culturale e sociale. Ma questi tre discorsi non sono slegati. Il riferimento per me è il Festival di Salisburgo, che guarda con grandissima attenzione ai ritorni e agli impatti economici sul suo territorio. Io vado sempre a snasare i conti di queste realtà e l’anno scorso, per i 100 anni, Salisburgo ha fatto una pubblicazione molto interessante, in cui analizzano in dettaglio il ritorno del Festival sulla città e dai risultati si capisce bene cosa intendo per “approccio strategico”. Ci si lamenta troppo spesso che non ci sono i soldi, ma di soldi non ce ne sono mai stati tanti quanto oggi, per i comuni, per i governi e per i privati. Il problema è che mancano i soldi per la cultura, perché in qualche modo il discorso culturale non viene mai inteso anche come un discorso di investimento economico. Lo stesso approccio tra le organizzazioni culturali e i mecenati, i donatori, è instabile. Lo si fa perché si deve, ma non c’è una strategia economica lungimirante. A Salisburgo, l’investimento nel festival non è solo un fatto culturale ed è chiaro anche ai privati.

Parlando di privati, lei è Ambasciatore del Festival Donizetti, con lo scopo di aiutare il Festival a penetrare anche nel tessuto economico locale e internazionale. Ma come si fa a dialogare con un settore privato che sembra sempre più sordo? Penso anche alle sempre meno figure che concentrano nelle loro mani sempre più capitale, ma che poi non hanno alcun interesse ad investire in cultura.

E fanno bene. Te lo dico da imprenditore, se uno viene a chiedermi dei soldi, non è che te li do così, sulla fiducia. Non basta dire “la cultura è importante” e allora ti devo dare i soldi. Per carità, può anche starci, un discorso di mecenatismo, assolutamente, ma capisci che non puoi fondare un sistema sulla buona volontà. Anche perché i teatri vivono di programmazione e non puoi sapere cosa farai tra tre anni se non sai la disponibilità che avrai e ti affidi alla generosità del prossimo. Devi arrivare con progetti seri, ben strutturati e devi portarli a chi ne avrà poi dei vantaggi e può scegliere di investire. La contabilità di un polo di attrazione culturale deve andare in simbiosi con l’attività economica, deve rilevare gli interessi comuni. Oggi, troppo spesso il discorso è: “questo Festival costa 20, incasso 5, 15 ce li mette lo stato” e basta. Torniamo all’esempio di Salisburgo. In cosa consiste concretamente questo modello? Bene, a Salisburgo ti dicono “Il Festival costa 64 (milioni), introiti privati 40, indotto privato creato sul territorio 200”. E parliamo di un indotto chiaramente misurabile, in qualsiasi ristorante o albergo tu vada nel raggio di chilometri da Salisburgo ti chiedono perché sei lì. Questo tipo di analisi dev’essere condotto con regolarità da chi si occupa di cultura, ma anche dai comuni e dai governi. Devi sapere qual è il tuo impatto nella società in cui ti muovi.

Parliamo sempre di turismo, però, poco o niente di pubblico locale.

Oggi non mi sembra si possa fare molto più di questo, creare una domanda interna è difficilissimo.

Non c’è il rischio di diventare solo strumenti di promozione, rinunciando al ruolo sociale della cultura?

Come dicevo prima, il discorso culturale e sociale va fatto, ma va unito al discorso economico. E se parliamo di sostenibilità economica, solo questo è il modello, per me. Se si vuole creare una domanda interna reale, l’unica soluzione è una riforma della scuola. Lo capisco, i tempi poi sono lunghissimi prima di vederne i risultati, ma intanto bisogna partire. Nel mentre devi investire tantissimo in divulgazione, devi far empatizzare le persone con ciò che vedono e sentono sul palco. E poi, i teatri devono fare marketing, vero marketing, devono vendere. In Italia, molto, troppo spesso i teatri non vendono: aspettano. Aspettano che il pubblico arrivi. Lo noto anche nel mio piccolo. Come ti dicevo prima, a me non arriva quasi nulla dall’Italia. E dire che per profilo dovrei essere uno dei clienti più interessanti per un teatro! Invece, salvo qualche raro caso, c’è pochissimo che mi raggiunga. Ma è anche un discorso di repertorio, io ho bisogno di allargare il mio orizzonte conoscitivo, che per me vale molto di più di dieci Rigoletti e quindici Traviate.

Però, parlando di vendere, sappiamo che Traviata vende molto di più di, che so, la Frau ohne Schatten.

Non è vero. Sono stato ad Amsterdam con mia moglie, che non è una specialista di musica contemporanea, siamo andati a vedere il Prometeo di Nono, c’erano 1.500 persone a recita, paganti 80€ a biglietto. E non credo che fossero tutti olandesi. Ancora Salisburgo: quest’anno ho visto Intolleranza 1960 subito dopo Elektra e ti assicuro che il pubblico era lo stesso. Stesso numero di partecipanti, ma anche stesso approccio. Certo, si son fatte politiche di prezzo: Intolleranza costava 100€ in meno di Elektra, ma erano comunque 300€. E il pubblico non era mica fatto di musicisti e addetti ai lavori, era gente che in gran parte non sapeva assolutamente nulla di ciò che stava per sentire. Lo vedevo coi miei occhi, tutti col libretto in mano a cercare di capirne qualcosa. E poi alla fine, ad applaudire Nono con lo stesso entusiasmo con cui avevano applaudito Strauss.

Certo, il nome del Festival è talmente forte che basta a vendere qualsiasi cosa.

Tutto quello che c’è lì è replicabile ovunque, anche a Bergamo.

Se facessero Intolleranza di Nono a Bergamo, sbancherebbe il botteghino?

Con gente capace di venderlo, sì.

Il problema è quello, dunque.

Eh, certo. Ad Aix-en-Provence a vedere Innocence di Kaija Saariaho c’era il pienone. Tema di ultra attualità, la strage di bambini in Finlandia, con musica bellissima, ma non facile. Dietro di me c’era seduta la compagna di un mio amico, molto più abituata a Verdi che a Saariaho. A fine opera mi giro ed era lì che si spellava le mani ad applaudire. Devi saper superare le perplessità iniziali, ma puoi farlo, nella prosa gran parte dei percorsi è contemporanea e la gente ci va. Qui a Bergamo, comunque, sono bravi a vendere e infatti si vede. Ma mi piacerebbe che si portasse avanti uno studio più approfondito sull’indotto dell’attività musicale sul territorio, perché Bergamo ha tutti i diritti di avere gli stessi finanziamenti di altri grandi festival.

Ci sono dei riferimenti in Italia, per lei?

Il Festival Verdi di Parma è un bel modello. Vendono bene, anche biglietti a 200€.

Non è un problema di accesso alla cultura, tenere i biglietti troppo alti? Un teatro deve essere accessibile anche per chi non ha 200€ a biglietto.

Io a Monaco incontro persone che si prendono il volo low cost, comprano il posto in piedi e con 50€ tutto incluso si sentono la Lulu di Berg. Bisogna saper fare diverse politiche di prezzo, ma non si può ricondurre il problema del pubblico al costo dei biglietti. A Parma vendono anche a 200€ eppure fanno il pienone. Perché vendevano dei pacchetti, sapevano come raggiungere l’utenza che quei 200€ li spende. Poi devi saper differenziare, anche di spettacolo in spettacolo. Quanto costa la Calisto in Scala rispetto al Macbeth? Ora a Monaco fanno la Tote Stadt di Korngold, con a 135€ a biglietto. Quando va a dirigere Petrenko, il biglietto però ne costa anche 230 di euro. Poi ogni teatro ha i suoi meccanismi, è ovvio, però bisogna saper vendere bene e differenziare in base al tuo pubblico. E, lo ripeto ancora una volta perché è davvero importante: serve coinvolgere il settore privato e bisogna farlo con progetti seri e uno studio attento e scientifico del territorio, trattando quella dello spettacolo come un’attività con le sue specifiche, ma assimilabile a qualsiasi altra attività commerciale, che può rivolgersi a chi cerca un intrattenimento per passare la serata con amici ma anche a chi, come me, vuole un approccio più impegnato. E, come sempre, servono persone capaci di portare avanti questa visione e questo impegno.

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